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Marina Forti
Emergenza? No, è il clima futuro
3 Dicembre 2007
Clima e risorse
Necessarie strategie per il lungo periodo e per l’immediato, ne tenga conto la pianificazione del territorio. Da il manifesto del 27 giugno 2007

Il caldo? «Si fa molto sensazionalismo», sbotta Vincenzo Ferrara: «ogni anno sui giornali scrivete "emergenza caldo", "emergenza siccità": macché, non è un'emergenza. E' un dato strutturale, e bisogna tenerne conto». Ferrara è uno dei più bravi climatologi italiani, dirige il Progetto Clima Globale dell'Enea ed è nel comitato scientifico del Wwf Italia. Certo: viene fin troppo facile dire «emergenza», con il termometro che sale ben oltre i 40 gradi nel sud Italia, gli incendi, i black-out elettrici - o le alluvioni in Gran Bretagna. Il punto è che non siamo di fronte ad anomalie eccezionali: «Quelli che noi stiamo vedendo sono i primi effetti del cambiamento del clima», spiega Ferrara.

Siamo di fronte a due problemi, riassume il climatologo. Uno: è necessario ridurre le emissioni di gas a «effetto serra» che si accumulano nell'atmosfera terrestre e la riscaldano, in modo da frenare la tendenza al cambiamento del clima: «E' quello che chiamiamo strategie per mitigare il cambiamento del clima. Ma dobbiamo sapere che se anche riuscissimo a tagliare subito tutte le emissioni di gas nocivi, i cambiamenti del clima ormai sono innescati e gli effetti continueranno nei prossimi 50 o 60 anni. Per questo dico l'ondata di caldo è un problema strutturale». Ecco dunque il problema numero due: «Dobbiamo attrezzarci a combattere gli effetti del cambiamento del clima, già visibili e prevedibili. Dobbiamo mettere in campo quelle che nei consessi internazionali chiamiamo strategie di adattamento».

Cosa significa, nella pratica? «Significa che l'intera pianificazione dell'uso del territorio e delle risorse deve tenere conto del fatto che il clima sta cambiando. Sappiamo che la siccità è un dato strutturale: dunque bisogna razionalizzare da subito l'uso dell'acqua per i consumi civili, industriali, agricoli. Sappiamo che in Italia 1.400 chilometri di costa sono a forte rischio di erosione o di allagamento: dunque ill territorio costiero e il turismo vanno sviluppati tenendone conto. Una valutazione di impatto ambientale non può più considerare il clima come dato fisso, deve considerare il cambiamento prevedibile nei prossimi decenni: ad esempio, inutile costruire una qualsiasi infrastruttura su una costa destinata a andare sott'acqua tra 30 anni. Sia chiaro, adattarsi non significa rassegnarsi. Significa però prevenire i danni maggiori».

Ma l'Italia sta preparando le sue «strategie di adattamento»? Un'occhiata ai vicini europei dice che siamo in ritardo; ora però «il governo italiano si sta rendendo conto che il problema è grave», risponde Ferrara. Servirà a questo anche la Conferenza sul cambiamento del clima prevista per il prossimo settembre, convocata dal Ministero dell'ambiente e dall'Anpat - Vincenzo Ferrara dirige il comitato scientifico che la sta preparando. Servirà, dice, a «smovere l'opinione pubblica: perché si fa molto sensazionalismo su questi temi ma circola ben poca informazione seria». E servirà a coinvolgere le parti sociali.

Dunque bisogna lavorare su due binari. «Bisogna ripensare il sistema energetico nazionale», dice Ferrara: «Non c'è altro modo per tagliare drasticamente le emissioni di gas di serra», visto che la fonte principale di queste emissioni è la combustione di fossili come petrolio o carbone, dunque tutto ciò che è legato alla produzione di energia, trasporti, industria. «L'obiettivo minimo è dimezzare le emissioni di gas di serra entro il 2050», ricorda Ferrara: solo così riusciremno a contenere il riscaldamento dell'atmosfera terrestre entro i 2 gradi di media, consentendo agli ecosistemi di adattarsi (è l'ultima conclusione a cui è giunto il Comitato intergovernativo sul cambiamento del clima (Ipcc), il comitato scientifico internazionale istituito dall'Onu (Ferrara ne è stato il punto di riferiemento per l'Italia fino all'anno scorso).

Tagliare i consumi energetici, cercare soluzioni per conservare energia. E poi «pianificare l'uso del territorio e delle risorse, il turismo, le attività economiche, tenendo conto dei cambiamenti prevedibili». Insomma: dobbiamo abituarci a vivere con il cambiamento del clima.

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