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Vittorio Emiliani
Fine dei paesaggi italiani?
2 Novembre 2006
Toscana
La relazione introduttiva del presidente del Comitato per la bellezza al convegno di Monticchiello, (28 ottobre 2006)

“Questa nostra terra dove ogni valle e ogni cima ha un nome di famiglia: dove sono nati e dove sono morti i nostri cari, e dove hanno vissuto, che è lo stesso, i poeti e gli artisti dai quali è stata illuminata la nostra anima: dove a scavar le colline ci si accorge che sono tombe, sulle quali noi siamo cresciuti senza che mai si sia rotto nei millenni il filo della parentela con quei sepolti”

Piero Calamandrei in una lettera a Pietro Pancrazi, 24 giugno 1941

In Italia ci stiamo giocando, in pochi anni, il paesaggio, anzi i paesaggi, a colpi di ruspa e di cemento, di villettopoli, di seconde e terze case. Mentre mancano alloggi per la nuova immigrazione essendo l’edilizia economica precipitata al 4 per cento del totale.

Il caso-Monticchiello non è il solo ad appannare fortemente l’immagine di una Toscana Felix. Nei dintorni di Firenze come nell’Aretino e nello stesso Senese (per non parlare della Maremma e dell’Argentario) l’edilizia va a tutto spiano. Il problema, ormai drammatico, è nazionale, anche se nella luminosa e conservata (fino a ieri) Toscana diventa un pugno nell’occhio.

L’edilizia ha tirato moltissimo (ed è quasi tutta di mercato) in anni di crisi o di stagnazione industriale. Negli ultimi sei anni gli investimenti nazionali nella sola edilizia residenziale sono balzati da 58 a oltre 71 miliardi di euro (+23 per cento).

I permessi di costruzione galoppano. Specie in Veneto, Emilia-Romagna e Lombardia (nella sola Vigevano mille cantieri aperti). La Toscana si pone a metà classifica con permessi, nel 2002, per 41.000 nuove stanze. Per l’intera Italia sono oltre 800.000 stanze. Pochissime di edilizia economica e popolare.

E la corsa continua: nel primo semestre di quest’anno le costruzioni, già in crescita, segnano altri aumenti, del 3,1-3,2 per cento sull’anno precedente. Una autentica “febbre” che ha portato il comparto dal livello 100 del 2000 al livello 129 dell’anno in corso. Nel decennio 1992-2002 sono volati come stracci gli sfratti e le compravendite di case hanno toccato un picco del 62 per cento. Il tutto con una popolazione nazionale (e regionale toscana) che invece cresce pochissimo e quel pochissimo soltanto in forza dell’immigrazione. Per la quale non c’è però offerta edilizia, ma soprattutto bassa speculazione.

Cemento: siamo i primi produttori d’Europa con 800 Kg per abitante contro i 350 Kg della Germania e della Francia. Anche le cave stanno divorando mezza Italia.

Il dramma del paesaggio veneto. Il Veneto registra il più elevato numero di permessi di costruzione e una produzione di cemento che è balzata da 3 a 5 milioni di tonnellate in vent’anni, oltre 1.000 Kg a testa contro gli 800 della media nazionale. Infatti la collina di Comisso, di Piovene, di Parise è ormai costellata di ville e villette, fabbriche e fabbrichette. Anche in Emilia-Romagna l’“invasione” è di tipo barbarico, allarmante. La stessa verde Umbria registra episodi sempre più diffusi e visibili di cementificazione.

Dato di fondo: la speculazione sale sempre più dal mare all’interno collinare. Il fenomeno dunque sta portandosi dalle coste, ormai largamente compromesse, o in pericolo mortale (basta viaggiare sull’Aurelia), fin sulla dorsale appenninica e pre-appenninica “mangiando” altri suoli liberi, erodendo altri paesaggi intoccati. Anche nell’Umbria interna stanno succedendo cose gravi o gravissime, ai bordi di centri storici intatti e di gran pregio.

Il consumo di suoli liberi prosegue incessante: dai 30 milioni di ettari del 1951 siamo scesi in mezzo secolo a meno di 19 milioni di ettari non urbanizzati né infrastrutturati. In mezzo secolo ci siamo mangiati un terzo della superficie totale del Paese. In Toscana l’erosione di suoli liberi è minore e però a livelli allarmanti: da 1.776.563 ettari del 1990 si è scesi a 1.495.329 del 2003, cioè con 281.234 ettari cementificati e/o asfaltati (-15,8 per cento). I quali rappresentano un decimo dell’intero territorio toscano, in tredici anni. Con una sensibile accelerazione negli ultimi anni. C’è una legge regionale in proposito, ma il trend di consumo del suolo è allarmante.

Per contro molti borghi storici sono desolatamente svuotati e fuori le mura si alzano case e casoni (per es. a Montemerano in Maremma). Una indagine di Censis e Ance calcola che il patrimonio di edifici esistenti in Italia costruiti prima del 1919 ammonta a 4.745.270 abitazioni (17,9 per cento del totale delle abitazioni esistenti) delle quali quasi il 19 per cento è in cattive condizioni. Quindi vi sono abitazioni antiche o vecchie da risanare pari ad un milione circa di unità. In qualche caso interviene un grosso speculatore che si prende il borgo intero e ne fa, più o meno, quello che vuole: come sta succedendo a Castelluccio di Norcia. In altri, rari, casi si fanno buoni recuperi.

