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Carla Ravaioli
Green economy, great business
10 Febbraio 2010
Carla Ravaioli
Il summit di Copenhagen ha inquinato più di quanto inquina il Marocco in un anno

. Non so quanto esatto sia il calcolo alla base di questa affermazione, da me colta casualmente nel corso di un rapido ascolto di notiziari radiofonici diversi. Ma - anche scontando una valutazione in qualche misura partigiana - è senza dubbio una fondata quanto significativa lettura di un evento in cui quantità e spreco (inquinamento quindi) sono stati dominanti.

Più di centomila persone convenute nella capitale danese; più di venticinquemila tra delegati, giornalisti, osservatori, rappresentanti di organismi vari, ammessi al Bella Center, luogo del meeting; schiere di organizzatori, funzionari, sorveglianti, addetti ai servizii; migliaia di dimostranti in azione per la città, alle porte del Centro e talvolta al suo interno, controllati e manganellati da migliaia di poliziotti. Tutta gente arrivata da luoghi lontani e lontanissimi, in aereo o comunque mediante veicoli divoratori di energia. Gente che esigeva nutrimento; il quale veniva fornito da uno straordinario numero di bar, ristoranti, tavole calde, il tutto per lo più efficiente e di buona qualità, ma senza eccezione impostato sull’”usa-e-getta” di piatti bicchieri posate e quant’altro. Senza dire dei giganteschi globi, raffiguranti lo sventurato nostro Pianeta, che in ogni angolo della capitale segnalavano luoghi di informazione sul problema clima: tutti di purissima plastica. Eccetera.

D’altronde (tralasciando i contenuti del dibattito e il sostanziale nulla dell’accordo finale) era lo stesso allestimento del summit - spazi, decoro, immagine complessiva - a dichiarare la politica e la cultura che lo animavano, di cui la quantità era dimensione precipua, senso e valore. Questo dicevano le vistose scritte che si rincorrevano sulle pareti: nomi di grandi industrie, proposte di nuove tecnologie, lancio di miracolose invenzioni, ma soprattutto accattivanti slogan a illustrare le virtù delle energie rinnovabili, non quale mezzo destinato a sostituire i carburanti fossili e consentire una produzione meno inquinante (secondo l’idea che presiede alla loro nascita) ma come strumento di rilancio della produttività capitalistica. Ciò che peraltro non solo sulle pareti del Bella Center, ma nella più diversa stampa distribuita in sovrabbondanza, come in ogni esternazione verbale (incontri, dibattiti, conferenze stampa, spesso promossi e gestiti da grandi gruppi industriali e commerciali) veniva apertamente dichiarato.

A Copenhagen, senza infingimenti, la “green economy” era ormai “green business”, “green new deal”, “green competitivity“, “green power“, “green growth”. Serenamente, con corale entusiasmo si affermava che il ”verde” sarà volano di una nuova la crescita economica, che sul “verde” può nascere una nuova “sfida” per la creazione di un nuovo “sistema di potere”, mediante un nuovo modo di condurre gli affari e fare soldi: soprattutto vendendo “green economy” al sud del mondo, industrializzandolo con la promessa di una produzione sostenibile, e portando dovunque la “sfida” di una “competizione globale”. “Il business danese delle tecnologie verdi va molto bene: s’è attribuito circa il 10% dell’intera esportazione del paese per il 2008,” dichiaravano all’unisono alti rappresentanti del governo e dirigenti di Nokia, Siemens, Microsoft Green Technology, Solar energy industries association. “Non c’è contraddizione tra crescita economica e politiche climatiche”, inopinatamente si poteva leggere su “Our Planet”, rivista dell’Unep; anzi “evitare il riscaldamento climatico è il solo modo per sostenere la crescita”.

Come stupire. Conosciamo il mondo in cui ci tocca vivere. Ciò che riusciva meno comprensibile (a me almeno) è come gli organizzatori del meeting, persone che, proprio per il compito loro affidato, la crisi ecologica dovrebbero conoscerla nella sua interezza (cause, manifestazioni, rischi), abbiano accettato di ridurla al mutamento climatico: indubbiamente fenomeno di dimensioni, conseguenze e pericolosità gigantesche, ma che non è il solo (basti ricordare la sempre minore disponibilità di acqua potabile; l’accumularsi in quantitativi sempre meno gestibili di rifiuti, spesso tossici o radioattivi; la dilapidazione delle foreste; l’inquinamento ormai gravissimo di mari e territori, le allarmanti conseguenze sanitarie).

D’altra parte (fatta eccezione per Greenpeace, WWf, pochi altri) l’intera massa dei convenuti non pareva avere obiezioni di fondo sugli inni alla crescita e sull’intera impostazione del Summit, dimenticando che proprio l’aumento continuo di produzione e consumi è causa prima della crisi ecologica, squilibrio climatico in primis. Mentre ovviamente di tutt’altra - sacrosanta - natura era la protesta dei paesi poveri; anch’essi peraltro ormai conquistati alla logica dello stesso produttivismo che li sfrutta. E questo è forse il più drammatico problema d’oggi: la sostanziale omologazione di tutti o quasi al modello che il capitale impone.

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