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Tonino Perna
Federalismo. Al Nord la Lega, al Sud la Mafia
31 Luglio 2009
Scritti 2009
Parole chiare sul Mezzogiorno e sul suo destino nello Stato federalista, guidato dai fautori del declinking, “la secessione dei ricchi”. Il manifesto, 31 luglio 2009

Avevo poco più di vent’anni quando arrivarono 50.000 operai delle fabbriche grandi e medie del nord Italia. Venivano a Reggio Calabria per solidarizzare con chi si sentiva accerchiato dai boia chi molla, con chi lottava contro il neofascismo montante, con chi, malgrado la sinistra (Pci e Psi) avesse sbagliato tutto in questo territorio, restava ancora di sinistra. Il corteo iniziò la mattina alle 11 e si concluse la sera: molti treni erano stati bloccati dalle bombe e alcuni compagni arrivarono dopo una intera giornata di viaggio quando ormai la manifestazione era finita. Era il 22 ottobre del 1972. Un altro secolo, un altro mondo.

La solidarietà tra nord e sud era una cosa concreta, era fatta di ideali comuni e di sacrifici condivisi, ed aveva una valenza bidirezionale. Oggi sarebbe assolutamente impossibile organizzare una manifestazione di quel tipo, con quella passione e a rischio della vita. Ma, agli inizi degli anni ’70 del secolo scorso, eravamo in pieno clima post-’68 che aveva di fatto unificato il nostro paese, forse come non mai nella sua storia. Era ormai superata la storica alleanza auspicata da Gramsci, tra contadini del sud ed operai del nord, in quanto nel ventennio 1951-71 si erano svuotate le campagne meridionali e chi era rimasto era spesso entrato, per sopravvivere, nella rete tentacolare dei sussidi e sovvenzioni della Comunità europea. Il ’68 aveva coinvolto una intera generazione, attraversando le classi sociali e seminando una visione del mondo aperta, solidale, internazionalista e pacifista, in cui non c’era più spazio per la contrapposizione tra “terroni” e “polentoni”, anche grazie al fatto che gli extra-nordisti (immigrati meridionali al nord) avevano costituito una avanguardia nelle lotte di fabbrica di quegli anni e si erano guadagnati il rispetto di tutto il movimento operaio e della sinistra, parlamentare ed extra.

Come sappiamo, dagli anni ’80 inizia quel processo di normalizzazione politica e di frantumazione sociale che ha portato alla disintegrazione delle grandi organizzazioni politiche e sindacali che avevano giocato un ruolo di primo piano nel mantenere una visione unitaria dei problemi del nostro paese. Ancor più, sul piano economico, il Mezzogiorno perdeva progressivamente di ruolo nel modello di sviluppo italiano. Se negli anni’50 aveva funzionato da «serbatoio » di manodopera a basso costo per le industrie del nord, se negli anni ’60 e ’70 aveva giocato un ruolo importante come mercato di sbocco per la nascente piccola e media impresa della Terza Italia (centro-nord-est), alla fine degli anni ’80 era diventato superfluo, un peso, una escrescenza di cui liberarsi. La globalizzazione infatti avevareso marginale il mercato meridionale per il sistema industriale del centro-nord. Basti pensare che, come è stato dimostrato in uno studio dell’inizio anni ’90, un incremento di un punto percentuale nella domanda dei consumatori tedeschi era più importante, per il sistema industriale italiano, che dieci punti di aumento del Pil nel Mezzogiorno.

