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Giorgio Ruffolo
I due fronti della crisi
19 Novembre 2008
Capitalismo oggi
Chiamiamola, se vuoi, stabilizzazione, ma è proprio un’altra economia (e un’altra politica) che sono necessarie per salvare il pianeta. La Repubblica, 12 novembre 2008

L’economia si trova a dover combattere su due fronti. Da un lato la crisi minaccia la crescita che è considerata, oggi, l’irrinunciabile sostegno dell’economia. Dall’altro, la crescita minaccia la sopravvivenza, che si basa sui grandi equilibri ecologici. A questo dilemma si possono dare due risposte opposte. Ambientalisti rigorosi come Carla Ravaioli, che nel suo ultimo libro, “Ambiente e pace, una sola rivoluzione”, torna sul problema cui ha dedicato una instancabile e meritoria analisi, danno la risposta che è stata definita da Serge Latouche decrescita, e che più propriamente dovrebbe chiamarsi stabilizzazione. Questa risposta è contestata da chi la considera poco meno che una bestemmia ma anche da chi, più ragionevolmente (come Federico Rampini, Repubblica dell’8 novembre) considera la crescita come il presupposto degli stessi investimenti “ambientalistici”, come quelli destinati a sviluppare energie rinnovabili. Su posizioni più estreme si pongono i “crescitòmani” che negano pericoli ecologici imminenti e invocano, di fronte alla minaccia di recessione provocata dall’attuale gravissima crisi, di fare ogni sforzo per fare ripartire la crescita, con priorità assoluta su politiche ambientalistiche che possono frenarla. Si tratta di due posizioni inconciliabili? Credo di sì. E francamente non mi convincono i sostenitori del “green growth”, della crescita compatibile con l’equilibrio ambientale. Si possono certamente realizzare investimenti con tecniche che consentano costi ecologici minori. Ma, nell’insieme, la “green growth” appartiene alla categoria degli ossimori, del tipo “botte piena e moglie ubriaca”. Né è ragionevole la tesi del rinvio, di chi non nega la minaccia “ecologica” ma la ritiene meno imminente. Oggi, si dice con apparente ragionevolezza, il pericolo imminente è la recessione. Alle politiche ambientali si penserà dopo. Il fatto è che la drammaticità della minaccia ecologica sta proprio nella sua imminenza. Se la casa brucia è ragionevole voltare le pompe dell’acqua da un’altra parte? Qual è il rischio maggiore? quello della recessione o quello della sopravvivenza? Certo, le minacce, pure entrambe incombenti, hanno tempi di maturazione diversi. Il che non significa affatto che debbano essere ritardati gli interventi diretti a scongiurarle. Il fatto vero è che non c’è compatibilità tra equilibrio ecologico e crescita; mentre, invece, si può rendere compatibile l’equilibrio ecologico con l’equilibrio economico. Una economia prospera con una economia non distruttiva. Ciò richiede però un radicale mutamento di paradigma: culturale e morale prima che economico: il passaggio da una economia di crescita a una economia di equilibrio, di “stato stazionario”. Che non significa affatto stato statico. Un lago con immissari ed emissari è un sistema aperto e dinamico, non uno stagno; mentre, d’altra parte, un lago provvisto solo di immissari non può evitare l’inondazione. In altri termini, la crescita continua, senza fine, è insostenibile. E’anche una crescita senza fini. Oltre che insostenibile, insensata. Una economia ecologicamente equilibrata è possibile solo se al criterio della massimizzazione (di tutto di più, di beni e di mali, come nello slogan della Rai, che si adatta benissimo al Pil, prodotto interno lordo) si sostituisce quello della ottimizzazione: e cioè della distinzione, nella allocazione delle risorse, tra quelle ammissibili e quelle non ammissibili, quelle prioritarie e quelle non prioritarie. Questa scelta «suprema», questa programmazione, non la si può affidare al mercato. Anche i più fanatici liberisti concordano sul fatto che ci sono cose che non si possono vendere e comprare. Tra queste, e per prima, non può non esserci proprio la decisione su ciò che si può e su ciò che non si può vendere e comprare. Questa è decisione che spetta alla politica democratica. E’ all’interno di questo paradigma di scelte che il mercato, per ogni altro aspetto libero, ritrova la sua libertà: la quale, non si dovrebbe dimenticarlo, è assicurata dalla libera concorrenza: che a sua volta presuppone politiche di intervento antimonopolistiche. Solo in una condizione di equilibrio dinamico e di concorrenza libera il mercato può ritrovare la sua efficienza e la sua base morale.

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