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Luciana Castellina
Francesco Rosi. il cinama combattente
11 Gennaio 2015
Articoli del 2015
Riprendiamo due articoli (di Luciana Castellina e di Alberto Ziparo) tra i numerosi con cui

il manifesto dell'11 gennaio 2015 ricorda l'autore de "Le mani sulla città", un film che ha riacquistato la sua attualità nell'Italia de Craxi-Berlusconi-Renzi (ma forse non l'aveva mai del tutto persa).

FRANCESCO ROSI,
IL CINEMA COMBATTENTE
di Luciana Ca
stellina

L’ultima volta che l’ho visto era circa un anno fa: ero andata a casa sua assieme ad Ago­stino Fer­rente che voleva vedesse il suo film su Napoli – Le cose belle. Ago­stino, almeno due gene­ra­zioni più gio­vane, ci teneva molto e ha appro­fit­tato della mia vec­chia ami­ci­zia con il «mae­stro» per incon­trarlo. Un film su Napoli non poteva non esser visto e giu­di­cato da un napo­le­tano così napo­le­tano come Franco Rosi. La visione fu un disa­stro tec­nico: per­ché il gran­dis­simo regi­sta non pos­se­deva uno schermo degno di que­sto nome, né un tele­vi­sore di pro­por­zioni umane. Dovemmo infi­lare il dvd in un appa­rec­chietto minu­scolo e che per di più offriva solo un suono inter­mit­tente, inau­di­bile.

Rosi non si era con­ci­liato con la tec­no­lo­gia, già vedere un film su una tv gli era incon­ce­pi­bile. Non per­ché fosse un uomo dell’altro secolo, per carità: era tutt’ora molto molto con­tem­po­ra­neo, uno sguardo luci­dis­simo sulla nostra epoca, e sui guai della sua sini­stra. La stessa intel­li­genza della realtà che aveva avuto da gio­va­nis­simo, parte di quel gruppo par­ti­co­la­ris­simo di intel­let­tuali napo­le­tani socia­li­sti di sini­stra che hanno con­tri­buito molto a rac­con­tare il tempo della mia gene­ra­zione e di parec­chie successive.

In mezzo a tanta discus­sione sul rap­porto fra sto­ria e fic­tion, baste­reb­bero i film di Franco Rosi a far capire quanto e come l’artista - se lo è dav­vero - rie­sce a dire, più di chi rife­ri­sce di docu­menti e archivi, della realtà, sve­lan­done, attra­verso l’invenzione nar­ra­tiva, anche quanto non è altri­menti visi­bile. Un ele­mento essen­ziale della poli­tica di cui pro­viamo oggi una strug­gente nostal­gia. I suoi film sono stati un con­tri­buto pri­ma­rio inso­sti­tui­bile alle nostre bat­ta­glie del dopo­guerra. Franco era pas­sio­nale, nel senso che ci teneva a che i suoi film susci­tas­sero pas­sioni, ali­men­tas­sero il fare poli­tico.

