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Renzo Mazzaro
Ecco altri 90.000 metri cubi per abbellire il paesaggio
12 Marzo 2006
In giro per l'Italia
Gli ideatori e i promotori di Veneto City colpiscono ancora; paga il territorio,cioè noi e i nostri posteri. Da la Nuova Venezia del 12 marzo 2006

PADOVA. Chi si rivede: l’architetto Alberto Arvalli, socio di Luigi Endrizzi in mille e una progettazione, da Padova Est a Veneto City. E l’ingegner Tommaso Riccoboni, che faceva l’assessore comunale quando servivano i permessi per l’Ikea a Padova Est.

E poi, non rieletto nel 2004, si è messo nell’avventura di Veneto City tenendo i collegamenti con la Regione. E negando di farlo, chissà perché (dov’era il problema?). Adesso i due presentano insieme il progetto di una «Lottizzazione area termale di Battaglia Terme», che detto così non significa nulla. Proviamo a tradurre: edifici per 90.000 metri cubi nelle Valli Selvatiche, una piana rimasta libera da 400 anni, irraggiungibile senza una camionabile che taglierà a metà il giardino di Villa Selvatico progettato da Giuseppe Jappelli nel 1816. Anche la strada si dovrà fare.

Gli ispiratori. Sarà perché Arvalli comincia come Alvar Aalto, ma uno si aspetterebbe di ritrovare nel progettazione qualcosa che ricordi il famoso architetto finlandese. Un tratto nuovo, invenzioni, stupore. Caschiamo male, cari. Arvalli ha due lauree e in lui si combattono due professionisti: l’architetto e l’ingegnere. Purtroppo vince sempre l’ingegnere. D’altra parte il suo committente è l’Immobiliare San Carlo il cui titolare, un geometra di Arcugnano, è conosciuto anche come l’Attila dei Colli Berici. Si sta spostando verso Est.

Il progetto. Prevede un tappeto di casermoni a tre piani, incastrati come i Lego, senza offesa per l’inventore del gioco. Presi uno a uno potrebbero essere capannoni di carrozzerie industriali con finestre di aerazione al terzo piano. Oppure un complesso di caserme per militari di leva, commissionato fuori tempo massimo. Colonie montane stile anni sessanta con alberelli di falsa pineta. Case popolari di un improbabile piano Fanfani anni 2000. Soggiorni per anziani con sfruttamento intensivo dello spazio, perché i vecchietti non hanno voglia di camminare. Perfino la Soprintendenza ha avuto un moto di ribrezzo e ha detto: signori, no, questo progetto non si può fare. Motivo: gli edifici si vedono anche da lontano (testuale!). Retropensiero: almeno fossero bassi, nascosti. Insomma, avete ideato una sconcezza.

Il terzo piano. Colpiti nell’orgoglio, gli impavidi progettisti hanno fatto finta di niente e stanno prendendo per il collo il Comune di Battaglia Terme (raccomandata del 6 febbraio 2006, per conoscenza alla Soprintendenza di Venezia) perché convochi la conferenza dei servizi, disposti perfino a tagliare il terzo piano se proprio non se ne potrà fare a meno. Ma se pensate che recupererebbero nell’interrato vi sbagliate: è già previsto. Vero è che potrebbero sempre spingersi a -2. Farà più fresco e si potranno tenere i salami (no, poca aria, farebbero la muffa; meglio il vino).

Altri protagonisti. Questa storia è piena di personaggi già visti. Uno è l’architetto Vicenzo Fabris, l’uomo che Tommaso Riccoboni voleva come rappresentante della Regione quando organizzava incontri pubblici su Veneto City, in quel di Dolo. Un altro è l’architetto Guglielmo Monti, l’austero capo della Soprintendenza del Veneto, che il 23 luglio 1993 con una lettera di 9 righe e mezza autorizzava l’attraversamento stradale del giardino di Villa Selvatico e adesso, con raccomandata dell’11 ottobre 2005, cerca disperatamente di fare marcia indietro. Poi c’è l’Ente Parco, nella persona del presidente Simone Campagnolo e del direttore Silvio Bartolomei, che hanno un ruolo centrale nella costruzione del falso (avete letto bene: un falso) avallato dalla Regione, sul quale si regge questa storia. Infine, nel ruolo di cantore del paesaggio veneto, c’è il presidente della giunta regionale Giancarlo Galan, aiutato dal portavoce Franco Miracco che anche l’altro ieri indicava le linee maestre del governo regionale ad un convegno intitolato «Restauro del paesaggio verso il terzo Veneto». Qualche prolusione in meno e qualche controllo in più sull’operato degli uffici non guasterebbero. Fuori campo, ma tutt’altro che fuori gioco, ci sono le associazioni degli ambientalisti che urlano allo scandalo dal 2003 e la procura della repubblica di Padova che ha aperto un’inchiesta (pm Roberto D’Angelo).

Il falso. Eccolo qua: «Negli intorni delle emergenze architettoniche, riconosciuti nella tavola di piano, è escluso ogni intervento che possa pregiudicare la loro leggibilità e riconoscibilità o il loro apprezzamento paesistico. In particolare ciò comporta (la conservazione dei grandi connotati naturali, delle masse arboree e degli spazi aperti, e) l’esclusione di interventi edilizi (e infrastrutturali di nuova costruzione od ampliamento di strutture esistenti, nonché di ogni intervento, anche agroforestale,) che modifichi significativamente l’aspetto visibile dei luoghi o il loro rapporto con le emergenze interessate».

Questo è l’articolo 33 secondo comma del piano ambientale del Parco. Le parti messe tra parentesi in corsivo sono omesse. Per far correre il discorso, il verbo modifichi diventa modifichino. Chi fa l’operazione è il direttore del Parco Silvio Bartolomei, in un lettera spedita in Regione (Direzione urbanistica e beni ambientali) il 13 gennaio 2004, per attestare la compatibilità della variante adottata dal Comune di Battaglia con il piano ambientale del Parco.

Il risultato. Ne consegue che dove non si poteva piantare un albero, si possono tirare su 90.000 metri cubi di cemento. Non solo: lo strappo funziona a cascata per tutti gli intorni delle emergenze architettoniche, come sono definite le ville storiche. Gli ambientalisti parlano di «abbellimenti al paesaggio» in corso un po’ dovunque: un villaggio turistico con 50.000 metri cubi attorno a Villa Emo Maldura, a Rivella; costruzioni per 25.000 metri cubi addosso alla villa del Catajo, sempre a Battaglia Terme; un palazzetto dello sport nell’intorno di villa Lugli, a Bresseo di Teolo.

Jappelli Street. Il giardino di Villa Selvatico, attraverso cui dovrebbe passare la strada per arrivare alla lottizzazione (altro modo non c’è) è una pertinenza protetta da un secondo articolo del piano ambientale, il 32, comma 9, che consente solo «la manutenzione, il restauro e il risanamento conservativo, statico ed architettonico, filologicamente guidato ed eseguito con materiali tradizionali». Ci vuole un professore con il camice e i guanti bianchi. Altro che la ruspa. Se n’è reso conto anche il soprintendente Monti, che vuole conoscere «l’ingombro e l’esatto tracciato» della strada «perché la nuova viabilità non potrà interferire con l’ambito vincolato di Villa Selvatico». Ma Arvalli, riassumiamo con parole nostre, gli ha risposto: chi ha dato ha dato, chi ha avuto ha avuto, io non mi scordo il passato. Allude all’autorizzazione del 1993. Ha torto?

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