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Grattacieli a Torino: Ancora ragioni del NO
18 Febbraio 2008
Torino
Continua il dibattito sui grattacieli a Torino; Enrico Bettini replica a De Lucia, intervengono Raffaele Radicioni e Pier Giorgio Lucco Borlera

Enrico Bettini

Replica a De Lucia

Carissimo Vezio, mi permetto una breve replica premettendo che farò/faremo di tutto per “..non perderci di vista”.

Io sono a che Renzo Piano costruisca lì -dove il PRG lo prevede- una torre alta quanto il PRG prevede. Ho cercato –e tu hai ben inteso- di elencare tutti i miei dubbi sul piano dell’organizzazione funzionale e quindi sociale di tale inserimento . Se, a verifiche un po’ più attente di quanto si fa di solito, la pubblica amministrazione decidesse di rinunciare a quanto il PRG prevede perché si rende conto delle smisurate problematiche che tali concentrazioni comportano, meglio. Altrimenti, non resta che imporre all’amministrazione medesima il rispetto del PRG come per tutti i normali terrestri. Non possiamo brandire il PRG contro ogni variante lamentando la disinvoltura con cui esso viene così spesso buttato al macero e poi chiedere che quanto previsto dallo stesso PRG in quella zona non sia attuato. Ripeto: il disegno urbano con tanto di grattacieli –novella ‘porta’ cittadina sul nuovo asse centrale a tutta la città allargata alla soglia del 2000 (la famosa ‘Spina’)- esiste perché adottato e poi approvato dall’ente pubblico, piaccia o non piaccia.

Personalmente non sono affatto convinto che in quel punto della città sia saggio inserire un grattacielo anche solo di 100 metri (figuriamoci due) ma questo è il PRG (se non ricordo male la prima intenzione era per gli 80 metri, poco al di sopra dei palazzi esistenti in quella zona come ho già precedentemente ricordato). Se sconfessiamo noi il PRG, non facciamo altro che avallare e riprodurre –pur con motivazioni opposte- lo stesso comportamento del Comune. Al contrario, proprio la peculiarità e risonanza dell’intervento va utilizzata per dire basta allo stravolgimento continuo del Piano Regolatore. O, al limite, per richiedere che si metta mano ad nuovo Piano regolatore. Altre strade sinceramente non ne vedo.

Sullo ‘skyline’ mi permetto di essere meno determinista di te e più severo con coloro che in passato non hanno avuto la stessa sensibilità che dobbiamo avere noi oggi. La dovevano avere, eccome, e senza aspettare la meritoria analisi di A.cederna. La storia dell’arte e dell’architettura è –per fortuna- ricca di esempi di tale sensibilità e non sarò certo io a ricordarlo a te. Antonelli –per restare a Torino- aveva esempi molto vicini a lui in Juvara ma soprattutto nei Castellamonte.

La ‘porta’ pensata da Cagnardi non è così a ridosso del centro storico come tu credi (lo è quello, già quarantenne, della RAI, alto 70 metri) al punto da contaminarlo e rischiare di non “..rispettare le testimonianze della storia” e di non “..fare cioè quanto non è stato possibile in passato”. In realtà, quella porta, avrà di fronte la modernissima e più importante stazione ferroviaria di Torino; alle spalle il nuovissimo viale della ‘Spina’e la futura, ‘fantasmagorica’ biblioteca di Bellini; ai lati i nuovi palazzi della giustizia e della nuova sede della Provincia –in uno- e i moderni palazzi con uffici regionali di corso Bolzano –nell’altro.

Se ci si limitasse al rispetto del PRG non si porrebbe la competizione ed il superamento del primato e dell’immagine legata alla Mole Antonelliana. Personalmente, non ho mai considerato quel disegno urbano in grado di attentare all’immagine di Torino al punto da “..obliterare quella che abbiamo ereditato dal passato”.

Pertanto, la cosa più corretta per tutti e coerente con il nostro impegno (nostro e tuo) a che l’ente pubblico abbia il fondamentale ruolo di indirizzo nella pianificazione e controllo dello sviluppo urbani è innanzitutto quella di far recedere l’amministrazione dalla decisione di aumentare di una volta e mezza le altezze previste dal PRG e -da questo punto fermo- affrontare i problemi legati al rischio del collasso funzionale che possono ragionevolmente consigliare il ridimensionamento nell’applicazione –comunque- delle norme a suo tempo deliberate con l’approvazione del Piano Regolatore.

