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Vittorio Emiliani
I musei macchine per far soldi? Non è proprio così…
3 Febbraio 2011
Beni culturali
Contro l’inveterata bufala della cultura che si autofinanzia: menzogna italica che dimostra il nostro provincialismo. Su l’Unità, 3 febbraio 2011 (m.p.g.)

Una delle numerose balle mediatiche che circolano nel nostro Paese è che i grandi musei del mondo sono imprese che fanno un sacco di soldi. E che siamo soltanto noi italiani a non saper sfruttare questa miniera d’oro dei tanti (qualcuno già dice troppi) musei, non sappiamo bene se 4.100 o un po’ di meno. Il primo esempio che viene citato di museo-macchina-da-soldi è il Louvre. Bisognerebbe allora leggersi i bilanci del mega-museo parigino. Uno dei più recenti ci dice che, nonostante gli 8 e più milioni di visitatori, i proventi della biglietteria sono risultati pari a 40,6 milioni di euro e che le “risorse proprie” del più grande museo del mondo sono state pari a 72,7 milioni di euro. Comprese sponsorizzazioni e donazioni (13,2 milioni). Ma a quanto sono ammontate le spese generali? A poco meno di 190 milioni. Difatti le sovvenzioni ricevute dallo Stato sfiorano i 110 milioni. Certo, dal 18-20 per cento di risorse proprie di una quindicina di anni fa si è saliti al 38 circa. Ma siamo lontanissimi dal guadagnare anche un solo centesimo. Di passaggio conviene sottolineare che al Louvre il personale pesa per un 44 per cento circa del bilancio.

Per altri grandi musei ho dati del 2001. Allora le sovvenzioni pubbliche andavano dal 60 al 77 per cento per il Rijkmuseum di Amsterdam, per il Prado, per il Museo Reale di Bruxelles, per l’Arken danese e così via. Casi a parte British Museum e National Gallery di Londra che, come è noto, sono “a offerta” ed hanno entrate proprie molto basse, escluse sponsorizzazioni e donazioni. Pure a parte c’è il caso dei Musei Vaticani, ma non mi risulta che sin qui, su quei bilanci, ci siano state indagini approfondite. Si sa che, su 3 milioni circa di visitatori, il 95 per cento paga un ticket mediamente più caro di quello dei nostri musei o delle nostre aree archeologiche dove la metà circa degli ingressi sono gratuiti (e riguardano studiosi, studenti, scolaresche, anziani, ecc.). Del resto, la cultura è o non è un servizio?

Ma v’è chi ritiene che anche con Verdi e con Rossini si “possa mangiare”, nel senso che si possono guadagnare dei bei denari. Illusione. Sembra già un vero e proprio miracolo laico che sotto la gestione di Gianni Borgna e di Carlo Fuortes, col propellente principale delle stagioni di Santa Cecilia, Musica per Roma, che gestisce il Parco della Musica, abbia raggiunto quote insperate di autofinanziamento, sul 66-67 per cento. Ma, puntualmente, il sindaco Alemanno si è intromesso congedando un competente come Borgna (che vi si dedicava a tempo pieno) per metterci il presidente degli industriali romani nonché presidente della Manifatture Sigaro Toscano SpA, partner di Egon Zender e di altro ancora, Aurelio Regina. E già il responsabile Cultura del Pdl, Federico Mollicone, attacca l’economista Carlo Fuortes amministratore delegato di Musica per Roma: un altro siluramento in vista per ragioni squisitamente politiche?

Ma torniamo a Verdi, cioè al teatro d’opera. Per dire che in nessun Paese di tradizione musicale lo Stato e gli enti regionali e locali si disinteressano della partita. Certo nessuno raggiunge i livelli del Teatro Costanzi di Roma dove, a fronte di una produzione limitata, i dipendenti risultavano aumentati (con gli aggiunti di Caracalla), mentre rimaneva modestissimo il livello delle entrate proprie. Però all’Opera Bastille di Parigi e all’Opera di Berlino le sovvenzioni pubbliche stanno sul 60-65 per cento e a Vienna salgono ancora. Del resto, è sempre stato così: ai tempi di Rossini e di Verdi l’intervento statale era determinante nei territori governati dall’Imperial Regio Governo, mentre Gioacchino Murat aveva importato a Napoli la casa da gioco (nel foyer del San Carlo) per finanziare anche così l’impresa teatrale. Insomma, gestiamo meglio l’intero apparato museale e teatral-musicale, risparmiamo, ma non illudiamoci di guadagnare “un mucchio di soldi”. Dati internazionali alla mano, è una balla clamorosa e deviante. Dovunque la cultura è considerata, questo sì, un buonissimo investimento: per quanto dà ad un Paese in termini di creatività e per l’indotto turistico che provoca. Formidabile se si è bravi e soprattutto non si strangola la cultura.

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