Ricordo quanto avvenne parec­chi anni prima dell’infortunio tec­no­lo­gico col film di Fer­rente in Cina, un altro assurdo inci­dente. Era­vamo a Pechino con una dele­ga­zione di Cine­città - la prima - pre­si­dente all’epoca Gillo Pon­te­covo (io ero lì per­ché allora ero pre­si­dente di Ita­lia Cinema, l’agenzia di pro­mo­zione dei film ita­liani). Si doveva pro­iet­tare La Tre­gua e natu­ral­mente non c’era sot­to­ti­to­la­zione per­ché allora né lì né, del resto, in tutta l’Europa dell’est, era abi­tuale. Si pro­ce­deva con l’«overvoice»: la voce del tra­dut­tore, col­lo­cato nella sala, che si sovrap­po­neva a quella dei pro­ta­go­ni­sti del film. Franco era sospet­toso circa il risul­tato e per que­sto assai ner­voso. Poco prima di comin­ciare si informò dal tra­dut­tore se aveva capito bene di cosa trat­tava il film e quello rispose sicuro: «Sì, certo, è un film sulla vita di John Tur­turro (se ricor­date era lui che inter­pre­tava Primo Levi).
Alla rispo­sta Franco stava per ripren­dersi la pel­li­cola e andar­sene infu­riato. Accettò di restare quando gli fu spie­gato che Primo Levi non era mai stato tra­dotto in Cina, era uno sco­no­sciuto. Ma con­trav­ve­nendo a tutte le regole della sicu­rezza in vigore in Cina, dove nes­suno avrebbe potuto rivol­gersi ad un pub­blico gran­dis­simo qual era quello che affol­lava l’anfiteatro ove il film doveva essere pro­iet­tato, saltò sul palco e improv­visò un appas­sio­nato rias­sunto de La tre­gua. Ricordo bene le sue ultime parole, in cui descri­veva la prima scena del film: «ecco, adesso vedrete una pat­tu­glia dell’Armata rossa a cavallo che arriva in vista del campo di ster­mi­nio dove sono rin­chiusi gli ebrei super­stiti delle camere a gas». «Ecco – aveva aggiunto – spe­gnete le luci»; e si aspet­tava appa­risse sullo schermo la bel­lis­sima, emo­zio­nante inqua­dra­tura con cui si apre quel film. E invece, a inter­rom­pere bru­tal­mente l’emozione che era riu­scito a susci­tare nel pub­blico con le sue parole, e che certo l’«overvoice»non avrebbe potuto ani­mare, il pro­ie­zio­ni­sta cinese per un errore mandò un docu­men­ta­rio sui mon­diali di cal­cio che dove­vano tenersi in Ita­lia. Durò 40 minuti. Ci nascon­demmo tutti per una gior­nata intera, non ave­vamo il corag­gio di affron­tare il suo furore sacrosanto.

Era il 2000, 15 anni fa, e la nuova Cina stava spic­cando il volo, già nel mer­cato mon­diale ma ancora terzo mondo. Alla riu­nione con il gio­va­nis­simo diret­tore della pro­du­zione cine­ma­to­gra­fica cinese che il rap­pre­sen­tante del Mini­stero dei beni cul­tu­rali, mem­bro della nostra dele­ga­zione, cer­cava di con­vin­cere ad intra­pren­dere il nego­ziato per un accordo di copro­du­zione con l’Italia, per cui era neces­sa­rio un voto par­la­men­tare e un accordo fra governi come per i Trat­tati inter­na­zio­nali, il gio­va­notto ci guardò e disse: «Ma ce li avete i soldi? Per­ché con gli ame­ri­cani di tutte que­ste pro­ce­dure non c’è biso­gno, ma loro ci hanno i soldi». Non dimen­ti­cherò mai la fac­cia di Gillo, di Angelo Guglielmi allora diret­tore del Luce, di tutti i nostri, ma soprat­tutto quella di Franco Rosi.

Scu­sate se mi perdo in que­sti anned­doti, ma sono pro­prio que­ste vicende vis­sute assieme che tor­nano alla mente quando qual­cuno scom­pare. Almeno in un primo momento, per­ché subito dopo la ferita pene­tra nel pro­fondo e si avverte il vuoto che la morte lascia quando col­pi­sce una per­sona come Franco Rosi che per via del suo cinema ha così tanto segnato la nostra cul­tura e coscienza. Vor­rei ricor­dare però anche anni più spen­sie­rati, le serate con Franco e Gian­carla nell’attico di via della Croce, o i bagni sulla spiag­gia avanti alla loro casa al Vil­lag­gio dei Pesca­tori a Fre­gene, il luogo mitico dove si radu­nava allora il nostro miglior cinema: Ettore Scola, Citto Maselli, Franco Soli­nas, Felice Lau­da­dio… Erano gli anni ’60, un grande tempo e per­ciò anche un grande cinema

LA CITTÁ CHE HA DIVORATO L'ITALIA
di Alberto Ziparo
In occa­sione della morte di Fran­ce­sco Rosi ripub­bli­chiamo que­sto arti­colo di Alberto Ziparo, uscito sul mani­fe­sto del 25 ago­sto 2013 come ante­prima dell’omaggio del Festi­val di Vene­zia al regi­sta napo­le­tano. (aggior­na­mento del 10 gen­naio 2015

Mar­tedì pros­simo, a Vene­zia, verrà pro­iet­tato «Le mani sulla città» di Fran­ce­sco Rosi, nella ver­sione restau­rata dalla Cine­teca Nazio­nale. Si cele­bra così il cin­quan­ten­nio del con­fe­ri­mento del Leone d’oro al capo­la­voro neo­rea­li­sta del regi­sta (sem­pre quel giorno Rai Movie ne offrirà visione in tv).