Chi dovrebbe contrastare, regolare, disciplinare fenomeni tanto dirompenti che stanno dissipando l’ultima nostra risorsa, cioè il paesaggio interno? Le Soprintendenze che però hanno scarsi mezzi, pochi tecnici e poteri indeboliti dal Codice Urbani, ma pure quei poteri residui li usano scarsamente. Con gravi responsabilità. Le Regioni le quali però, in maggioranza, hanno preferito liberarsi dell’incomodo sub-delegando “democraticamente” alla bisogna i Comuni divenuti così i controllori di se stessi. Eppure l’articolo 9 della Costituzione (quella vera) parla chiaro: “la Repubblica tutela il paesaggio”, cioè Stato, Regioni, Enti locali, insieme, con un ruolo preminente dello Stato e delle Regioni ribadito da leggi e sentenze della Corte costituzionale.

Ma la Regione Toscana, per bocca del suo presidente Claudio Martini, insiste nell’assegnare soprattutto ai Comuni il ruolo di tutori del paesaggio. Quasi che lo stesso fosse un fatto municipale e non nazionale.

Come possono i Comuni fronteggiare validamente un fenomeno di cui abbiamo appena descritto la dirompenza economico-finanziaria? Oltre tutto, in anni di economia stagnante, questa “febbre” edilizia ha finito per surrogare altre attività, e per portare parecchi denari nelle esauste casse comunali. Lo riconosce per primo lo stesso Martini.

Come pretendere, allora, dai soli Comuni la salvaguardia del territorio e del paesaggio se l’edilizia porta loro tanti benefici immediati? Il Titolo V della Costituzione del 2001 (improvviso e affrettato pasticcio di fine legislatura) prevede, è vero, che Stato, Regioni, Enti locali siano “equiordinati”, cioè che ciascuno possa interferire negli atti dell’altro.

Ma è soprattutto in Toscana che si sostiene in modo esasperato questa “equiordinazione”. In altre regioni si è legiferato dopo il Titolo V mantenendo alcuni valori gerarchici (ad esempio, la Provincia sui Comuni). Di recente poi, con la sentenza n.186, la Corte costituzionale è intervenuta a ribadire la sovraordinazione nella attività pianificatoria della Regione sulle Province e di queste ultime sui Comuni. Essa va rispettata, anche per ragioni funzionali.

Di fronte al caso-Monticchiello, ai diffusi segnali di manomissione paesaggistica anche all’interno della Toscana, deve partire una riflessione che porti a posizioni meno sbilanciate e più sagge. Il Codice dei beni culturali prescrive alle Regioni di redigere piani paesaggistici adeguati. La Corte costituzionale ha stabilito che tali piani devono essere formati dalla Regione e riguardare l’intero territorio regionale.

E’ disposta la Regione Toscana a dare all’intero Paese un forte segnale positivo impegnandosi qui e subito alla redazione di un piano paesistico approfondito, dettagliato, rispettoso del grande patrimonio paesaggistico regionale? Come sta facendo la Regione Sardegna (Regione, certo, a statuto speciale, con altri poteri. Qui ben usati tuttavia dal presidente Soru).

Il presidente Claudio Martini continua a sostenere che la titolarità della tutela spetta ai Comuni e, al tempo stesso, ammette che i Comuni hanno “fatto cassa” con gli oneri di urbanizzazione, cioè lasciando correre l’edilizia privata. Una contraddizione stridente in termini.

Qui l’assessore toscano Riccardo Conti ha affermato che la Regione Toscana “inserirà il Codice Urbani nel Piano di Indirizzo Territoriale” in fase di aggiornamento. Qui non si tratta di “inserire” il Codice sui beni culturali e paesistici nel PIT toscano, ma di redigere finalmente, e al più presto, assieme alle Soprintendenze, quel Piano paesistico approfondito, dettagliato, che questa Regione non volle elaborare neppure al tempo della legge Galasso ricorrendo contro di essa.

Intanto vanno avanti grandi progetti toscani di edilizia residenziale di tipo turistico (seconde case): sono stati approvati i 400 alloggi di Donoratico presso Castagneto Carducci, sono in pista altri 400 appartamenti a Bagnaia (promotore l’editore della “Nazione” Vittorio Rieffeser), incombono altre centinaia di alloggi a Fiesole (38.000 mc), a Bagno a Ripoli, a Rigutino di Arezzo. Mentre a Capalbio la lottizzazione di Poggio del Leccio, visibilissima dalle mura, sta sbregando quella collina e le gru si alzano ovunque fra Borgo Carige e Capalbio Scalo (qui si è mossa Real Estate di Pirelli), col lago di Burano che rischia seriamente l’assedio. E il catalogo toscano potrebbe continuare a lungo…

La situazione toscana è diventata preoccupante, anche se non è certamente la più grave di questo sfortunato Paese. Non siamo alla fase terminale della distruzione in atto, per non citare sempre il Sud, nel Veneto. Si può, si deve però correre (ma presto!) ai ripari. Allora il caso-Monticchiello sarà servito a invertire una tendenza, a riportare in onore, come in Sardegna, la pianificazione urbanistica e paesaggistica. Ma ci vuole una forte ed esplicita volontà politica. Ci vuole la volontà di ricostituire una virtuosa cooperazione Stato-Regioni-Autonomie locali a salvaguardia del territorio e del paesaggio, senza municipalismi anacronistici, o populistici, e senza centralismi, né statali, né regionali. Ma con la concreta possibilità di evitare e di correggere errori e speculazioni, di pianificare sulla base di un interesse generale oggi appannato e aggredito da mille interessi privati e corporativi, di ricreare nelle popolazioni l’orgoglio di una appartenenza storica, di un legame col passato che è poi patrimonio per il presente e per il futuro.

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