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Eleonora Ugo; Martini Mattei
Giù le mani dai referendum
23 Marzo 2011
Articoli del 2011
Non riescono a esportare la democrazia, ma continuano togliercene pezzi a casa nostra. Due articoli dal manifesto, 23 marzo 2011. In calce i quesiti referendari.

Giù le mani dal referendum

di Ugo Mattei

Con la manifestazione di sabato in Piazza san Giovanni diventerà chiaro a tutti che la battaglia per l'acqua bene comune e quelle contro il nucleare e la guerra sono parte di un solo grande movimento di civiltà. Un movimento che vuole invertire la rotta rispetto ad un modello di sviluppo suicida fondato sulla violenza del più forte contro il più debole. Un movimento che non si rassegna all'imbarbarimento della vita pubblica e alla rinuncia della cittadinanza a favore del consumo. Un movimento che difende la vita e ripudia, insieme alla guerra, ogni altra tecnologia di morte. Il movimento per i beni comuni vuole aprire un grande confronto democratico nel paese.

Un dibattito politico fatto di temi reali (acqua, nucleare, guerra) e non di alchimie o sigle. Il movimento referendario che ha raccolto quasi un milione e mezzo di firme per l'acqua bene comune vuole rappresentare fino in fondo il corpo elettorale sovrano, permettendogli finalmente di esprimersi direttamente, a seguito di un libero dibattito democratico, sul modello di sviluppo che come collettività intendiamo perseguire.

Il governo, sostenuto da un Parlamento delegittimato da una legge elettorale assurda, ha paura della democrazia diretta e non vuole confrontarsi nel merito. Per farlo ricorre a ogni scorrettezza di metodo, abusando sistematicamente del proprio potere e tradendo il proprio mandato costituzionale. Il dodici febbraio scorso l'Avvocatura dello Stato, costituitasi in giudizio contro l'ammissibilità dei referendum è stata sconfitta. Abbiamo portato a casa il fondamentale riconoscimento dei beni comuni nella giurisprudenza della Corte Costituzionale (poco dopo anche le Sezioni Unite della Cassazione hanno riconosciuto la nuova categoria giuridica) e soprattutto abbiamo smascherato le menzogne sistematiche con cui Tremonti e Ronchi avevano cercato di non assumersi la responsabilità politica della loro scellerata scelta privatizzatrice, cercando di addossarne la responsabilità «all'Europa». Con la decisione della Corte Costituzionale è iniziata una nuova fase in cui il governo non può più essere parte ma deve cooperare lealmente con gli altri poteri dello Stato (fra cui i promotori dei referendum) nella piena applicazione dell' art. 75 della Costituzione per consentire al corpo elettorale sovrano di confrontarsi nel merito dei quesiti. In questa nuova fase il governo deve essere guidato dal solo art. 97. della Costituzione, quello che prescrive l'imparzialità e l'efficienza dell'azione amministrativa.

Lungi dall'attenersi a questo mandato costituzionale, nello scoperto tentativo di prendersi una rivincita facendo saltare il quorum, il governo ha dapprima deciso di rifiutare l'election day sperperando centinaia di milioni di euro (in gran parte gravanti sugli enti locali già impoverirti che farebbero bene a far sentire la propria voce) pur di far votare nell'ultima giornata utile, a scuole chiuse e in pieno periodo di maturità, dopo che gli elettori hanno già dovuto recarsi due volte ai seggi. Quando, dopo l'incidente nucleare giapponese, è risultato chiaro che gli elettori avrebbero capito la posta in gioco nonostante la congiura del silenzio, ecco ora il tentativo di scippare il corpo elettorale della possibilità di esprimersi, attraverso il congelamento di un anno del programma nucleare. L'idea dei nostri statisti è che l'Ufficio centrale per il referendum presso la Cassazione sospenda il referendum sul nucleare dichiarandolo superato dal nuovo assetto normativo prodotto dalla «pausa di riflessione» e che saltato il nucleare salterebbe il quorum per tutti gli altri. Il referendum verrebbe così celebrato quando è passata la buriana. Sia detto con grande chiarezza: questo escamotage avvilente dà la misura del dilettantismo giuridico di questi signori (già certificato dalla Corte Costituzionale), oltre a quella della loro miserabilità politica. L'effetto giuridico di un voto referendario dura infatti cinque (5) anni. Una leggina ponte della durata di un (1) anno non può perciò in alcun caso sostituirsi alla volontà diretta del corpo elettorale, che deve essere a questo punto espressa nei modi e nelle forme dell'art. 75 Costituzione. La Cassazione e in seconda battuta la Corte Costituzionale non avallerebbero mai un simile tentativo di scippo. Da parte nostra saremo numerosissimi sabato a dire oltre a tutto il resto: «Giù le mani dai referendum!». Perché si scrive acqua ma si legge democrazia.

