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Susanne Böhme Kuby
I debiti della Germania nei confronti della Grecia
2 Agosto 2015
Articoli del 2015
Ecco perché non è irragionevole la proposta di Tsipras e Varafoukis di ragionare sul debito finanziario della Germania nei confronti del mondo.
Ecco perché non è irragionevole la proposta di Tsipras e Varafoukis di ragionare sul debito finanziario della Germania nei confronti del mondo.

Ytali, 30 luglio 2015

L'articolo di Susanne Böhm-Kuby, di cui raccomandiamo la lettura a chi voglia comprendere meglio perché siano del tutto ragionevoli le richieste di Tsipras e Varoufoukis, è la replica a una intervista comparsa sul medesimo sito a firma di Angelo Bolaffi. L'intervista è assolutamente incredibile non tanto per il suo contenuto (chiunque ha il diritto di schierarsi alla destra del più reazionario dei sostenitori di Wolfgang Schuble e Siegmund Gabriel), ma per il fatto che l'ha rilasciata l'ex direttore dell'istituto di cultura italiana di Berlino: cioè del rappresentante ufficiale in Germania della cultura italiana così come la interpreta il governo. E per comprendere meglio l'Italia governativa che vi segnaliamo qui l'intervista rilasciata da Bolaffi


I DEBITI DELLA GERMANIA
NEI CONFRONTI DELLA GRECIA

di Susanna Böme-Kuby

Il “cuore tedesco” di Angelo Bolaffi aveva già dato ampia prova della sua salda fede bundesrepubblicana, e la sola padronanza della lingua tedesca da lui auspicata non basta evidentemente per comprendere a fondo le vicende economiche e le implicazioni storiche della Germania.

La preoccupazione per una montante “sindrome antitedesca” si potrebbe lasciare agli stessi tedeschi che si sentono di nuovo vittime e messi alla gogna, e non solo dai “radicali di sinistra” nell’Europa meridionale: “Die Ungeliebten/ I non amati” titola Die Zeit. Il settimanale si sofferma sui modi in cui viene percepito lo stile autoritario tedesco nelle trattative con la Grecia, non affronta la sostanza del contenzioso, ma auspica infine di poter dare “alla predominanza economica dei tedeschi una nuova forma accettabile nella tradizione dell’umanesimo europeo”.

Mi pare utile invece mettere in luce le cause profonde del complesso squilibrio intereuropeo nel quale riemerge dall’attuale tragedia greca anche una “nuova questione tedesca”, rilevata dal New York Times. Lo strangolamento di fatto dell’economia greca costituisce una realtà che viene percepita in modi completamente diversi non solo tra nord e sud, ma anche all’interno delle nazioni stesse, e la miopia tedesca appare eclatante.

Marco D’Eramo ha rilevato la grande responsabilità delle élite tedesche, quella “di aver consentito, incoraggiato e infine imposto alla stragrande maggioranza della popolazione tedesca una visione della storia che niente ha a che vedere con la realtà e che favorisce tutti gli stereotipi più nazionalisti, xenofobi e persino razzisti.” E chiama in causa il gioco delle parti “di una classe dominante che si dice ‘costretta’ a esigere dalla Grecia insane misure di austerità, perché altrimenti perderebbe i favori di un’opinione pubblica” che questa stessa classe ha plasmato per non perdere il consenso popolare.

Mi torna in mente a proposito la nota constatazione di Axel Springer, primo monopolista della stampa tedesco-occidentale e fondatore nel 1947 del quotidiano Bild: “Alla fine della guerra ho capito che c’era una cosa che il lettore tedesco non avrebbe voluto fare in nessun modo: riflettere, pensare. Di conseguenza ho impostato i miei giornali.”

Vent’anni dopo furono gli studenti del ’68 a chiedere nei loro cortei: “Espropriate Springer!” Invano. La sua vedova, Friede Springer, una delle donne più influenti dell’establishment tedesco, è anche una stretta consigliera di Angela Merkel. E lo Springer-Konzern opera oggi in una quarantina di paesi, soprattutto nei paesi dell’est ex-sovietico.

Il progetto concreto degli Stati uniti d’Europa è nato un secolo fa non dall’impeto popolare, ma dalle esigenze economiche delle élite europee per assicurarsi un loro spazio vitale nel nuovo ordine mondiale dopo la fine del predominio britannico.

Lenin aveva intuito già nel 1915 che un’Europa unita su base capitalista avrebbe riproposto dei rapporti economici di tipo coloniale tra le singole nazioni. E il primo modello paneuropeo del Conte Coudenhove-Calergi propose, dopo la prima guerra mondiale, una unione dotata di moneta unica che doveva garantire l’unità economica e militare all’Europa come baluardo contro l’Unione sovietica, di cui si temevano contagi e mire espansive.

Le idee europeiste del grande capitale dopo la seconda guerra mondiale si orientavano in una direzione simile, sempre in funzione antisovietica, ora pro-atlantica.

Ovviamente dopo i due macelli mondiali si prospettò ai popoli europei una ricostruzione pacifica in una futura unione europea quale garante di pace che durò per circa quarant’anni. Ma la fine della guerra fredda aprì un altro scenario. Anziché smilitarizzarsi la UE venne di fatto associata alla NATO dagli anni Novanta in poi e impegnata per la prima volta dopo il 1945 in nuove guerre (“missioni umanitarie”) nello stesso ambito europeo (Jugoslavia) e nel resto del mondo.

