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Paolo Cacciari
Grandi opere, anche il Mose di Venezia resta a secco
22 Marzo 2006
MoSE
Faranno debiti per completarlo. E pensare che è un'opera inutile ai fini che si propone, certamente dannosa per l'ecosistema, forse dannosa per la sicurezza. Da Liberazione del 22 marzo 2006

Non è solo il Treno ad alta velocità la “grande opera” ad essere rimasta senza finanziamenti. Anche le faraoniche dighe di Venezia (Modulo Sperimentale Elettro-meccanico) sono a secco. Dei 4.272 milioni di euro preventivati, ne sono stati stanziati, tra Cipe e Legge speciale, solo 1.200 (di cui 912 già spesi). Ma niente paura, si affretta a dire il General contractor, il Consorzio temporaneo di imprese Venezia Nuova concessionario unico del progetto: «Siamo stati interpellati da una delle maggiori banche europee - afferma candidamente ad un giornale locale l’ing, Mazzacurati, presidente del CVN - che sulla base del nostro contratto con lo Stato si propone di anticipare al Consorzio la somma restante e sufficiente per concludere le opere del Mose». Ovviamente la banca dovrà essere rimborsata, ma “con tempi molto lunghi e convenienti, stimabili in 30 anni”.

Convenienti per chi, caro ingegnere? Conoscendo i tassi di interesse praticati dalle banche possiamo essere certi di chi sarà l’affare. Già, perché se i treni, i ponti, le autostrade potrebbero almeno in teoria essere ripagati in parte con tariffe e pedaggi, per il Mose non è prevista nessuna entrata, nemmeno dalle grandi navi che useranno le chiuse vinciane complementari agli sbarramenti.

Consideriamo inoltre altri tre elementi. Primo, i preventivi fin qui presentati sono via via aumentati nel corso dei vari approfondimenti progettuali e non mancano gli “imprevisti” tanto che non sembrano esserci nemmeno i denari necessari per recuperare importantissimi reperti archeologici scoperti durante i lavori. Secondo, le opere del Mose non esauriscono affatto gli interventi necessari a mettere la laguna in sicurezza idraulica (alluvioni, erosione dei fondali, consolidamento delle rive dei canali e delle fondazioni degli abitati, ecc.) e ancor meno per il risanamento delle sue acque (sversamenti inquinanti, bonifiche dei sedimenti, ecc.), tanto che c’è chi dice che il fabbisogno effettivo per Venezia sia in realtà superiore ai 5 miliardi di euro. Terzo, il Mose in realtà è un macchinario complesso che per funzionare abbisognerà di spese ingentissime di gestione e di manutenzione: 8,5 milioni all’anno per la gestione, 10 per le manutenzioni. Chi li pagherà?

Non è possibile che decisioni così importanti, capaci di impegnare per sempre il bilancio dello Stato per cifre considerevoli, vengano assunte da un Comitato di ministri che più che l’economia del Pese pianifica gli affari delle solite grandi imprese costruttrici: in Veneto si tratta della Mantovani, altrove di CMC, Astaldi, Caltagirone. L’amministrazione comunale di Venezia ha chiesto che vengano presi in considerazione progetti meno costosi, oltre che meno impattanti, rimovibili, aperti a più fasi sperimentali. Ma i soliti organismi ministeriali hanno detto di no. I soldi sono un problema solo quando si tratta di risanare gli acquedotti, far correre i treni dei pendolari, di mettere in sicurezza il territorio, ampliare il patrimonio residenziale pubblico… C’è un grande problema di democrazia: chi decide quali sono gli interessi generali, comuni, pubblici?

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