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Lodo Meneghetti
Guardare al di là di Napoli
25 Febbraio 2008
Lodovico (Lodo) Meneghetti
Guardo l’apocalisse napoletana da un punto di vista...

Guardo l’apocalisse napoletana da un punto di vista urbanistico generale. Destino del territorio, del paesaggio, degli spazi aperti, di quel poco di campagna produttiva rimasta in Italia. Il nostro territorio consiste in una specie di deposito incustodito buono per tutte le stagioni e per ogni roba. Cosa non facciamo al territorio, cosa non gli scarichiamo sopra e sotto senza chiedergli il permesso. Abbiamo coperto le superfici libere con miliardi di tonnellate di pattume: in primo luogo costituito dai 120 milioni di stanze d’abitazione delle quali più di un quinto vuote (ma capaci di devastare le coste marine e lacustri, le chine montane e collinari), un altro quinto superflue e il rimanente, detratte le case d’anteguerra, responsabile delle rovinose brutture di centri urbani e periferie. E poi tutti gli altri tipi di edifici di cui buona parte abbandonati come gl’inservibili capannoni di industrie in crisi o abolite, come i giganteschi fabbricati per attività terziarie morti per manifesta inutilità. E vari generi di infrastrutture fra cui autostrade clientelari e sbagliate, un affare gonfiato ad arte mediante il sopradimensionamento delle opere, cemento e ferro moltiplicati per tre rispetto al necessario (esempio la ricostruzione della Milano-Torino). E la spazzatura vera e propria, l’immondizia che ogni cittadino produce, noncurante, come fosse un robot dedito a prendere le cose da una parte e a depositarle dall’altra: dove? Diamine, da qualche parte, appunto completando l’occupazione della terra libera. Così la raccolta realizza altri colossali edifici costituiti dalla miriade di prefabbricati che sono le stupide “ecoballe”; costruzioni come gigantesche mastabe che gli egiziani non sarebbero stati in grado di erigere. Oppure disloca sterminati profondi vasconi dove gli strati successivi della ricompressa materia presenteranno agli archeologi del 3000 curiose e pericolose testimonianze di una speciale inciviltà distrutta dalla proprie deiezioni.

E arrivarono i sospettabili inceneritori e i “progressisti” termovalorizzatori (valorizzare, parola la cui sola pronuncia dà ai nervi, figurarsi quando diventa azione concreta). Altri potenti invasori dello spazio libero, altri sovvertimenti territoriali. E’ buona cosa non buttare il calore, è cattiva inferire altri duri colpi al nostro personaggio-territorio che non può sostenerne più. Installazioni come queste sono veri e propri insediamenti industriali complessi, massivi, imponenti, inquinanti ammorbanti infestanti in diversi modi; andirivieni incessante di automezzi, strade per farli muovere, condotte, rumori. Insomma un enorme carico territoriale degli impianti che si trascinano dietro la necessaria violenza di varie infrastrutture.

L’Italia è un paese perso, ha mangiato in gran parte sé stesso. Tuttavia cerchiamo di trasmetterne i lacerti nobili alle nuove generazioni, sperando che circa l’intero paesaggio siano loro ad avviare l’unica azione sensata: demolire demolire demolire, restaurare restaurare restaurare. Per questo dobbiamo ad ogni costo difenderli, quei residui, da ogni insolenza sviluppista. Il tema dei rifiuti e il tema energetico si tengono insieme. Ci domandiamo, per dirne una relativa ai compiti della politica: che fine ha fatto l’impegno per un piano energetico nazionale, effettivo, non parolaio? e perché la sinistra non ha affrontato seriamente il problema della produzione delle merci e del consumo? Parlano di termovalorizzatori e tacciono delle cose da bruciare. Allora, la nozione di spreco e del consumismo riguarda tutto, merci ed energia. Spreco significa consumo superfluo, eppure ridurne anche il più stupido terrorizza a destra e a sinistra giacché il pensiero unico si fonda sulla perorazione di più consumi più consumi più consumi, sembrando questa l’unica scelta possibile per sostenere la produzione. Ricordo l’articolo di Carla Ravaioli del giugno 2005, Energie rinnovabili e capitalismo. Lo spreco è connaturato al modello di sviluppo capitalistico. Per risparmiare energia e merci occorre “un forte e progressivo contenimento della crescita razionalmente pianificato e gradualmente attuato: insomma un modello economico e sociale diverso da quello oggi vincente”. Eh, già; penso che dovremmo rilanciare le vecchie convinzioni. Cominciamo dai peggiori beni di scambio rappresentativi del consumismo: li negherebbero cittadini che aspirino davvero ai più alti livelli di civiltà e, in conseguenza, di autentica modernità. Nelle questioni relative al territorio e alla città serve di nuovo, come cinquant’anni fa, un’analisi di classe in senso marxiano. Non diversamente, circa la prospettiva di produzioni e consumi da cui possa derivare un’effettiva riduzione degli oggetti e dei loro detriti, dei prodotti vitali e dei loro avanzi, connaturandovi il risparmio energetico, vuol dire privilegiare i beni d’uso necessario di per sé limitati di numero. Ma bisogna imparare a disdegnare, oltre ai puri beni di scambio, coloro che ce li vogliono imporre.

Milano, 19 gennaio 2008

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