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Francesco Erbani
I musei senza fondi devono chiudere la domenica
21 Luglio 2012
Beni culturali
Nuovi colpi al sistema della gestione del nostro patrimonio culturale. Mentre studiosi di tutto il mondo denunciano lo sfascio, il Mibac tace. La Repubblica, 19 luglio 2012 (m.p.g.)

Il museo chiude di domenica. Non un piccolo museo, che chiuso sarebbe comunque una ferita, ma la Galleria nazionale d’Arte antica di Palazzo Barberini a Roma, che ospita la Fornarina di Raffaello, l’Annunciazione di Filippo Lippi, il Ritratto di Enrico VIII di Hans Holbein. I custodi non sono sufficienti e non possono più cumulare straordinari, le maggiorazioni festive sono troppo salate e così, dopo aver tenuto sbarrate alcune sale nelle domeniche di primavera, da domenica scorsa si è adottata la soluzione più drastica: niente visite. Tutti fuori. E pazienza che a restare senza Raffaello, ma anche senza Mattia Preti e Pietro da Cortona, fossero tanti turisti stranieri, che in questi giorni si accalcano nelle vie di Roma.

Palazzo Barberini off limits di domenica (anche la prossima e quelle successive) è uno smacco per il sistema dei Beni culturali in Italia. Che va ad aggiungersi agli orari ridotti della Ca’ d’Oro e di Palazzo Grimani a Venezia (i cui custodi sono stati trasferiti per tenere aperte alcune sale delle Gallerie dell’Accademia). Alle tante domus non visitabili a Pompei. Alle sezioni inaccessibili del Museo Nazionale Archeologico di Napoli. Alle difficoltà di tenere aperti altri musei meridionali, come quelli archeologici di Pontecagnano e di Buccino, in provincia di Salerno, da poco restaurati anche con fondi europei. Oppure al paradosso del museo di Baia, in provincia di Napoli, dove le sale sono accessibili solo di mattina perché alcuni restauratori si sono trasformati in custodi.

Una lista dolorosa, e incompleta, effetto dei tagli ai finanziamenti e della drastica riduzione dei custodi. Ma le conseguenze dell’asfissia in cui giace il nostro patrimonio si scontano anche altrove. L’Istituto centrale per i Beni sonori e audiovisivi, l’ex Discoteca di Stato, ha perso la propria autonomia. Poche righe nelle norme della spending review ne hanno decretato il trasferimento presso la Direzione generale dei Beni librari, lasciando nell’incertezza assoluta il direttore e i quasi 40 fra funzionari e tecnici che custodiscono un immenso archivio sonoro (le voci e le musiche che hanno fatto la storia d’Italia, raccolte su oltre 500 mila supporti).

In grave affanno è anche l’Archivio centrale dello Stato a Roma. La goccia che potrebbe far traboccare un vaso colmo da anni è la decisione della direzione di non rinnovare il contratto a cinque giovani precari addetti a recuperare i faldoni nei depositi. Ma, appunto, è solo una goccia. Sullo sfondo c’è la crisi in cui si dimena una delle strutture fondamentali per la memoria di un paese, l’Archivio che in 140 chilometri di scaffalature custodisce le carte in cui quella memoria è consegnata. Falcidiato dai tagli, con un personale sempre più scarso, invecchiato, mortificato eppure tenace nel non abbandonarsi allo sconforto, l’Archivio centrale condivide la sorte di altre strutture della tutela in Italia. Ieri si è svolta un’assemblea dei lavoratori e il direttore, Agostino Attanasio, ha garantito che troverà una soluzione per i cinque giovani precari. I quali lavorano all’Archivio da otto anni, sono stati addestrati a un compito solo apparentemente manuale e invece essenziale per recuperare una media di 70 mila buste l’anno. L’alternativa alla quale aveva pensato la direzione era di rivolgersi all’Ales, una società del ministero che dal prossimo anno dovrebbe essere liquidata: ma, assicurano all’Archivio, il costo sarebbe maggiore rispetto a oggi e per un numero di addetti minore, il che renderebbe ancora più difficile il funzionamento del servizio.

Su Palazzo Barberini si scaricano i paradossi che gravano su tutto il ministero. Per sistemare nell’edificio la Galleria si sono attesi decenni, a causa del braccio di ferro ingaggiato con il Circolo ufficiali che lì era installato. Una battaglia memorabile. Finalmente, nel 2007, Palazzo Barberini ha recuperato la destinazione a museo. Ci sono voluti però altri quattro anni di costosi (22 milioni) e accurati restauri perché le oltre 500 opere, che vanno dai crocifissi duecenteschi ai dipinti neoclassici, fossero ospitate in 37 sale. Ora l’allestimento è di fascinosa bellezza. Ma, a dispetto dell’impegno profuso, un anno dopo la fine dei lavori, si scopre che il personale di custodia è insufficiente. 30 persone su 3 turni sono poche. Con gli straordinari dimezzati si è andati avanti tenendo chiuse la domenica alcune sale. Domenica scorsa i custodi sarebbero stati appena 2. Non c’era altra scelta che chiudere. Fuori al portone sono comparsi i biglietti amareggiati o infuriati di persone venute da tutto il mondo. All’indirizzo elettronico di Palazzo Barberini anche la mail indignata di un professore di Anversa, Willem Lemmens, che lamenta «l’assoluta mancanza di intelligenza delle cose » di chi in Italia gestisce il patrimonio culturale.

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