Carissimo Vezio, mai e poi mai potrei pensare che tu sia precipitoso. Mi riferivo a quanti poco o nulla si preoccupano di un’attenta analisi della Storia; nulla dell’energia spesa da nuovi insediamenti dai 10.500 a 14.000 (Spina3); poco o nulla della sparizione della memoria della Torino industriale a cominciare dalla Fiat Lingotto; e via di questo passo… Mi riferivo a quanti fanno circolare, colpevolmente, false simulazioni paesaggistiche che nulla hanno a che fare con la tua onestà intellettuale, a differenza di loro. (01.12.07)

Pier Giorgio Lucco Borlera, Raffaele Radicioni

Alcune meditate e documentate ragioni del NO

La discussione in corso, riguardante l’eventuale costruzione di grattacieli a Torino, sembra svolgersi in termini più seri e meditati di quanto non rivelino le dichiarazioni sbrigative del Sindaco Chiamparino (“C’è chi vorrebbe vedere in città ancora pascolare le pecore” La Stampa 29 ottobre u.s.) e della Presidente della Regione Piemonte Bresso (“Chi è contrario pensa ancora ai dinosauri” La Stampa30 ottobre u.s.) Quegli slogan rivelano il fastidio e l’arroganza di chi si sente chiamato a discutere di scelte, fino ad ora ritenute di competenza solo degli addetti ai lavori: i vertici delle amministrazioni pubbliche, le controparti private, gli architetti di fama internazionale e pochi altri.

Malgrado le intemperanze, nella discussione emergono questioni oltre che di forma (l’incidenza dei grattacieli sullo sky line di Torino), anche di sostanza:

il consumo energetico, intrinsecamente legato alla costruzione di edifici di grande elevazione, che sconsiglierebbe oggi di adottare in tutte le città del mondo edifici del tipo, vale a dire di 100, 200 e più metri di altezza;

le scelte di assetto della città.

Lasciando a chi di competenza la trattazione della prima delle questioni, si richiamano qui alcune considerazioni, attinenti la seconda.

Come mai da alcuni anni si sente l’esigenza di costruire grattacieli a Torino? Per ora si parla di sei grattacieli in termini non sempre chiarissimi: quello di Intesa - San Paolo a Porta Susa (180, 190 metri di altezza?); il suo gemello, dirimpettaio, rispetto al boulevard (di altezza analoga?); quello previsto in Borgo San Paolo (Spina 1); i due di là da venire, per ora privi di forma e di firma, presso l’istituenda stazione Rebaudengo (Spina 4) ed infine quello destinato agli uffici regionali sull’area ex Avio, presso il Lingotto, rivendicato dalla Presidente Bresso, non ancora in piano regolatore.

A Torino la costruzione di edifici di grande altezza ha riguardato casi sporadici: a parte la Mole Antonelliana, che, all’indomani della sua costruzione, mutando la destinazione originaria, è assurta a simbolo della città, il primo grattacielo (la torre Littoria di Piazza Castello) è stato costruito a celebrazione dell’ammodernamento di Via Roma (anni ’30 del secolo scorso), dopo la demolizione delle architetture barocche preesistenti e con la corposa speculazione di assicurazioni, banche, etc, operata già in nome della modernità e della sicurezza (via prostitute e delinquenti dal centro cittadino!), in barba agli eventuali passatisti dell’epoca. Il tema grattacieli riemerse nel dopoguerra: l’edificio di Via Santa Teresa, il “Reposi” di Via XX Settembre, il grattacielo di Piazza Solferino. Questi rimasero per lungo tempo privi di legittimità, costruiti cioè senza licenza edilizia, a testimonianza del fatto che all’epoca (certo solo all’epoca) le decisioni quanto a forme, luoghi, quantità si rivelarono di competenza esclusiva degli operatori privati.

La voglia “modernista“ di grattacielo si manifestò sporadicamente nel corso degli anni ‘50 e ’60. La città in quel tempo, impegnata a fronteggiare le ondate migratorie, che tutti conoscono, difficilmente si permetteva operazioni celebrative di virtù, che non fossero direttamente legate alla produzione manifatturiera: di lì il grattacielo Lancia in Borgo San Paolo, quello RAI a Porta Susa; bello e ingombrante, nato per ragioni di visibilità aziendale, meno forti di quelle economiche, rimase a lungo disabitato.

La realizzazione di grattacieli ha rivelato nel tempo l’aspetto episodico, contingente, a ben vedere contrastante, con i connotati, che da sempre hanno caratterizzato la “forma urbis” di Torino.

Vista di Torino dell’inizio degli anni ’60 dell’800, pubblicata da “l’illustration, journal universel”, nella quale, in rapporto con il profilo ondulato di montagne e colline, si percepisce l’immagine distesa della città, composta in isolati conclusi, ad elevata densità, scarsamente connotati da episodi emergenti. Quell’immagine proprio in ragione delle caratteristiche ambientali, per altro tuttora percepibili, fu oggetto di particolare apprezzamento da parte di Le Corbousier, personaggio notoriamente attento nei confronti delle forme delle città, in visita a Torino nel 1934.

