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Alberto Vitucci
Ecco come nasce il MoSE
12 Dicembre 2005
MoSE
Incuranti delle proteste, dei ricorsi, del buonsenso, proseguono imperterriti (come informa la Nuova Venezia del 28 ottobre 2004) i pesanti irreversibili lavori illeggittimi per la distruzione della Laguna di Venezia. I soldi che girano sono troppi perchè si possa prevedere di fermare la poderosa macchina, alimentata da complicità, pavidità, ignoranze, illusioni. Ma la speranza è l'ultima a morire

VENEZIA. Ruspe in piena attività per sbancare il litorale, chiatte che trasportano dall’Istria in laguna 8 milioni di metri cubi di pietre (un’intera montagna) per farne fondamenta: a Punta Sabbioni sta già nascendo il Mose. La Nuova Venezia è andata a vedere i cantieri del Consorzio.

Mentre le imprese sono già al lavoro, il Magistrato alle Acque minimizza i risultati di uno studio sull’impatto negativo delle dighe mobili sulla vita del porto: «Risolveremo i problemi». Ma sulla questione fioccano le prese di posizione in difesa della «prima industria della città». Intanto si fa strada la soluzione per scavare i canali portuali ed aumentarne la potenzialità: i fanghi saranno scaricati in laguna sud, creando una nuova barena.

VENEZIA. Pietroni e cemento in bocca di porto. Il Mose comincia a materializzarsi. E mentre in Comune si discute e i ricorsi non sono conclusi, le ruspe lavorano a pieno ritmo. A Punta Sabbioni il paesaggio è già radicalmente cambiato rispetto a un mese fa. Una distesa di massi bianchi chiude a sud la diga ottocentesca. Qui dovrà sorgere il «porto rifugio» in previsione della costruzione delle grandi dighe del Mose ancorate ai fondali della bocca di porto. Finita l’estate, le chiatte e le ruspe dell’impresa Mantovani accelerano indisturbate.

Il paesaggio è inquietante, il silenzio irreale, rotto solo dai colpi delle benne. Le enormi boe gialle che delimitano l’area assegnata all’impresa del Consorzio Venezia Nuova sono piegate pericolosamente, quasi spezzate dalla furia della marea calante. Ci avviciniamo con discrezione al cantiere, pedinati da due barche con lampeggiante giallo. La grande ruspa sposta e sistema centinaia di massi appena scaricati dalle chiatte della Mantovani. Per trovare le pietre, hanno svuotato un’intera montagna in Istria. La riempiranno a fine lavori con la terra scavata dai fondali delle bocche di porto, 8 milioni di metri cubi di materiale. Le motonavi Slavutich fanno la spola con l’Istria, e i massi vengono scaricati nei tanti cantieri aperti in laguna. Quello di Malamocco, dove la diga foranea lunga un chilometro e 300 metri (in mare, a protezione della futura conca di navigazione) è quasi ultimata. A San Nicolò, dove sono ben visibili i già avviati lavori di «consolidamento» per preparare le spalle in cemento alle grandi dighe.

L’enorme ruspa gialla sembra sospesa in mezzo all’acqua. Spiana a grande velocità i massi sistemandoli con la benna. Dalla parte verso il bacàn di Sant’Erasmo è già ben visibile l’apertura della nuova conca. Che tra poco dovrà essere riempita con il cemento per cominciare i lavori. Una piccola parte dell’opera ciclopica che tra poco strabolgerà per sempre il paesaggio lagunare. Difficile tornare indietro, anche se i dubbi aumentano, il ricorso contro le procedure adottate è ora all’esame del Consiglio di Stato, i comuni interessati chiedono di rallentare e sperimentare soluzioni diverse. «Il nostro Comune ha votato contro il progetto del Mose», scandisce Claudio Orazio, sindaco del Cavallino, «a questo punto vorremmo almeno sapere come procede quel lavoro, quali saranno le conseguenze per la laguna e il nostro territorio». Il porto rifugio, in particolare, ricorda Orazio, è stato presentato come uno stralcio funzionale al Mose, già finanziato con 50 milioni di euro stanziati dal Cipe. «Ma gli stralci si fanno se hanno una funzionalità in sé», dice Orazio, «se l’opera non si fa a cosa servirà lo stralcio?» Gli enti pubblici, ricorda Orazio, non dovrebbero autorizzare lavori se il progetto non è integralmente approvato e finanziato.

Ma il Mose va avanti lo stesso. In pochi mesi, la bocca di Lido ha cambiato aspetto. Tra poco sulla strada lungolaguna che costeggia la diga di Punta Sabbioni, saranno alzati muretti in cemento. Un’area vicina ai campeggi è già stata richiesta per sistemarci il nuovo cantiere e gli alloggi degli operai che arriveranno tra poco, quando anche gli altri lavori partiranno. In teoria il grande sbancamento è previsto tra due anni. Quando si dovranno avviare i ciclopici lavori di costruzione dell’isola artificiale davanti al bacàn di Sant’Erasmo (sette ettari e mezzo di isola alta quattro metri per ancorarci le due file di paratoie) e partiranno gli scavi per sistemare sui fondali gli enormi cassoni in calcestruzzo e gli alloggiamenti per le dighe in acciaio.

I lavori fervono anche a Ca’ Roman, dove il cantiere ha già invaso una parte dell’oasi naturalistica della Lipu. «Invitiamo tutti i cittadini alla mobilitazione», dicono gli ambientalisti della Lipu. Le ruspe sono in azione anche dalla parte di San Nicolò, con interventi anche nell’area Sic interesse comunitario. Tutto mentre il Comune, la Provincia e gli ambientalisti chiedono di verificare le procedure e chiedono sperimentazioni alternative. Ma c’è un miliardo di euro da spendere. E i cantieri non si fermano.

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