Senza cadere in un approccio deterministico, non è un caso che proprio in quella fase storica sia nata la Lega nord. Non un fenomeno folcloristico, come qualcuno aveva pensato e scritto, bensì la traduzione politica sul territorio italiano di un fenomeno mondiale: il delinking, lo sganciamento delle aree ricche del pianeta. La «secessione dei ricchi», come è stata definita, ha prodotto tragedie, come quella della ex Jugoslavia, o si è conclusa pacificamente, come nel caso della ex Cecoslovacchia. In ogni caso è un fenomeno con cui fare i conti. Finché il Mezzogiorno ha funzionato da serbatoio di voti per le maggioranze di governo, la secessione è stata scongiurata. Quando la Sicilia ha dato l’en plein dei voti a Forza Italia, involontariamente ha condizionato il premier a fare i conti con le esigenze dell’isola e della sua classe politica. Oggi anche questo ruolo del Mezzogiorno si sta esaurendo. La crisi economica da una parte e il federalismo fiscale dall’altra stanno mettendo in ginocchio il territorio meridionale. Nei prossimi anni, quando i decreti attuativi del federalismo fiscale diventeranno realtà, le regioni meridionali dovranno trovare qualcosa come 20 miliardi di euro per coprire i costi del welfare e fare funzionare al minimo la pubblica amministrazione.

Anche i famosi Por, fondi europei per le regioni arretrate, finiranno nel prossimo quinquennio, e non ci saranno altre risorse aggiuntive. E i giovani del Mezzogiorno che in quest’ultimo decennio sono emigrati in massa nel centro-nord (oltre settecentomila) avranno sempre più difficoltà a farlo: per la prima volta le regioni ricche avranno un serio problema di disoccupazione, che tenteranno di risolvere in parte con un assorbimento nella pubblica amministrazione.

La crisi globale che stiamo attraversando non è una crisi congiunturale: il milione di operai ed impiegati nel settore privato che sono usciti dalla produzione difficilmente ci ritorneranno. I giovani laureati meridionali non saranno più chiamati a colmare i vuoti, non avranno più spazio nel settore pubblico, che ha funzionato da spugna occupazionale. Risultato: il Mezzogiorno si sta trasformando in una gabbia da cui è difficile uscire.

Il malessere crescente e il disagio sociale senza risposte hanno indotto una parte della classe politica meridionale a cercare una via d’uscita: costruire il Partito del Sud per avere lo stesso peso della Lega nelle trattative con Berlusconi.

Una scorciatoia estremamente pericolosa che farebbe solo il gioco di Bossi: legittimare la divisione dell’Italia, dividerla in confederazioni sul modello della Svizzera. E chi governerebbe il Mezzogiorno? Non ci sono dubbi: la borghesia mafiosa. Questa è nuova classe emergente, che sa essere locale e globale, radicata nel territorio e capace di investire gli enormi profitti dei mercati illegali in tutte le aree del mondo, di avere una legittimità territoriale (grazie alle assunzioni in supermercati, grandi alberghi, aziende agricole ed edili, ecc.) che la borghesia industriale ha in gran parte perso con la delocalizzazione. Ed il fenomeno non riguarda solo il Mezzogiorno, ma un numero crescente di aree del centro-nord. Anzi, la crisi finanziaria offre uno spazio inedito alla borghesia mafiosa per impadronirsi di terreni, case, aziende ed ogni bene dove reinvestire le sue enormi risorse finanziarie. In questo quadro socio-economico e politico un Partito del Sud ci porterebbe molto vicino a una situazione del tipo Montenegro o altri stati-mafiosi che pullulano nell’universo della globalizzazione: dal Messico alla Nigeria, senza dimenticare la Russia di Putin. È questo il nodo centrale da affrontare.

Il Mezzogiorno ha sicuramente bisogno di una maggiore rappresentanza e presenza nell’agenda politica nazionale. Ma solo una forza di sinistra, all’altezza dei tempi che viviamo, potrebbe riannodare le fila di una unità nazionale, declinata come nuova alleanza tra lavoratori, imprenditori socialmente responsabili, reti del terzo settore e dell’economia no-profit in direzione di un progetto di rinascita del nostro paese in tutti i campi, a cominciare da quello dell’etica pubblica e della produzione di beni ad alto valore d’uso e basso impatto ambientale.

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