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Antonello Sotgia
Guardare le città dall'alto
17 Maggio 2010
Recensioni e segnalazioni
"Mezzo secolo di urbanistica raccontati in prima persona": una recensione del libro di Vezio De Lucia. Carta, 14 maggio 2010

Vezio De Lucia “ Le mie città. Mezzo secolo di urbanistica in Italia” Prefazione di Alberto Asor Rosa. Ediz. Diabasis Reggio Emilia 2010. Euro 18.

Quello di raccontare le città come se fossero “proprie” è privilegio concesso solo ad alcuni urbanisti. A chi affronta quel duro lavoro dispiegando sul tavolo la planimetria della città che si vuole “possedere”.

Guardare le città, dall’alto della loro più compiuta forma di rappresentazione, permette di farle proprie nella sola forma accettabile del desiderio: quella di riconoscere, nei segmenti di costruito sempre pronti a tracimare su elementi e spazi naturali, la possibilità di porre fine al consumo di suolo urbanizzato che, nel nostro paese, è avvenuto, in termini di quantità edificata nell’ultimo mezzo secolo, moltiplicando per nove quanto si era costruito nei precedenti duemila anni.

Vezio De Lucia, che ha fatto della lotta al consumo di suolo, il progetto della propria vita, a buon diritto, titola “le mie città” il libro in cui analizza la deriva della disciplina urbanistica. Odia i privilegi; così dichiara, subito, che la sua forma di possesso è la passione. Quella che prova e ha provato per quei luoghi in cui ha combattuto e combatte.

Che si sia trattato di battaglie è evidente solo pensando alla sua “cacciata” dal Ministero dei Lavori Pubblici da parte di un ministro star della stagione di tangentopoli.

Le città e i territori di Vezio sono quelli che ha attraversato da funzionario pubblico, amministratore, progettista, studioso, dove, sempre, ha cercato di far comprendere che “non sono le previsioni urbanistiche a determinare il successo delle previsioni economiche”. Che le radicali operazioni di trasformazione della città contemporanea potranno essere possibili solo intervenendo su proprietà pubblica delle aree e controllo pubblico delle decisioni.

Che, ancora, le sue città - ma anche il paese- non meritano quello che, in questo mezzo secolo di urbanistica, hanno subito come esito della disciplina urbanistica. Il libro territorializza e mette in fila questi snodi; presenta i progetti messi in campo per contrastarli.

Vezio continua a dirci che in urbanistica non esistono diritti acquisiti una volta per sempre. Che l’urbanistica serve: a ridefinire le forme politiche per non far svendere o riconquistare la ricchezza dell’abitare che ci deriva dal comprendere prima e valorizzare poi, proprio i beni comuni; che la città è costruzione collettiva per eccellenza.

Che i piani, quando riescono a motivarlo come vantaggio per i più, possono [ debbono] cancellare previsioni palesemente errate. Ed è qui che le cose si complicano.

Come è possibile cercare motivazioni per il bene dei più quando insieme con l’urbanistica è scomparsa proprio la grande narrazione urbana alla base dell’abitare; quando una strumentazione tecnica di chiaro stampo eversivo persegue la sola valorizzazione immobiliare? Quando i piani non sono pensati a dare sostanza alle cose sperate, ma a confinarci nella miseria dell’attuale nostro abitare?.

Con passione. “ Senza passione - dice Vezio - sono i pedanti”. Non esiste altro progetto possibile per conquistare quei dispositivi che, mutando la nostra condizione di abitanti della metropoli, ci facciano considerare anche le forme della produzione umana. E’ il lavoro, la creatività, le idee i pensieri, i saperi, le immagini, gli affetti, le relazioni sociali a qualificare il valore della vita come scala di valutazione dell’abitare. Per desiderare [possedere] le nostre città. Asor Rosa dice, introducendo il libro, addirittura per cambiare il mondo perché “per redimere la politica c’è bisogno dell’urbanistica e viceversa”.

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