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Stefano Miliani
Giù le mani dalla campagna romana
24 Aprile 2010
Roma
“In un libro a cura di Vittorio Emiliani la storia dell’agro, una risorsa che non può essere oggetto di urbanizzazione”. L’Unità, 24 aprile 2010

Acquedotti e vestigia, pianure a verde, olivi, pini, casali, molti abbandonati, intorno a Roma si stendono campagne morbide e antiche che, nell’ 800, facevano sognare paradisi in terra (ignorando la povertà) a stuoli di pittori del nord. Per la sua commistione di antico e natura l’Agro romano che dal mare ai monti avvolge la capitale è un territorio che uno Stato sano preserverebbe come uno scrigno: sia per attirare gli stranieri innamorati dei paesaggi italiani ancora integri, sia per foraggiare con verdure, frutta, carni e formaggi il buon appetito degli abitanti della capitale. È invece un territorio che ha sofferto molte invasioni di cemento e altre ancora, e potenzialmente non meno devastanti, ne deve temere adesso. Non a caso qualche domenica mattina fa nel quartiere del Casilino hanno sfilato cittadini con un’idea chiara in testa: «Vogliamo il parco, no alla cementificazione selvaggia». Protestavano affinché gli oltre 140 ettari di agro romano del comprensorio non vengano sventrati da edifici, palazzoni, strade, affinché il verde e l’archeologia si salvino. Questa urgenza la «manifesta» con chiarezza un libro che l’esito del voto laziale rende ancora più utile: è Il riscatto dell’agro. L’agricoltura a difesa del paesaggio (172 pagine con foto, Minerva). L’ha curato per il precedente assessorato all’agricoltura della Regione uno dei nostri editorialisti, Vittorio Emiliani, e attraverso saggi di più autori su più discipline e foto racconta quel territorio, il suo sogno di bellezza, le ferite, gli sventramenti, i pericoli che corre.

L’ACCELERATORE SULL’EDILIZIA

Roma, ricorda Emiliani, era il più vasto comune agricolo d’Italia, oggi non più. Dal 2000 al 2007, registra il curatore, la città ha premuto sull’acceleratore «della nuova edilizia, fra l’altro tutta di mercato». Per più ragioni. Tra le principali: i Comuni italiani sempre più in affanno possono usare quanto ricavano dagli oneri di urbanizzazione per ogni tipo di spesa quando con la legge Bucalossi del 1977 erano obbligati a reinvestirli e a non alterare il suolo; per di più, la mazzata, senza più l’Ici sulla prima casa le amministrazioni hanno un bisogno estremo di raccattare soldi e far costruire è il sistema in teoria più diretto. Esiste, è vero, l’emergenza- casa. La vivono per primi sulla pelle i giovani precari, gli anziani, gli immigrati, le famiglie con redditi modesti. Si costruisce per loro dunque? Emiliani snocciola un dato che chiarisce come sia un pretesto: gli alloggi sfitti, vuoti o usati precariamente sono ben 245mila, e non solo nel centro.

Un dato. Nel suo saggio Francesco Erbani, giornalista, registra come nella provincia romana dal 1990 al 200 le aziende agricole siano scese da 72 mila a 60 mila e gli ettari coltivati da248 mila a 193 mila ettari (meno 22%). Ritiene che la lobby edilizia condizioni il Campidoglio chiunque sia il sindaco. Alla giunta Veltroni imputa il milione e 300 mila metri cubi costruiti nell’area di Caltagirone a Tor Pagnotta.

Segnala allarmato il progetto di un’autostrada fra Roma e Latina «che intaccherebbe gravemente la riserva naturale di 6 mila ettari di Decima Malafede». E ricorda che la giunta comunale di Alemanno vuole trasformare i casali abbandonati in abitazioni, con, annesse, «isole ecologiche per il deposito temporaneo di rifiuti ingombranti, di fatto ancora discariche, legali, ma discariche ». «Ci sono ben 200 casali abbandonati – osserva l’ex assessore all’agricoltura Daniela Valentini – Alemanno ha avviato una battaglia per recintarli e costruire. Altro invece andrebbe fatto e lo avevamo proposto per recuperarli senza devastazioni: invece di villette a schiera ristrutturiamoli e trasformiamoli in servizi di qualità per la metropoli, dagli asili a centri di accoglienza per malati. Avevamo stanziato due milioni di euro per i privati affinché li ristrutturino creando servizi partendo dall’agricoltura: era una risposta avanzata, così l’agro romano rimane intatto e diventa vivo. L’idea di Alemanno è invece spregiudicata e devastante, dice di costruire perché mancano le case». Con la sintonia politica con la Regione, la strada per costruire è spianata.

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