In tal modo la UE è tuttora non autonoma in politica estera, ma strettamente legata agli USA. Le divergenze d’interesse tra i due poli sono evidenti e preoccupanti in molti casi, quello più pericoloso si sta sviluppando attualmente sul nuovo “fronte orientale” della NATO, in Ucraina. Di questo scenario occorre tener presente quando si parla della Grecia, avamposto sudorientale della UE/NATO. Dove nella guerra civile dopo la guerra era stata impedita una svolta comunista e imposta negli anni sessanta una pesante dittatura militare.

La Repubblica federale tedesca è dal suo inizio nel 1949 il perno di quell’Europa atlantica, e i suoi presupposti industriali, economici e sociali permisero una ricostruzione e una crescita molto più rapide che in paesi vicini, magari vincitori della guerra.

Tra quelle premesse storico-economiche – che sono alla base anche dell’odierna predominanza tedesca in Europa – occorre ricordare lo stock del capitale privato accumulato sfruttando il lavoro coatto e mai retribuito di ben 18 milioni di lavoratori stranieri trascinati di forza nella grande Germania durante la guerra. E anche il fatto che le ingenti riparazioni di guerra dovute dal Reich tedesco sia dopo la prima sia dopo la seconda guerra mondiale a una sessantina di Stati belligeranti, vennero pagate solo in minima parte. (Solo il risarcimento più grande, quello assegnato dagli Alleati all’URSS durante la Conferenza di Potsdam (1945), venne in seguito pagato esclusivamente dalla Germania orientale, poi RDT.) Fu guerra fredda. Quando questa venne dichiarata di fatto nel 1947 dal Segretario di Stato John F. Dulles, insieme all’annuncio del piano Marshall per un’Europa postbellica modello USA, era ovvio che quell’Europa sarebbe stata lontana da modelli come quello federale e neutrale di Ventotene o quello a favore di uno sviluppo socialista del manifesto di Buchenwald.

L’Europa atlantica metteva al suo centro il motore economico pressoché intatto della Germania occidentale e prevedeva da subito anche il suo riarmo nell’ambito della futura NATO. Per agevolare lo sviluppo e la riammissione politica della Germania nel contesto europeo si elaborò a Londra nel 1953 un complesso Trattato sul debito che abbonò al Reich tedesco la parte maggiore dei suoi debiti di guerra nei confronti del resto del mondo, spostando eventuali risarcimenti ulteriori a un futuro Trattato di pace dopo un’ipotetica riunificazione delle due repubbliche tedesche fondate nel 1949.

Ma quando questa riunificazione avvenne infine, nel 1989/90, i tedeschi elusero ancora – con l’Accordo 2+4 tra le due Germanie e gli Alleati – la stipula di un vero Trattato di pace che avrebbe riaperto molte richieste e problematiche che ormai la Germania unita vuole chiuse per sempre. Rimane invece di fatto – oltre all’incancellabile colpa tedesca – anche un enorme debito mai onorato.

Non per ultimo stona anche per questo la rigida richiesta dei tedeschi ai greci di pagare il loro debito come ogni buon padre di famiglia. Di fronte alle difficoltà generate dallo squilibrio dovuto anche all’attuale eccessivo export e surplus tedesco si dovrebbe ricominciare a parlare del vecchio debito tedesco ad alta voce in Europa. La questione non riguarda solo i greci, che l’hanno sollevata da tempo, ma anche altri, come gli italiani ben sanno.

In un recente studio (Griechenland am Abgrund. Die deutsche Reparationsschuld, Hamburg, VSA, 2015), recensito su il manifesto da Beppe Caccia (4/7/2015), lo storico Karl Heinz Roth ha sviluppato un piano dettagliato di come la Germania potrebbe onorare almeno nei confronti della Grecia il suo debito di guerra per evitare il crollo dell’intero assetto europeo:

I 7,1 miliardi di dollari concessi nel 1946 alla Conferenza di Parigi alla Grecia corrispondono oggi ad almeno novanta miliardi di euro. Roth propone quindi un trasferimento di una parte delle ricche riserve auree della Bundesbank alle istituzioni finanziarie europee: 28 miliardi per coprire il necessario taglio del cinquanta per cento del debito pubblico greco, sette miliardi alla Banca centrale greca per una programmi di aiuti immediati, 25 miliardi alla Banca europea di investimenti che metterà a disposizione dei crediti non rimborsabili per un grande programma di investimenti da parte di una Banca pubblica greca, otto miliardi per un fondo di risarcimento alla Memoria al quale potrebbero attingere i familiari delle vittime dei massacri tedeschi di guerra oltre al finanziamento di un Istituto di ricerca su guerra, occupazione e resistenza, i restanti 22 miliardi per un fondo di risarcimento europeo a favore anche di altri gruppi di vittime – come punto di partenza per una grande conferenza internazionale che dovrebbe essere in grado di mettere fine alle ipoteche della seconda guerra mondiale che tuttora, ben settant’anni dopo, gravano ancora in modo rilevante sul futuro europeo.

Si obietterà che negli attuali rapporti di forza un simile progetto appare irreale, utopico. Ma l’idea che si possano usare questi vecchi debiti tedeschi per finanziare un programma post-keynesiano in grado di portare fuori dalla crisi le economie europee da un disastro prevedibile, se non si cambia sistema, potrebbe costituire un grande compito politico per le sinistre unite europee. E la Germania potrebbe finalmente entrare in sintonia con la “tradizione dell’umanesimo europeo”, auspicato da Die Zeit.

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