Com’è noto, Rosi denun­ciava lo sfa­scio urba­ni­stico e poli­tico di Napoli, in grande espan­sione in que­gli anni. Non poteva sapere – ma forse lo intuiva — che la sua opera avrebbe costi­tuito una magi­strale, anche se assai inquie­tante, pre­vi­sione circa i disa­stri delle poli­ti­che, non solo urba­ni­sti­che, che avreb­bero segnato l’Italia intera nel cin­quan­ten­nio suc­ces­sivo. Sfre­gian­done irri­me­dia­bil­mente quel volto «illu­mi­nato e gen­tile» colto dai viag­gia­tori del Gran Tour e che le era valso il sopran­nome di «Belpaese».

Nel film Rod Stei­ger (nei panni del costrut­tore e poli­tico Not­tola) che spiega come un ter­reno agri­colo «che vale 500 lire» se diventa edi­fi­ca­bile «ne vale 50.000» costi­tui­sce una sin­tesi mira­bile del ruolo della ren­dita spe­cu­la­tiva nella cre­scita urbana, più effi­cace di molte lezioni di ana­lisi urba­ni­stica. Il film spiega appunto il disfa­ci­mento della poli­tica rispetto agli inte­ressi della ren­dita spe­cu­la­tiva (la camorra restava sullo sfondo, allora, o come «uti­liz­za­tore finale» di pic­colo cabotaggio).

Il film venne pre­miato con il Leone d’oro nel set­tem­bre 1963: un mese dopo si sarebbe regi­strato il disa­stro del Vajont, seguito dalla frana di Agri­gento e dall’alluvione di Firenze (1966). Eventi che dimo­stra­vano già come la cre­scita urbana, pure ancora rela­tiva –e cir­co­scritta alle città grandi e medio grandi — avve­niva a sca­pito della sicu­rezza ter­ri­to­riale e della qua­lità ecopaesaggistica.

Nono­stante i disa­stri, i ten­ta­tivi di riforma urba­ni­stica e di «nuovo regime dei suoli» por­tati avanti dal demo­cri­stiano Fio­ren­tino Sullo con l’appoggio della sini­stra socia­li­sta e del Pci ven­nero bloc­cati, segnando addi­rit­tura la fine poli­tica dell’ex mini­stro. Le emer­genze ambien­tali della cre­scita ter­ri­to­riale por­ta­rono a una serie di prov­ve­di­menti nor­ma­tivi par­ziali, che nell’arco di un decen­nio, dal 1967 alla fine dei Set­tanta, avvia­rono un pro­cesso pure timi­da­mente rifor­mi­sta: la legge Ponte-Mancini sulla scis­sione tra diritto di pro­prietà e di super­fi­cie (1967); i decreti su zoning e stan­dard (’68); la legge sulla casa e gli espro­pri (1971); l’onerosità della con­ces­sione a costruire e degli oneri di urba­niz­za­zione (1977); l’avvio dei piani di recu­pero (1978).

Que­sta inten­zione – e i mode­sti ten­ta­tivi di pia­ni­fi­ca­zione pro­gres­si­sta che ave­vano com­por­tato– veni­vano fru­strati nel decen­nio suc­ces­sivo da una serie di sen­tenze della Corte Costi­tu­zio­nale che met­te­vano in discus­sione vin­coli urba­ni­stici e cri­teri di espro­prio. Annun­cia­vano gli anni Ottanta, con la crisi del wel­fare state e l’avvio di un ven­ten­nio abbon­dante di iper­con­su­mi­smo e una sorta di con­tro­ri­forma urba­ni­stica, intro­dotta dalle sen­tenze citate e con­ti­nuata con i ten­ta­tivi di svuo­tare le capa­cità pre­scrit­tive dei piani con la cosid­detta «pro­gram­ma­zione con­cer­tata», in nome di un «Nuovo», che invi­tava a «Fare», ma in realtà a con­su­mare senza senso né limiti, anche il ter­ri­to­rio. E meno male che di lì a poco esplo­deva anche in Ita­lia la «que­stione ambientale».

