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Jolanda Bufalini
I progetti dei comitati di quartiere per salvare i nostri spazi pubblici
18 Maggio 2013
Le esperienze di partecipazione locale nella gestione della città possono svolgere un ruolo sussidiario nel mantenere un patrimonio essenziale.

L'Unità, 18 maggio 2013 (f.b.)

C’era una volta lo spazio pubblico che poi si è trasformato in terra di nessuno, per tanti motivi: la dispersione urbana, i nuovi quartieri senza servizi, cresciuti a ridosso delle autostrade, i grandi centri commerciali diventati meta della gita domenicale delle famiglie. Oppure quartieri i cui vecchi abitanti si sentono espropriati della loro identità, a causa dei nuovi arrivati dalla lingua sconosciuta. Fabbriche dismesse ed edifici degradati, sporchi. Giardini e verde pubblico, costati lotte di decenni, per imporre che non fossero divorati dalla bulimia edificatoria, e che pure sono in abbandono per le difficoltà economiche delle amministrazioni. Immobili confiscati alle mafie che degenerano in ruderi. Oppure amministrazioni volenterose di creare nuovi luoghi di incontro, che i materiali deperibili, il vandalismo, le fontane secche, hanno trasformato in simboli del degrado.

Questi ed altri i temi della seconda edizione della Biennale dello spazio pubblico organizzata dall’Inu, l’Istituto nazionale di urbanistica, per una tre giorni fino al 18 maggio di workshop e seminari che si svolgono a Roma fra la Casa dell'architettura e le aule di Roma Tre. Si capisce dalle parole del curatore Mario Spada, che l’aggettivo pubblico è usato, in questo caso, in una accezione larga. L’attività privata di un commerciante, con il suo negozio illuminato sulla strada, assolve anche a un ruolo pubblico di socialità e sicurezza. Alla dimensione pubblica appartiene anche l’uso sociale, sebbene immateriale, dei luoghi.

Simone Marchesi è architetto ma partecipa alla presentazione della Biennale per il comitato di Torpignattara, periferia romana che, poco più di un anno fa, dovette assistere, attonita, all’atroce assassinio di un commerciante cinese e della sua bambina di un anno, ammazzati da due sbandati marocchini. Anche per reagire a quell’episodio è nata l’idea ed è stata realizzata una grande festa di quartiere, «per trasformare in energia positiva le tensioni che contrappongono vecchi romani e nuovi abitanti», gli stranieri, gli artisti e gli architetti che hanno traslocato alla Maranella. Fra i progetti del comitato c’e anche il recupero del cinema Impero, edificio di pregio degli anni Trenta ora in abbandono, utilizzando, gratuitamente, le competenze e la creatività che il comitato riesce a raccogliere.

Sono centinaia i comitati di questo tipo, da Milano a Roma, a Napoli, Sassari, Cagliari, Torino, Rovigo, persone che si uniscono intorno a un problema: genitori o insegnanti, cooperative o cittadini preoccupati per l’insidia speculativa che distrugge il paesaggio. Il tratto nuovo di queste esperienze è il ruolo attivo e non semplicemente rivendicativo, la «presa in carico», la disponibilità a contribuire alla soluzione del problema. Non solo a denunciarlo. Non fa parte delle associazioni invitate ma, per esempio, «Ciampino bene comune», che si batte contro la speculazione sul terreno dove sorgeva la villa di Messala, si è fatta portavoce, con competenza, ricerche storiche e antropologiche, di una visione alternativa e migliore del territorio di quella dell’amministrazione di sinistra succube dei palazzinari.

L’idea della biennale è che queste esperienze, senza nulla togliere ai doveri della amministrazione pubblica, possano svolgere un ruolo sussidiario nel mantenere un patrimonio che le amministrazioni, anche a causa della casse vuote, non riescono a gestire. Nello stesso spirito la collaborazione con Libera, impegnata a costruire un geoblog, una mappa dei beni confiscati alla mafia, con la loro storia, e di mettere a disposizione l'ormai corposo know how per le amministrazioni e i cittadini che vogliano utilizzare, restituendoli alla comunità i beni confiscati.

Un capitolo a parte e di importanza gigantesca è quello rappresentato dalle dismissioni dei beni demaniali. Paolo Testa (Anci) racconta gli ostacoli che le amministrazioni dello Stato frappongono alla decisione del trasferimento ai comuni, così passano decenni prima che una caserma vuota possa avere un’altra destinazione. Mario Spada parla di «procedura fallimentare», Ferruccio Favaron (ordine degli architetti): «Con la crisi invece di vendere il patrimonio pubblico si deve ragionare su lunghe locazioni, Daniel Modigliani: «beni immobili nel centro delle città hanno un grande valore economico prima ancora di essere trasformati». Forse si dovrebbe iniziare con il rivedere la terminologia: questa idea di «dismettere» come si trattasse di pesi morti è proprio sballata.

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