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Salvatore Settis
I Beni culturali e la politica delle "concessioni"
23 Febbraio 2007
Beni culturali
Liquidare il patrimonio pubblico, come si continua allegramente a fare, significa contraddire “la tutela del paesaggio e del patrimonio storico.artistico della Nazione”. Da la Repubblica del 23 febbraio 2007

In quella che fu la patria del diritto, sempre più spesso le leggi non danno normative di lungo periodo, ma sono un gesto di comunicazione e d’immagine, valgono in primis per il loro effetto-annuncio. Effimere come un comunicato stampa, si fanno e si sfanno (passando per fasi di proroga, deroga, surroga), ma come notizie di cronaca vengono presto dimenticate nell’incalzare di nuovi regolamenti e decreti: un pulviscolo che col suo flusso ininterrotto oscura la norma, la rende inconoscibile e impraticabile. Un caso da manuale furono, nella stagione del centrodestra, i reati contro il paesaggio: ogni sanatoria fu severamente vietata dal Codice dei Beni Culturali promosso dal ministro Urbani (che giustamente se ne vantò), ma pochi mesi dopo la legge sull’ambiente introdusse una totale depenalizzazione e sanatoria. Contraddizioni della politica? Certo, ma anche logoramento di una civiltà giuridica, svuotamento dei contenuti legislativi, oblio della Costituzione repubblicana.

Non siamo ancora al riparo da questo processo di degrado. Il nuovo governo ha riaffermato la fedeltà all’art. 9 della Costituzione ("La Repubblica tutela il paesaggio e il patrimonio storico-artistico della Nazione"), ma non tutti i suoi atti sono coerenti in tal senso. E’ vero che la politica di dismissioni di immobili pubblici di valore culturale inaugurata con scarso successo da Tremonti sembra abbandonata, ma essa continua pienamente a livello dei Comuni (basti citare Roma e Venezia). E non è morta l’idea-base di Tremonti, che i beni culturali pubblici debbano essere utilizzati per contenere il disavanzo: la Finanziaria 2007 (comma 259) prevede la "valorizzazione a fini economici dei beni immobili tramite concessione o locazione". Le locazioni, della durata di 50 anni, prevedono la "riqualificazione e riconversione… tramite interventi di recupero, restauro, ristrutturazione, anche con l’introduzione di nuove destinazioni d’uso". La norma prevede, è vero, il rispetto del Codice dei Beni Culturali, ma intanto ne mina un assunto-base, e cioè che la valorizzazione va intesa "al fine di promuovere lo sviluppo della cultura" (art. 6), e non per fini economici. Non è un timore astratto: il comma 263 della Finanziaria di fatto riapre i termini per la dismissione degli immobili pubblici della Difesa, in modo che siano "inseriti in programmi di dismissione e valorizzazione ai sensi delle norme vigenti in materia", pudico riferimento alle norme Tremonti che nessuno ha abolito: redazione rapidissima degli elenchi di beni da porre in vendita, 90 giorni di tempo per le Soprintendenze (anziché 120 come nel Codice) per opporvisi. Con questo comma, anzi, la Finanziaria oblitera perfino il riferimento di garanzia al Codice contenuto nella legge 248/2005, art. 11/5: insomma, è più tremontiana del governo Berlusconi.

Questa politica delle "concessioni" si estende alla gestione dei beni culturali, favorita dalla mancanza di personale nelle Soprintendenze e dall’interpretazione equivoca e contra legem della valorizzazione in senso meramente economico. Il Codice, in coerenza con le norme dell’Unione Europea, privilegia l’ipotesi di una gestione diretta dell’ente proprietario, che può creare all’uopo società al 100% pubbliche, giustificandone la formazione con specifici progetti di valorizzazione (intesa in senso culturale). In ogni altro caso, l’ente proprietario deve ricorrere al mercato, né può costituire Fondazioni che direttamente gestiscano musei e monumenti. Lo ha imparato a sue spese il Comune di Roma: l’affidamento diretto dei musei comunali alla società Zetema è stato prontamente annullato dal Tar del Lazio (sentenza 1117/2006) per illegittimità. Eppure, si legge ora sui giornali che in Campania verrebbero trasferiti alla Regione aree di enorme rilevanza come Paestum e Velia, i Campi Flegrei, le certose di Padula e Capri, con l’intesa di affidarne la gestione, senza gara pubblica, a una SpA appositamente costituita (Scabec), con capitale al 50% privato. Di analoghi progetti si parla anche per Venaria reale ed altre residenze sabaude: nell’un caso e nell’altro, preferendo a quel che pare non la gestione diretta dello Stato, non la trasparente dinamica del libero mercato, bensì affidamenti fiduciari vietati dalle norme della Comunità Europea. In attesa, s’intende, delle prossime sentenze dei Tar.

Queste e simili "concessioni" che nella confusione dei linguaggi si vanno apparecchiando dietro le quinte ricordano quelle dell’impero cinese in disfacimento: forme di colonizzazione mascherata, che a volte (come la concessione italiana di Tien-tsin) ebbero vita breve, a volte (Macao e Hong-Kong) assai più lunga. Sul fronte dei beni culturali, la disinvolta interpretazione delle leggi e la cessione di spazi e poteri sembra prefigurare uno Stato a sovranità limitata, in costante ritirata, incapace di progetti di grande respiro, dimentico della propria Costituzione. Resta, si capisce, il muro di carta delle leggi, quello che Natalino Irti fin dal titolo di un libro recentissimo ha chiamato Il salvagente della forma (Laterza). Perchè, scrive Irti, «il formalismo si delinea come corrispettivo dell’indifferenza contenutistica», e in questo naufragio dei tempi «la Costituzione, gravemente indebolita, rimane custode dei diritti fondamentali, ma non più sollecita e genera leggi di attuazione».

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