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Federico Rampini
Ecco chi sono i Signori del denaro
22 Luglio 2012
Articoli del 2012
Italia in vendita, a conclusione del 150° anniversario«Mario Monti e Vittorio Grilli sono a caccia di investitori stranieri “di lungo periodo”, azionisti stabili del nostro sistema», La Repubblica , 22 luglio 2012

IL LORO arrivo potrebbe compensare la fuoriuscita di capitali speculativi. Quei capitali che abbandonano i nostri Btp per rovesciarsi sui Bund tedeschi, e sono perfino disposti a pagare (interesse negativo) pur di rifugiarsi nella “cassetta di sicurezza” del Tesoro di Berlino. “Cento, mille Valentino!” sembra il nuovo slogan del governo italiano: fa sognare l’operazione da 700 milioni con cui il Qatar ha assunto il controllo della celebre casa di moda. Monti si è spinto sulle montagne dell’Idaho, pur di corteggiare i big del capitalismo hi-tech,

sperando che vogliano investire in casa nostra. Ma quali sono le possibilità concrete di attirare questi capitali produttivi? E chi sono i Signori dell’investimento estero corteggiati da tutti i governi?

Il club dei fondi sovrani vede nei primi 10 posti asiatici e arabi. Unica eccezione la Norvegia. Domina la Cina che tra la State Administration of Foreign Exchange (Safe) e la China Investment Corporation (Cic) amministra oltre mille miliardi di dollari, a cui si aggiungono 300 miliardi di Hong Kong. Seguono gli Emirati arabi uniti che da Abu Dhabi gestiscono 627 miliardi. Poi la Norvegia 593 miliardi, l’Arabia saudita 533, Singapore 400, il Kuwait 296, il Qatar 100 miliardi. Australia e Brasile figurano tra gli inseguitori. La loro liquidità cresce a vista d’occhio, in parallelo con l’attivo commerciale della Cina o i surplus petroliferi dei paesi arabi. Da un anno all’altro gli investimenti dei fondi sovrani nel mondo intero sono cresciuti del 42%. Spesso sono interessati a diventare azionisti stabili (vedi il caso Valentino), non a fare operazioni mordi-e-fuggi.

Attenzione però a non farsi illusioni: ci siamo già cascati. Quasi un anno fa, nel settembre 2011, sembrò che i cinesi della Cic fossero attirati dall’Italia, sia per comprare Btp che partecipazioni nelle nostre aziende. Ci fu all’epoca una grande eccitazione, protagonista l’allora ministro dell’Economia, Giulio Tremonti: proprio colui che aveva indicato nella Cina “la causa di tutti i nostri mali”. Tremonti accolse a braccia aperte il presidente della Cic, Lou Jiwei. Il suo braccio destro, Grilli, si recò a Pechino per corteggiare l’altro fondo sovrano, Safe. I più esperti di “sovranologia” ci ammonirono già allora: non scambiate le manifestazioni d’interesse

per un voto di fiducia verso l’Italia. Avevano ragione. Le speranze si sono rivelate eccessive. Gli investimenti cinesi o arabi in casa nostra restano un rigagnolo rispetto ai flussi che si dirigono altrove.

Per un caso Valentino che fa notizia in Italia, in Francia il Qatar ha fatto ben di più: è entrato nel capitale delle società di servizi urbani e utilities Suez Environment, Veolia, Vivendi. Sempre il Qatar è primo azionista

del gruppo Lagardère (media e tecnologie militari). E’ in trattativa con Starwood per comprare una catena di hotel di lusso francesi. In altri paesi europei il Qatar è azionista di Volkswagen, Harrod’s, Credit Suisse, Shell. Perché l’Italia resta una Cenerentola, rispetto alle nazioni europee? La ragione è svelata in uno studio del Sovereign Investment Lab della Bocconi, un’autorità in materia che viene citata dal Financial Times.

«I fondi sovrani — si legge nel rapporto — privilegiano i grandi gruppi, e quelli che hanno una presenza significativa sui mercati emergenti di Asia e America latina». Ecco spiegate le nostre delusioni. Paghiamo le fragilità strutturali del capitalismo italiano: abbiamo pochissime grandi aziende; e abbiamo accumulato ritardi nell’espanderci sui mercati emergenti. Non a caso una delle poche aziende che attirano i fondi sovrani è la Snam, corteggiata da Abu Dhabi e Qatar grazie alla sua presenza internazionale; così come la Fincantieri per la sua notorietà nel mercato degli yacht. Il bilancio è deprimente: anche se il 36% delle società quotate alla Borsa di Milano ha un fondo sovrano tra gli azionisti, per ora sono briciole, l’investimento totale arriva appena al2% della capitalizzazione di Borsa italiana. Se le nostre aziende sono in maggioranza nane e provinciali, non altrettanto può dirsi del Tesoro: abbiamo il quarto debito pubblico del pianeta. A febbraio ci fu una fugace attenzione dell’Asia verso i nostri Btp, mostrarono un interesse inedito la terza banca giapponese, il primo gruppo finanziario coreano, la prima compagnia assicurativa di Taiwan, attratti da rendimenti cinque volte superiori a quelli asiatici. Ma il fascino dei Btp è durato poco. Perché? Ogni volta che lo spread torna a salire, quegli investitori istituzionali subiscono perdite pesanti in conto capitale. A differenza del singolo risparmiatore, che può tenersi i Btp fino a scadenza incassando le cedole, i grossi investitori devono segnare sui propri bilanci ogni variazione nel valore corrente dei Btp. E quando il rendimento di mercato sale, rispetto ai vecchi Btp, questi ultimi perdono

valore.

Restano le multinazionali. Benché i fondi sovrani siano il fenomeno più recente, il maggior volume di investimenti esteri diretti viene ancora dalle grandi imprese globali. Sono quelle che Monti è andato a corteggiare a Sun Valley: Apple, Google. Più i colossi tradizionali, da Nestlé a Coca-Cola a Sony. L’Italia non appare neppure tra le prime 20 destinazioni dei loro investimenti. Ci superano non solo gli Stati Uniti e i Brics, non solo Germania e Francia, ma perfino il Belgio. Uno studio della Columbia University ci ammonisce: manca a Roma un approccio sistemico, olistico, che intervenga su tutti i fattori di appetibilità dell’Italia inclusa la politica delle infrastrutture, la burocrazia, la giustizia civile.

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