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Valentino Parlato
Finanzcapitalismo alla Provera
3 Aprile 2015
Articoli del 2015
Gli italiani ci guadagnano o ci rimettono dalla vendita del nostro patrimonio industriale? Ci sono i pro e i contra, ma il risultato potrebbe essere positivo soltanto se ci fosse un governo competente e lungimirante. Ciò che, ahimè, sembra mancare. Articoli di Valentino Parlato ed Enrico Capucci.

Il manifesto, 3 aprile 2015


RIPENSIAMO ALL’IRI
di Valentino Parlato

La noti­zia eco­no­mica e poli­tica di que­ste set­ti­mane è che la Cina (quella una volta rossa di Mao Tse Tung) è diven­tata padrona della nostra sto­rica e famosa Pirelli. La nostra stampa, dopo aver cer­cato di assi­cu­rarci che la Cina sarà rispet­tosa dei nostri inte­ressi, con­clude ras­se­gnata: è la glo­ba­liz­za­zione. Come a dire: è il destino, la sto­ria, guar­dan­dosi bene dal pre­ci­sare che siamo al capi­ta­li­smo glo­bale. Anche la Cina “rossa” ha un suo capi­ta­li­smo che dice di gover­nare, ma chissà se è vero.

L’acquisto della Pirelli da parte della Cina, oltre che un po’ di paura, ha susci­tato anche l’invidia del capi­ta­li­smo nostrano, che si è subito affret­tato a dire che anche noi capi­ta­li­sti ita­liani fac­ciamo acqui­sti all’estero. Così il Cor­riere della Sera di lunedì 30 marzo, nelle sue pagine eco­no­mi­che, fa un titolo pre­oc­cu­pato nella prima riga («Made in Italy in ven­dita?») per poi ras­si­cu­rarci nella seconda riga («Ma c’è chi com­pra all’estero»). Ci dice che anche noi ita­liani fac­ciamo acqui­sti all’estero e spiega: è vero che i cinesi si sono com­prati la grande e sto­rica Pirelli, ma imprese ita­liane come Cam­pari, Recor­dati, Luxot­tica, Brembo, Ampli­phon e Ima hanno a segno ben 85 ope­ra­zioni di acqui­sto all’estero. Insomma, leg­gere sulla nostra stampa che non siamo da meno della Cina mi pare piut­to­sto pate­tico. Ma ci sono ancora due obie­zioni. La prima è che i nostri inve­sti­menti non sem­pre ci fanno padroni delle imprese nelle quali sono stati messi i soldi. La seconda obie­zione mi pare ancora più seria: nella situa­zione di crisi della nostra eco­no­mia la Cam­pari, invece di inve­stire all’estero i soldi gua­da­gnati in Ita­lia, avrebbe dovuto inve­stirli nel nostro paese per alleg­ge­rire la disoc­cu­pa­zione degli ita­liani, il cui lavoro ha fatto gua­da­gnare alla Cam­pari i soldi che poi è andata a spen­dere all’estero. In ogni modo com­pli­menti per il Cam­pari Soda.

Ma tor­niamo all’attuale grave crisi, che né il calo del prezzo del petro­lio, né la sva­lu­ta­zione dell’euro hanno fre­nato. La glo­ba­liz­za­zione è cosa troppo grande e com­plessa per le nostre imprese in dif­fi­coltà e che hanno biso­gno di soldi, come afferma anche Mat­teo Renzi. E i soldi (nono­stante le dif­fi­coltà di bilan­cio, può darli solo lo Stato, anche attra­verso la Banca cen­trale euro­pea (il bravo Dra­ghi un po’ di soldi li sta dando, ma non basta).

Ci vuole un serio e forte inter­vento pub­blico, man­dando al dia­volo l’austerità della Troika e di quant’altri. Altri­menti – va detto ad alta voce – anche l’Italia seguirà la Gre­cia, il cui governo sta facendo una lotta dispe­rata per sal­vare il paese. La que­stione di un serio e deciso inter­vento pub­blico va messa all’ordine del giorno.

Quando si parla di serio inter­vento pub­blico il pen­siero va subito all’Iri, nato nel 1933 e morto nel 2002. L’Iri (Isti­tuto rico­stru­zione indu­striale) salvò l’industria ita­liana dalla crisi del 1929 e pro­dusse, nel secondo dopo­guerra, il famoso «mira­colo ita­liano». Ripen­siamo all’Iri e vediamo se si può aprire una seria discus­sione sull’opportunità o meno di rimet­terlo in campo. A tal fine, sono di grande uti­lità i sei volumi sulla sto­ria dell’Iri pub­bli­cati da Laterza. Ulti­ma­mente sono arri­vati in libre­ria il quinto, a cura di Franco Rus­so­lillo, con inter­venti di nume­rosi autori, e “L’Iri nell’economia ita­liana” di Pier­luigi Ciocca, al quale soprat­tutto fac­cio rife­ri­mento per­ché libro costi­tui­sce una con­clu­sione di tutto il lavoro di ricerca sull’Iri e, ancora di più, per la sua espe­rienza nel Diret­to­rio della Banca d”Italia e la sua seria cono­scenza dell’economia ita­liana.