Moratoria «bluff» sul nucleare

di Eleonora Martini



Davanti all'impasse, sul nucleare il governo tenta la mossa del cavallo. E con un discreto effetto mediatico, per bocca del ministro dello sviluppo economico Paolo Romani annuncia una «moratoria di un anno sull'attuazione e la ricerca di siti e sull'installazione di centrali». Nessun atto giuridico, spiegano fonti ministeriali, solo un impegno politico che il Consiglio dei ministri formalizzerà oggi stesso. La legge 133 del 2008, quella che reintroduce l'opzione energetica nucleare in Italia e che è oggetto del quesito referendario abrogativo, non dovrebbe subire - assicura Palazzo Chigi - alcun tentativo di modifica. Dunque il referendum si farà anche se, spera assai la maggioranza, a questo punto altamente "depotenziato". «Mi aspetto che non si decida sull'onda dell'emotività ma sull'onda di un ragionamento e delle certezze che dobbiamo dare come governo e come Unione europea», incalza Romani che assicura: «La decisione è stata presa alla luce di quanto discusso lunedì in sede europea sulle procedure standard di sicurezza da stabilire per tutti i paesi comunitari».

Ma sotto il vestito, almeno fino a ieri sera, non sembra esserci davvero molto: perfino il decreto legislativo correttivo sulla localizzazione delle centrali nucleari e dei siti di stoccaggio non è stato ritirato, come sembrava ipotizzare la maggioranza e in molti speravano, e ha proseguito invece il suo iter parlamentare. Ieri sera la commissione Industria del Senato ha dato (con il voto contrario di Pd e Idv) l'ultimo parere favorevole necessario al governo per mettere a punto entro oggi, giorno di scadenza della delega parlamentare, il testo definitivo. «Fino all'ultimo - racconta il senatore Filippo Bubbico, membro della commissione - abbiamo sperato che il governo ritirasse il decreto, ma non lo ha fatto». Ermete Realacci, responsabile della green economy del Pd, parla di «lingua biforcuta» e di «bluff atomico». In realtà, secondo quanto annunciato dal ministro Romani, la moratoria di un anno non dovrebbe comprendere la localizzazione dei siti di stoccaggio dei rifiuti nucleari, visti i ripetuti richiami all'Italia da parte dell'Unione europea proprio per la mancanza di un «idoneo deposito nazionale» di rifiuti radioattivi derivanti dalle vecchie centrali dismesse ma anche dalle attività ospedaliere. «La nostra volontà - ha spiegato il titolare dello Sviluppo economico - è di portare al Consiglio dei ministri quella parte del decreto legge correttivo che riguarda il deposito nazionale per lo stoccaggio delle scorie perché si tratta di un grande tema per la sicurezza».

«Cosa significa la moratoria di un anno sul nucleare, se la maggioranza al tempo stesso approva la norma che consente di costruire centrali nucleari e impianti di stoccaggio di scorie anche in caso di parere contrario di Regioni e Comuni?», protesta Realacci riferendosi alle norme contenute nel decreto. Un problema che si ripresenta anche solo per i siti di stoccaggio. Come faranno a scegliere l'area senza il consenso della regione "prescelta"? Niente paura, spiegano da Palazzo Piacentini: l'iter di individuazione è lungo e complesso, e ancora di più lo è la successiva «fase di concertazione».

