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Giorgio Todde
Eccesso di zelo
27 Novembre 2008
Sardegna
Gli archeologi, dopo aver scavato per secoli...

Gli archeologi, dopo aver scavato per secoli, si sono resi conto, a ragione, che scavare è un’azione distruttiva. Dicono gli archeologi che una tomba scavata e tirata a lucido avrà una vita breve e che il giusto destino di quel sepolcro consisterebbe nel restare com’era.

Tutti, intanto, hanno visto nei giornali i muraglioni mesopotamici che, sotto la sorveglianza dei mistici del non scavo, hanno incorporato le tombe scavate a Tuvixeddu. Qua i muraglioni decidono arbitrariamente dove finisce il Parco archeologico e dove inizia un volgare giardinetto pubblico. Arbitrariamente, visto che ben oltre le colossali fioriere è giusto credere che ci siano altri sepolcri. I baluardi sono alti quasi tre metri e larghi due, un peso immane, e tagliano alcune tombe. Le immagini, almeno quelle, sono incontestabili.

Qualche giorno fa la Sovrintendente protostorica Fulvia Lo Schiavo ha sostenuto in una metafisica conferenza stampa, con una determinazione che ci ha raggelato, come quelle fioriere dal peso incalcolabile proteggano, secondo lei, le tombe. E ha argomentato che siccome lo scavo è “distruzione” allora quelle fioriere sono una difesa per i sepolcri che sono finiti sotto.

Il sillogismo, però, scricchiola.

E vediamo come sono stati “protetti” alcuni sepolcri in tempi recenti.

Dalla fine degli anni novanta sino agli anni 2000 inoltrati, in un’area del colle verso Sant’Avendrace, accanto al vecchio villino Serra – distrutto perché indegno, si vede, di essere conservato - emerse una nuova e grande parte della necropoli.

Affiorarono le innegabili 431 nuove sepolture, in parte perfino fuori da ogni vincolo. Le nuove scoperte dimostravano, alla faccia dei negazionisti, quanto l’area della necropoli fosse molto più grande di quella conosciuta.

Cosa dovevamo aspettarci? Entusiasmo, i giornali pieni di notizie, l’orgoglio cittadino per la nuova scoperta, amministratori di destra, sinistra e centro in visita alle nuove tombe. Una corsa archeologica all’oro.

Secondo i princìpi enunciati dalla protostorica Lo Schiavo le tombe andavano dunque messe al più presto al sicuro.

E avevamo immaginato – ahi, quanto ingenuamente - che il soprintendente avrebbe avviato le procedure di un nuovo vincolo. Nuove scoperte, nuovi vincoli.

Invece, nulla di tutto questo. Nel silenzio archeologico si è scavato e poi costruito un palazzone sulle tombe. I nostri archeologi, esaurito il proprio compito nello scavo, hanno ritenuto che non c’era nulla di più sicuro di una palazzata di undici piani con grande garage, sopra le sepolture. Tutta salute per i sepolcri. Nulla è più protettivo di un palazzo.

E così nel 2004, pochi anni fa, i palazzoni giallini hanno ricoperto gran parte dei ritrovamenti e reso definitivamente brutto anche quell’angolo di colle.

La Sovrintendente protostorica ha accreditato l’idea che l’archeologo sia un tecnico puro, uno scopritore che nulla ha a che fare con un’altra categoria, quella dei costruttori. Chiedere un vincolo? Battersi per una tutela? No. Questa è un’idea romantica dell’archeologia.

E per dimostrare questa teoria ci ha raccontato che sotto la Banca Nazionale del Lavoro, noi valorizziamo oggi delle terme romane. Ci ha assicurato, confermando un vero affetto archeologico per le pietre, che le terme là sotto sono “tranquille”. Chissà che brutta fine avrebbero fatto le terme se, sopra, non avessero costruito la banca.

Mentre la Soprintendente parlava della sua idea di tutela ci siamo chiesti se anche l’anfiteatro romano è valorizzato dall’attuale copertura di tavolacci. Ma non volevamo andare fuori tema.

Però questo anfiteatro non è facile da digerire e riemerge da sotto i tavoloni di continuo.

Ieri, in una bella mattinata autunnale, un signore francese dall’aspetto intelligente, si aggirava in Viale Fra’ Ignazio con in mano una fotografia dell’anfiteatro romano e chiedeva se quella cavità ricoperta di legno e tubi di ferro fosse davvero l’anfiteatro della foto. Non siamo riusciti a fornire una spiegazione coerente però lo abbiamo invitato a rivolgersi alla protostorica dottoressa Lo Schiavo. La protostorica, forse, estenderà ai tavoloni e al ferrame dell’anfiteatro la sua teoria delle fioriere protettive. Ma non convincerebbe l’ostinato viaggiatore francese come, del resto, non ha convinto noi.

Quel che resta del colle, ed è tanto, sepolcri, falchi, orchidee, si salveranno dai metri cubi e noi dovremo conservare la bellezza che Tuvixeddu riconquista da sé ogni volta che si attenta alla sua integrità. Ma una parte è perduta per sempre. E chi ha concorso a questa perdita permettendo che intorno proliferasse un’orribile poltiglia urbana, passerà alla storia della nostra città, e magari anche alla protostoria.

P.S.: forse la sconfitta recente del Sì nel referendum sulla “salvacoste” è dovuta alla mancanza, nei manifesti, del prescritto accento che il creativo della campagna referendaria ha dimenticato. E i sardi hanno risposto con un silenzioso Nò, dotato di un accento sonoro. Segno che le regole della grammatica valgono quanto la pratica e che, come tutte le regole, devono essere rispettate.

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