Vengo al capi­tolo finale del libro di Ciocca, che già nel titolo pone il pro­blema che vor­rei porre ai let­tori: «Una nuova Iri?» Riporto di seguito le prime parole, per me assai signi­fi­ca­tive, di que­sto capi­tolo: «Avrebbe gio­vato con­ser­vare l’Iri? Ovvero, avrebbe gio­vato — potrebbe gio­vare una nuova Iri? La rispo­sta è posi­tiva, qua­lora si spinga l’immaginazione a un con­tro­fat­tuale che includa l’Iri nella sua migliore sta­gione: l’Iri mec­ca­ni­smo e non stru­mento, l’Iri dotato di capi­tale del suo prin­ci­pale azio­ni­sta e ampia­mente par­te­ci­pato da pri­vati in mino­ranza, l’Iri com­preso dalla poli­tica e accet­tato nella sua auto­no­mia, l’Iri capace di con­tri­buire allo svi­luppo indu­striale del Mez­zo­giorno, l’Iri impe­gnato nelle atti­vità di R&S, fonte di inno­va­zione e pro­gresso tec­nico dif­fusi nella filiera del sistema produttivo».

Su que­ste parole di Pier­luigi Ciocca vor­rei con­clu­dere. La situa­zione è brutta. Si dovrebbe pro­vare a met­tere in campo l’Iri. Vor­rei aggiun­gere che con­ver­rebbe anche a Mat­teo Renzi, ma sarebbe un pro­getto troppo com­plesso per le sue sem­pli­fi­ca­zioni di breve periodo. Vogliamo discuterne


FINANZCAPITALISMO ALLA PROVERA
di Enrico Carucci

Globalizzazione. Le strategie finanziarie del manager italiano e le prospettive della vendita ai cinesi

A pochi giorni dall’annuncio dell’acquisto di Ansal­doSts e Ansal­do­Breda da parte di Hita­chi, un altro pezzo impor­tante dell’industria Ita­liana passa in mani stra­niere: la Pirelli ha infatti reso noto l’accordo per il pas­sag­gio di pro­prietà al colosso cinese Chem­China. Si tratta dell’ennesima acqui­si­zione di aziende ita­liane da parte di gruppi stra­nieri, un feno­meno che inve­ste la tota­lità del sistema indu­striale, dal tes­suto di pic­cole medie imprese ai grandi mar­chi. Par­ma­lat, pasti­fi­cio Luciano Garo­falo, Per­ni­gotti, Ducati, Inde­sit, Loro Piana, Kri­zia: solo qual­che esem­pio, preso in ordine sparso ma non a caso, per mostrare come tutti i set­tori chiave dell’economia ita­liana ne siano inte­res­sati, dall’agroalimentare alla mec­ca­nica ai pro­dotti di lusso.

Se si pre­sta fede al man­tra del «è neces­sa­rio atti­rare capi­tali stra­nieri», si potrebbe con­clu­dere che ci tro­viamo di fronte a un feno­meno posi­tivo: il nostro Paese è in grado di attrarre finan­zia­tori stra­nieri. Bene, siamo com­pe­ti­tivi e ciò ci per­met­terà di ripren­dere il sen­tiero della cre­scita soste­nuta. Altre voci, più scet­ti­che, vedono in que­ste acqui­si­zioni l’impoverimento e lo smem­bra­mento del tes­suto indu­striale italiano.

Pur non entrando in que­sto dibat­tito, ci limi­tiamo a far notare che il pas­sag­gio di pro­prietà (o della mag­gio­ranza delle azioni) a una società in mano stra­niera ha delle impli­ca­zioni inne­ga­bili per quanto riguarda i flussi finan­ziari a livello paese. A un’entrata una tan­tum nel momenti della ces­sione, fa seguito infatti un’uscita con­ti­nua­tiva di flussi finan­ziari tra­mite i pro­fitti rimpatriati.

La dif­fe­renza tra inve­sti­menti e acqui­si­zioni è cru­ciale. Non si sta par­lando di flussi di denaro che entrano per aumen­tare la capa­cità pro­dut­tiva della nostra eco­no­mia, bensì di un cam­bio di pro­prietà. Inol­tre, nell’ipotetico caso di un governo che deci­desse di ripren­dere a fare poli­tica indu­striale, con­fron­tarsi con part­ner stra­nieri o ita­liani non sarebbe chia­ra­mente la stessa cosa in ter­mini di agenda e priorità.

Chia­ra­mente la nuova lea­der­ship cinese pre­senta della poten­zia­lità da non sot­to­va­lu­tare, come la pos­si­bi­lità di allar­gare signi­fi­ca­ti­va­mente il mer­cato di Pirelli, apren­dolo ai paesi asia­tici. La que­stione chiave, tut­ta­via, sarà capire che parte di que­sti bene­fici rimarrà in Italia.