Dal leader di Fli, Gianfranco Fini, alla Cgil passando per l'Anci (comuni) e per il presidente della conferenza stato-regioni Vasco Errani, sono in molti a tirare un sospiro di sollievo o a complimentarsi per la moratoria, definita da alcuni un felice anche se non esaustivo «primo passo». Ma dal Pd all'Idv, dai Verdi al comitato "Vota sì per fermare il nucleare" costituito da oltre 60 associazioni, l'opposizione compatta grida invece alla «truffa» e al «sabotaggio». «Una mossa furba e truffaldina per far credere agli italiani che non c'è alcun bisogno di andare a votare al referendum», attacca Massimo Donadi, presidente dei deputati Idv. Per il partito di Antonio Di Pietro, come anche per i Verdi di Angelo Bonelli, non è del tutto infondato il timore che il governo possa «preparare un decreto legge per modificare la norma oggetto del quesito referendario», in modo da sabotare non solo politicamente il referendum che dovrebbe tenersi il 12 e il 13 giugno prossimi. «Non possono farlo», reagisce il Radicale Marco Cappato che anche ieri mattina, da Milano in conferenza stampa con Emma Bonino, aveva chiesto di nuovo lo stop del piano nucleare e una decisa virata verso il risparmio energetico e le rinnovabili, colpite invece quasi a morte con l'ultimo decreto legislativo. «Non si può modificare una legge oggetto di referendum - spiega Cappato - ma nel Paese della distruzione della Costituzione, è lecito sospettare perfino una manovra del genere. Tanto più da parte di un governo che ha messo in piedi un piano nucleare costoso, insensato, e che ci rende subalterni a Sarkozy».

NUKE

No alla costruzione di centrali: il quesito

«Volete voi che sia abrogato il decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112, convertito con modificazioni, dalla legge 6 agosto 2008, n. 133, nel testo risultante per effetto di modificazioni ed integrazioni successive, recante 'Disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione tributaria, limitatamente alle seguenti parti: art. 7, comma 1, lettera d: realizzazione nel territorio nazionale di impianti di produzione di energia nucleare?'. Con questo quesito si vuole abrogare la norma per la «realizzazione nel territorio nazionale di impianti di produzione di energia nucleare».

ACQUA 1

Privatizzazione dell'acqua? No grazie

«Volete voi che sia abrogato l'art. 23 bis (Servizi pubblici locali di rilevanza economica) del decreto legge 25 giugno 2008 n.112 'Disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione tributaria' convertito, con modificazioni, in legge 6 agosto 2008, n.133, come modificato dall'art.30, comma 26 della legge 23 luglio 2009, n.99 recante 'Disposizioni per lo sviluppo e l'internazionalizzazione delle imprese, nonché in materia di energia' e dall'art.15 del decreto legge 25 settembre 2009, n.135, recante 'Disposizioni urgenti per l'attuazione di obblighi comunitari e per l'esecuzione di sentenze della corte di giustizia della Comunità europea' convertito, con modificazioni, in legge 20 novembre 2009, n.166, nel testo risultante a seguito della sentenza n.325 del 2010 della Corte costituzionale?». Con questo quesito si vuole fermare la privatizzazione dell'acqua. Si propone l'abrogazione della norma sulla privatizzazione dei servizi pubblici di rilevanza economica che stabilisce come modalità ordinarie di gestione del servizio idrico l'affidamento a soggetti privati attraverso gara o l'affidamento a società a capitale misto pubblico-privato, all'interno delle quali il privato sia stato scelto attraverso gara e detenga almeno il 40%.

ACQUA 2

I profitti del gestore e i costi sulla bolletta

«Volete voi che sia abrogato il comma 1, dell'art. 154 (Tariffa del servizio idrico integrato) del Decreto Legislativo n. 152 del 3 aprile 2006 'Norme in materia ambientale', limitatamente alla seguente parte: 'dell'adeguatezza della remunerazione del capitale investito'?» Si propone di eliminare la disposizione in base alla quale la tariffa per il servizio idrico è determinata tenendo conto dell'«adeguatezza della remunerazione del capitale investito». Si consente cioè al gestore di ottenere profitti garantiti sulla tariffa, caricando sulla bolletta dei cittadini un 7% a remunerazione del capitale investito, senza prevedere un reinvestimento per il miglioramento qualitativo del servizio.

LEGITTIMO IMPEDIMENTO

Per l'abrogazione dello scudo giudiziario

«Volete voi che siano abrogati l'articolo 1, commi 1, 2, 3, 5, 6 nonché l'articolo 1 della legge 7 aprile 2010 numero 51 recante 'disposizioni in materia di impedimento a comparire in udienza?». E' il quesito proposto dall'Italia dei valori che riguarda lo scudo giudiziario per il presidente del consiglio e i ministri. Dopo la dichiarazione di parziale incostituzionalità della legge, la Corte di Cassazione ha autorizzato lo svolgimento del referendum.

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