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Simonetta Fiori
I miti risorgimentali che piacquero al fascismo
6 Gennaio 2011
Recensioni e segnalazioni
Nazione, patria (e con queste identità, comunità …); parole ambigue; occorre comprendere il senso e il contesto, e distinguere. La Repubblica, 5 gennaio 2011

Lo storico Banti spiega il suo saggio: "Ecco ciò che il Regime ereditò dall´Unità" - Il bellicismo virile, la patria come comunità sacrificale, il fondamento biopolitico della nazione tornano nel Ventennio, dice lo studioso. Le cui tesi più volte hanno fatto discutere

Cari democratici, fate attenzione a usare i termini di "patria" e "nazione". Sembrano politicamente corretti, in realtà contengono valori come "discendenza di sangue" e "memoria storica esclusiva e selettiva" che non hanno niente di democratico. Ed ancora, possiamo pensare che oggi la Repubblica Italiana abbia davvero bisogno di un´identità "nazionale"? Fin qui Alberto Mario Banti, uno dei più accreditati risorgimentisti italiani, ordinario di Storia contemporanea all´Università di Pisa, non nuovo a sorprendenti sortite sul movimento nazionale, ora artefice di un inusuale epitaffio del discorso nazional-patriottico (Sublime madre nostra. La nazione italiana dal Risorgimento al fascismo, Laterza, pagg. 208, euro 18). Se una ventina d´anni fa Gian Enrico Rusconi si interrogava se eravamo ancora una nazione, oggi lo storico pisano rovescia l´interrogativo: ma è proprio necessario essere una nazione o, meglio, è necessario esserlo come lo intendevano i padri fondatori?

Tutto il ragionamento di Banti si fonda su quelle che egli indica come "figure profonde del discorso nazionale", ossia immagini, miti, allegorie che strutturano la retorica risorgimentale. In questo repertorio nutrito da memorie, diari, inni, poesie, romanzi, lo studioso isola tre figure – la nazione come parentela/famiglia, la nazione come comunità sacrificale, la nazione come comunità sessuata – mostrandone l´integra presenza ed efficacia nella propaganda fascista e perfino nelle argomentazioni razziste fiorite intorno alle leggi del 1938. Da questa continuità/contiguità tra retorica risorgimentale e retorica fascista, fondata secondo Banti sulla "comune concezione genealogica e biopolitica della nazione" e sul "nesso simbolico tra il sangue e la terra", lo studioso ricava le ragioni che rendono oggi improponibile e addirittura pericoloso il discorso nazional-patriottico. E anche il "neo-patriottismo" di Carlo Azeglio Ciampi – figura esemplare della cultura democratica – non sfugge all´accetta dello studioso, che vi rileva l´assonanza con la tradizione discorsiva del nazionalismo classico, segnato dal fascismo.

Ma come si fa a separare una costruzione retorica dalle sue finalità politico-culturali? Se è vero che alcune figure discorsive riecheggiano nella tradizione risorgimentale come in quella fascista, è possibile ignorare che nella prima si declinano con la bandiera del liberalismo e nella seconda con quella della prevaricazione, della violenza e della discriminazione razziale? «Il discorso nazional-patriottico», risponde Banti, «si può declinare secondo diverse proposte politico-istituzionale, ma questa mi pare una prospettiva sbagliata. Io voglio richiamare l´attenzione sul fatto che non c´è un rapporto necessario tra quel discorso retorico fondato sul sangue e sul bellicismo virile e le proposte liberali e democratiche che pure caratterizzarono il Risorgimento. Quel repertorio di immagini e di figure appartiene più naturalmente alla cultura politica fascista, tanto che il travaso da una tradizione all´altra avviene senza rotture né incoerenze».

Ma lo stesso repertorio risorgimentale di amore per la patria e di eroismo sacrificale si ritrova nelle lettere dei condannati a morte della Resistenza, documenti fondanti della cultura democratica italiana. «Quei resistenti s´erano formati sui banchi delle scuole fasciste, assorbendone la strumentazione retorica». Però la nozione di patria si carica di un significato opposto rispetto a quello fascista. «Il centro del mio discorso è un altro», liquida Banti, determinato nel procedere fino in fondo lungo la sua traiettoria. «Il nazionalismo risorgimentale si struttura intorno a una concezione biopolitica della comunità. Si appartiene alla comunità per nascita, per legame di sangue, non per scelta. Questa nozione biopolitica è stata irrigidita e radicalizzata dal fascismo, fino all´infamia delle leggi razziali, che rappresentano però il coerente sviluppo del criterio della purezza della discendenza. Anche oggi la cittadinanza italiana è fondata sul sangue: è italiano chi è figlio di genitori italiani, mentre per i figli degli immigrati c´è una procedura che prevede la sottoscrizione d´un patto di fedeltà alla Costituzione. Perché in nome di un´appartenenza naturale i nostri figli possono acquisire diritti civili e politici, mentre quelli degli altri devono firmare un patto? Non sarebbe più giusto se anche i nostri figli fossero soggetti a un accordo collettivo di lealtà costituzionale?».

La storia del Novecento ha visto però nazioni democratiche e nazioni totalitarie, segno che gli sviluppi del nazionalismo ottocentesco possono essere diversi. Liquidando il discorso nazionale e tutte le sue liturgie, non c´è il rischio di regalare nozioni come "patria" e "nazione" a una destra non democratica? E perché si deve rimanere necessariamente spiazzati – lo rileva Banti nelle conclusioni – di fronte a personalità come Romano Prodi che intonano l´inno nazionale? «Sono rituali che con difficoltà di distanziano da quel complesso di valori che ho già illustrato: la discendenza del sangue, la nazione come parentela, etc. Non credo che questa sia la migliore attrezzatura per affrontare le sfide della globalizzazione». Ma il complesso sentimento nazionale dei padri fondatori si esaurisce solo nella formula di sangue e suolo? E il povero Manzoni, componendo il celebre verso "Una d´arme, di lingua, d´altare/ di memorie, di sangue e di cor", poteva mai immaginare di essere un giorno imparentato alla famiglia di Telesio Interlandi? La discussione è aperta.

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