All’annuncio di Pirelli sono seguite alcune (poche in realtà) cri­ti­che sulla pres­so­ché totale assenza di un’adeguata poli­tica indu­striale da parte del governo, una con­si­de­ra­zione fatta tra gli altri non solo dalla lea­der della Cgil Susanna Camusso, ma anche da una figura non esat­ta­mente vicina ai sin­da­cati come Cesare Romiti. Que­sta cri­tica è stata liqui­data come «nazio­na­li­smo di maniera» da Marco Tron­chetti Pro­vera, il Pre­si­dente non­ché ammi­ni­stra­tore dele­gato della Pirelli, tra le altre cose uno dei mana­ger più pagati di Italia.

Per capire la figura di Pro­vera, è utile far rife­ri­mento a un ter­mine in voga nella teo­ria eco­no­mica: la finan­zia­riz­za­zione dell’economia. Si tratta di un con­cetto non sem­plice da spie­gare, che ha con­fini poco chiari anche all’interno del dibat­tito acca­de­mico. In poche bat­tute, è un pro­cesso che porta la sfera finan­zia­ria dell’economia a pre­va­lere su quella reale: la finanza, la borsa, la spe­cu­la­zione che pre­val­gono sulla indu­stria, l’imprenditoria e la pro­du­zione. Da un punto di vista mana­ge­riale, ci si foca­lizza più sul valore di borsa delle azioni che sulle per­for­mance com­mer­ciali dell’azienda. Que­sto signi­fica avere un oriz­zonte tem­po­rale assai limi­tato. La finanza, è risa­puto, corre molto, ha tempi brevi e poco si adatta a com­plessi pro­getti impren­di­to­riali di lungo respiro.

La linea mana­ge­riale di Pro­vera si è mossa in que­sto solco. Pro­vera con­trolla la Pirelli tra­mite un sistema pira­mi­dale (con del capi­tale crea una società che si inde­bi­terà e potrà com­prare una società più grande che si inde­bi­terà, potendo a sua volta com­prare una società più grande e così via) e ha con­cen­trato tutti i suoi sforzi sul valore di Borsa dell’azienda, indub­bia­mente con qual­che successo.

Le azioni di Pirelli hanno incre­men­tato con­si­de­re­vol­mente il loro valore da quando ne ha assunto la Pre­si­denza. Il lato impren­di­to­riale è stato però messo in secondo piano. Gli inve­sti­menti sono dimi­nuiti, cosi come le spese in ricerca. Ciò, unito alla com­pres­sione sala­riale, può aver favo­rito la red­dit­ti­vità di Pirelli nel breve ter­mine ed aver quindi faci­li­tato la distri­bu­zione di divi­dendi, con­tri­buendo a deter­mi­nare il valore di borsa di un titolo, ma senza coniu­garsi a una con­cor­renza indu­striale in mer­cati sem­pre più aperti e competitivi.

Per­ché le aziende e l’economia ita­liana pos­sano fare fronte alle sfide e alle oppor­tu­nità dell’economia glo­bale e dei mer­cati emer­genti, è fon­da­men­tale avere una classe impren­di­to­riale capace e lun­gi­mi­rante, non­ché una finanza paziente che sia fun­zio­nale all’impresa. E ci vor­reb­bero governi capaci di fare vera poli­tica indu­striale.

Le sca­tole cinesi all’italiana, il capi­ta­li­smo da salotto, una finanza basata sulle rela­zioni, i Tron­chetti Pro­vera non sono adatti ai mer­cati mon­diali, per­ché non ne sono all’altezza. A vederli deci­dere di sot­trarsi ai mer­cati glo­ba­liz­zati e ven­dere un pezzo impor­tante dell’industria ita­liana dopo essersi arric­chiti spro­po­si­ta­ta­mente, ver­rebbe da pen­sare a Schet­tino e urlare «torni a bordo, cazzo». Ma pro­ba­bil­mente è meglio di no.

È meglio che i mana­ger di corto respiro, quelli che spol­pano le aziende — si veda anche il caso Tele­com — e che anda­vano di moda tra i venti e i trenta anni fa negli Stati Uniti (si pensi al Gor­don Gekko di Wall Street di Oli­ver Stone), si levino di torno. In un paese con una lunga sto­ria di pro­du­zione mani­fat­tu­riera come il nostro, biso­gne­rebbe che i bonus dei mana­ger non fos­sero pagati sulla base di obiet­tivi finan­ziari, come nel caso di Mar­chionne, ma sulle per­for­mance indu­striali e gli obiet­tivi di lungo periodo.

In assenza di una classe impren­di­to­riale all’altezza, ci si dovrebbe poter rivol­gere a un governo che inter­venga tra­mite poli­ti­che indu­striali. Ma avrebbe senso aspet­tarsi ciò da un ese­cu­tivo che si rifà a stra­te­gie che erano in auge in Inghil­terra vent’anni fa.

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