In realtà, le cri­ti­cità urbane e le «mani sul ter­ri­to­rio» non si erano mai fer­mate; la ren­dita spe­cu­la­tiva, agra­ria ed edi­li­zia, diven­tava prima indu­striale, poi com­mer­ciale e infra­strut­tu­rale, infine finan­zia­ria: la sem­plice ope­ra­zione di tra­sfor­ma­zione diven­tava un affare, con i rela­tivi lavori più o meno grossi; migliore, se la nuova, anche ipo­te­tica desti­na­zione d’uso, tro­vava dei poten­ziali inve­sti­tori. Neu­tra­liz­zata la pia­ni­fi­ca­zione effi­cace, razio­nal­mente basata sulla domanda sociale, la «città dif­fusa» per­va­deva sem­pre più i vari ambiti del ter­ri­to­rio nazio­nale: una blob­biz­za­zione cemen­ti­zia indu­striale che can­cel­lava il pae­sag­gio, sep­pel­liva i beni cul­tu­rali, degra­dava l’ambiente, deterritorializzava.

L’ex Bel­paese è diven­tato così il Ben­godi delle costru­zioni e del con­sumo di suolo: lad­dove nel mondo, dal 1945 al 2005, si sono quin­tu­pli­cati i volumi urba­niz­zati, e in Europa si è regi­strata una cre­scita di quasi otto volte, in Ita­lia tale tasso supera i dieci punti, e nelle tre regioni del Sud ad alta den­sità mafiosa l’incremento è di oltre 13 volte!

Così, men­tre si inten­si­fi­ca­vano i disa­stri sismici ed idro­geo­lo­gici di un ter­ri­to­rio for­te­mente inde­bo­lito dalla cemen­ti­fi­ca­zione, la quota di suolo nazio­nale con­su­mato è oggi pari ad oltre il 20% dei 301.000 Kmq di super­fi­cie (rad­dop­pio dell’ingombro negli ultimi 15 anni) e si pro­du­cono costru­zioni per una domanda ine­si­stente (oltre 25 milioni di stanze vuote), men­tre il biso­gno sociale di abi­ta­zioni per­mane inevaso.

Certo, que­sto è dovuto anche al fal­li­mento della poli­tica: il film di Rosi rap­pre­sen­tava per­fet­ta­mente il dis­sol­vi­mento dell’etica e della razio­na­lità sociale che dovrebbe carat­te­riz­zare la gestione della cosa pub­blica: il sistema deci­sio­nale viene prima cir­cuito, poi incor­po­rato dall’offerta di tra­sfor­ma­zione urbana e ter­ri­to­riale, det­tata da inte­ressi spe­cu­la­tivi. Fin­ché –a par­tire dagli anni Novanta– una gover­nance «ubria­cata di pseu­do­li­be­ri­smo» se ne fa stru­mento dichiarato.

Oggi le poli­ti­che urbane e ter­ri­to­riali ai diversi livelli sono spesso extrai­sti­tu­zio­nali, det­tate dalle imprese e soprat­tutto dagli isti­tuti finan­ziari. Carlo Fer­ma­riello, che nel film rap­pre­senta se stesso, è un’icona della buona poli­tica legata alla reale domanda sociale: figura sem­pre più rara, poi quasi spa­rita, dalle nostre assem­blee elettive.

Per tutto que­sto – ha ragione Roberto Saviano– il film resta un capo­la­voro, «una grande rap­pre­sen­ta­zione non solo di Napoli, ma dell’Italia, anche di oggi». Anche se oggi forse Rosi gire­rebbe gli esterni in Val di Susa e gli interni tra par­la­mento e ministeri.

(Arti­colo ori­gi­nale pub­bli­cato sul mani­fe­sto digi­tale il 24 ago­sto 2013 alle 18.11, sul mani­fe­sto in edi­cola il 25 ago­sto 2013
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