Il tentativo più coerente di realizzare una concentrazione di volumi edificati, destinati al terziario, molti dei quali in forma di grattacielo, è rappresentato da quanto emerso dal concorso per il Centro Direzionale, bandito dal Comune all’inizio degli anni ’60. Il concorso doveva attuare le indicazioni (vaghe per la verità) del piano regolatore del 1959, riguardanti un settore urbano, circa 700 mila metri quadrati, a cavallo di Corso Vittorio Emanuele II, compreso fra i Corsi Ferrucci e Inghilterra, le vie Braccini e Cavalli. Le indicazioni, emerse dal Concorso, non trovarono attuazione, soprattutto per il mutamento di linea, in ordine all’assetto da assegnare alla città, manifestatosi da parte di un ampio schieramento di forze politiche e culturali, a partire dalla seconda metà degli anni ’60. Il ripensamento riguardava, fra altre questioni, proprio l’opportunità di realizzare, in un settore a ridosso del Centro Storico, una forte concentrazione di attività di comando, che avrebbe incrementato il ruolo dominante, già esercitato dal centro cittadino, dando luogo ad effetti conseguenti, allora non condivisi, quali: l’impoverimento proprio di attività direzionali sia in altri settori della città, sia nell’intero territorio torinese; l’esigenza di sorreggere gli interventi di concentrazione delle funzioni rare in luoghi centrali della città, attraverso infrastrutture, che avrebbero incrementato la congestione.

La linea politica, che così si esprimeva, si collegava con quanto allora si andava elaborando in tema di pianificazione e di programmazione sia regionale che di area vasta: la redistribuzione della popolazione ed in particolare delle funzioni rare (in una parola dell’effetto città) nell’area torinese, nella provincia, etc.

“Il grande balzo all’indietro”, verificatosi nei terribili anni ’80, ebbe effetti devastanti anche nelle politiche di Torino, della Provincia, della Regione. Il piano regolatore, che Torino portò a compimento nel 1995, in seguito a fatti (le trasformazioni interne ai processi produttivi, la rivalutazione della rendita urbana), che nel frattempo avevano annientato scelte e valori, affermati negli anni ’60 e ’70, ripropose la logica del Centro Direzionale di antica memoria, ma a scala assolutamente ingigantita, ribadendo in tal modo la centralità del centro storico, integrato ed ampliato con l’incremento delle funzioni di comando, distribuite in un insieme di aree denominate “Spina Centrale”.

Andamento della popolazione residente nel quartiere centro in rapporto alla popolazione della città.


Quart. 1 Centro Totale Città (pop. Quart. 1) / (pop. Tot.) %
Cens. '51 109.871 719.300 15,27
Cens. '61 92.860 1.025.822 9,05
Cens. '71 72.467 1.167.968 6,20
Cens. '81 57.129 1.117.154 5,11
Cens. '91 45.797 979.839 4,67
Cens. '01 40.842 899.806 4,54
31.03.07 39.259 902.612 4,35

Gran parte delle aree industriali torinesi, per una estensione di 9 milioni di metri quadrati furono destinate dal piano a sedi per residenze ed attività direzionali. Al loro interno le aree di più antico insediamento, in posizione centrale, a ridosso del tracciato ferroviario, di circa 3 milioni di metri quadrati, denominate “Spina Centrale”, furono destinate ad accogliere 23 mila abitanti e 32 mila addetti circa. Il piano ha così scelto che quel lungo corridoio della città (la Spina appunto) fosse il luogo delle attività rare, dominante nei confronti dell’area torinese, in competizione con altri centri del Piemonte, dell’intero paese e, perché no, anche d’oltr’alpe. E’ in questa logica che le scelte, assegnate alla Spina, concernenti destinazioni e densità abnormi, prescindono totalmente dalle quantità e dalle qualità degli insediamenti, propri dei settori urbani, posti a ridosso della Spina stessa. In quei settori (in quei quartieri, con riferimento alla suddivisione di Torino in 23 parti) nel 1991 risiedevano 300 mila abitanti (289.726 al marzo 2007) e 7,3 milioni di metri quadrati edificati risultavano a disposizione di attività, fra cui prevaleva il terziario commerciale, direzionale, ricettivo.

La realizzazione dei nuovi grattacieli a Torino, con la rincorsa alla maggiore altezza (“La sfida dei grattacieli” La Stampa 8 luglio 2007; “Sempre più in alto” La Stampa 30 ottobre u.s.), si inscrive dunque nel contesto, determinato dalle scelte del piano regolatore. E’ di lì che occorre muovere per valutare dell’opportunità o meno di realizzare le forme, proposte da Intesa - San Paolo e dalla Regione Piemonte oggi, dal gruppo Ligresti domani, da qualche nuovo operatore dopodomani e così via. In altre parole è il piano regolatore, che produce i grattacieli, coerentemente con le scelte di cui è portatore, e non il contrario. Chi tratta della questione grattacieli, prescindendo dalle scelte politiche e culturali, di cui il piano è la matrice, discute degli effetti, non delle cause, bada al dito (e che dito!), non alla luna.

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