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Vittorio Gregotti
I confini della metropoli
27 Gennaio 2011
Recensioni e segnalazioni
Per Laterza esce “La fine della Città”, intervista a Leonardo Benevolo a cura di Francesco Erbani, una – in verità piuttosto neutra - recensione dal Corriere della Sera, 27 gennaio 2011 (f.b.)

Come è ben noto, nella seconda metà del XX secolo le personalità italiane più influenti per ciò che riguarda la storia dell’architettura moderna, pur con tutta l’ambiguità di questa definizione, sono Giulio Carlo Argan (1909-1992), Bruno Zevi (1918-2000), Manfredo Tafuri (1935-1994) e Leonardo Benevolo. Quattro personalità molto diverse, sovente opposte per quanto attiene allo sguardo sulle ragioni storiche, ideologiche, e i giudizi di valore, intorno a cosa sia stata e abbia significato (e forse significhi ancora) la modernità in architettura.

Leonardo Benevolo dopo aver pubblicato una ventina di libri intorno all’argomento (tra i quali, nel 1960, la sua celebre Storia dell’architettura moderna; nel 1963 Le origini dell’urbanistica moderna; nel 2008 L’architettura del nuovo millennio) ha in questi giorni edito una lunga intervista dal titolo La fine della città (Laterza, pagine 160, e 12) in cui conversa con Francesco Erbani su questo minaccioso argomento (soprattutto sui destini della città europea) concretamente connesso al racconto delle esperienze di pianificazione di Brescia, Roma, Palermo, Urbino, Venezia.

Ovviamente la cultura della globalizzazione in quanto cultura del capitalismo finanziario ha, nello sviluppo infinito e senza regole, un valore che si rispecchia nei modi in cui la città, affascinata dal modello della supermetropoli, si costruisce e si dilata secondo l’ideologia della deregolazione e la cui omogeneità rappresenta una perdita progressiva del valore della differenza tra le culture. Alla previsione di un qualche ordine costruito nell’interesse civile si sostituisce un accostamento di oggetti ingranditi in competizione per dimensione e per bizzarria senza fondamento di senso in un accostamento senza disegno degli spazi tra le cose, in quanto disegno urbano.

E Leonardo Benevolo parla di questi problemi soprattutto a partire dai destini della città europea e della sua storia. L’ultimo capitolo del libro inizia, come il primo, con un richiamo all’architettura come «ricerca paziente» secondo l’insegnamento di Le Corbusier. È una citazione che vuole essere radicalmente dialettica rispetto all’architettura dell’ «advertising» , dell’architetto «come protagonista mediatico» , delle archistar piccole e grandi. Essi, scrive Benevolo, «appartengono a un sistema che non è certo quello dell’architettura moderna» .

«L’idea di città— aveva scritto nel primo capitolo— pone il problema del limite: non compete con lo spazio infinito» , proponendosi così un rovesciamento dell’attuale modello della supercittà con un’estensione illimitata dello sprawl (lo spazio urbano). «Molto istruttivo è il caso di Milano— scrive Benevolo —. Tranne il caso Bicocca, che resta un’eccezione, il meccanismo della valorizzazione fondiaria relega le scelte progettuali in zone marginali» . E prosegue: «Molto indicativa è la vicenda dell’ex Fiera, dove è stato scelto il progetto peggiore» (e, aggiungo io, nel modo peggiore, con la complicità delle amministrazioni). «È il privilegio accordato al disordine— aggiunge Benevolo — forse l’ultimo privilegio concesso all’architettura» .

E poi: «La distruzione del paesaggio italiano non è casuale: è stato pagato in contanti» scrive concludendo le sue dichiarazioni. Il libro è scritto sotto forma di una intervista che descrive in larga parte la sua biografia, una biografia di professore, di urbanista e di storico, e della sua stessa avventura professionale: eventi e relazioni a partire dagli anni del primo dopoguerra a Roma, con i relativi intrighi e con le sue battaglie civili. Ma è anche una cronaca che motiva con grande rigore morale e con grande senso della responsabilità la severità di suoi giudizi sullo stato della cultura architettonica e della città non solo italiana.

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