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Tomaso Montanari
Girolamini, una biblioteca da cani
31 Marzo 2012
Beni culturali
Un personaggio del sottobosco berlusconiano a capo di una istituzione culturale di lunga storia abbandonata al degrado. Corriere del Mezzogiorno, ed. Napoli, 31 marzo 2012 (m.p.g.)

Filippomaria Pontani è nato a Padova nel 1976. Ha studiato filologia classica alla Normale di Pisa, e ora la insegna all'Università di Venezia. Marino Massimo De Caro è nato a Bari nel 1973. Ha studiato economia e giurisprudenza all'Università di Siena, ed è diventato vicepresidente esecutivo di Avelar Energia. E’ balzato agli onori delle cronache per i rapporti con Dell'Utri: tra commerci di libri antichi e partecipazione in affari petroliferi venezuelani. In un paese normale, questi due coetanei avrebbero, a questo punto della loro vita, scarse possibilità di incontrarsi. Nel nostro, invece, si sono conosciuti a Napoli pochi giorni fa. Perché? Perché De Caro dirige, da qualche mese, la Biblioteca dei Girolamini. In qualunque paese del mondo occidentale, un istituto culturale dell'importanza dei Girolamini sarebbe guidato da un bibliotecario superqualificato.

Ma noi preferiamo spedire nei call center i più brillanti addottorati in paleografia o biblioteconomia, e affidare i Girolamini al protagonista di alcuni illuminanti paragrafi dell'appena uscito Sottobosco. Berlusconiani, Dalemiani, Centristi uniti nel nome degli affari, di Ferruccio Sansa e Claudio Gatti (Chiarelettere 2012). Ne cito un solo passaggio: " Il 27 dicembre 2007 De Caro si lamenta di un capitano dei carabinieri del Nucleo del patrimonio artistico di Monza che lo sta "scocciando" per un libro acquistato in un'asta pubblica in Svizzera. E’ indagato per ricettazione, spiega, e la cosa ha bloccato la sua nomina a console onorario del Congo perché il ministero degli Esteri non sta concedendo il nullaosta. Il 24 gennaio 2008 De Caro ritorna sulla questione con Micciché, il quale promette di aiutarlo: "Stai tranquillo che Aldo ti segue. Devo mandare una persona a Milano... dalla giudice". Il 17 luglio 2009 De Caro potrà finalmente rilassarsi perché il sostituto procuratore di Milano Maria Letizia Mannella, "rilevato che l'incunabolo non è stato rinvenuto fisicamente, malgrado le numerose ricerche", chiede il non luogo a procedere. In altre parole, visto che l'oggetto della presunta ricettazione è scomparso e che le tre persone coinvolte si accusano a vicenda, la pm finisce con l'archiviare il tutto.

A nominare De Caro direttore è stata la Congregazione dell'Oratorio, cui sono affidati il Monumento Nazionale e la Biblioteca Statale dei Girolamini. Ma passa ogni voglia di farne carico all'ingenuità di quei buoni padri, quando si apprende che "il dott. Marino Massimo de Caro è stato chiamato a collaborare con il Ministero dei Beni Culturali dal Ministro Giancarlo Galan in data 15 aprile 2011 in qualità di consulente esperto per l'approfondimento delle tematiche relative alle relazioni con il sistema impresa nei settori della cultura, dell'editoria nonché delle tematiche connesse all'attuazione della normativa concernente l'autorizzazione alla costruzione e all'esercizio di impianti di produzione di energia da fonti rinnovabili e al loro corretto inserimento nel paesaggio. Il Ministro Lorenzo Ornaghi in data 15 dicembre 2011 ha confermato l'incarico al dott. Marino Massimo de Caro, come ha fatto con altri consiglieri del Ministro Galan, in qualità di consulente esperto per l'approfondimento delle tematiche relative alle relazioni con il sistema impresa nei settori della cultura e dell'editoria" (così una comunicazione dell'Ufficio stampa Mibac). Impresa della cultura: forse si allude ad iniziative come quelle promosse da De Caro a Napoli, vale a dire invitare a parlare il responsabile stampa della prelatura dell'Opus Dei, o profanare la tomba di Giovan Battista Vico nella speranza di trovarne le ossa. Davvero Ornaghi ricaverà preziosi consigli da questo prezioso consigliere.

Il professor Pontani, per studiare un prezioso codice del '400 testimone in parte unico di opere di Gemisto Pletone, ha dovuto per mesi faticosamente concordare un appuntamento (solo altri 5 studiosi, stando al blocco delle richieste, sono arrivati a consultare manoscritti negli ultimi 6 mesi). Dieci anni fa, invece, tutto era stato semplice e lineare, e soprattutto - mi scrive Pontani - "non si vedevano pile di libri del '600 gettate in terra". Mercoledì anche io ho visitato la Biblioteca, dove mi ero recato nell'ingenua speranza di concordare l'accesso all'archivio di un mio allievo, dottorando della Federico II. E lì non solo ho appreso che il tetto pericolante non consente l'ingresso all'archivio (che però non viene, curiosamente, messo in sicurezza), ma ho avuto la stessa esperienza di Pontani: quella di trovarmi in una biblioteca esposta ad un grave pericolo, e popolata da presenze incongrue (la più innocua essendo quella di un pastore tedesco che dissemina ossi ed escrementi nelle sale monumentali). Si tratta di un nuovo, triste episodio della travagliatissima storia recente del meraviglioso complesso oratoriano conficcato nel cuore di Napoli.

Nel 1962 due padri Filippini vennero condannati a quattro anni per l'incredibile saccheggio degli arredi della chiesa e del convento: un tesoro di oreficerie, arredi, paramenti allora valutato un miliardo di lire. Oltre ad una grande quantità di libri. E proprio quelle razzie di volumi (che l'attuale conservatore padre Sandro Marzano mi ha detto esser continuate fino al 2007: ma con quali denunce?) potrebbero essere invocate per fornire alibi alla deriva attuale. Alla fine degli anni settanta, dopo una lenta rinascita, Gerardo Marotta ottenne dal governo di collocare nel convento la sede delle attività e dei libri dell'Istituto di studi filosofici. Sarebbe stato troppo bello: come scrisse Luigi Firpo in un commovente articolo uscito sulla "Stampa" nel 1981, "ci si è messo di mezzo il terremoto". Trasformato in un ricovero per gli sfollati di un palazzo vicino, il complesso dei Girolamini vide la sua sorte segnata per altri decenni. Fino ad oggi, quando torna di terribile attualità l'invocazione con cui Firpo chiudeva il suo articolo: "si allontanino i cattivi custodi, e si dia credito e spazio alla Napoli seria e civile che chiede per sé e per tutti noi un meno avvilente destino".

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