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Nadia Urbinati
Dov´è l´utopia di Ventotene
6 Gennaio 2012
Articoli del 2012
Il completo ribaltamento del progetto di Europa nella prassi politica e istituzionale, guidata dall’ideologia neoliberistaLa Repubblica, 6 gennaio 2012

L´Europa manca di leadership. Le parole del presidente Napolitano sono state come una sferzata. Parole giuste e sacrosante. Vale la pena di mettere a confronto questa Unione Europea con le ambizioni dei suoi fondatori per comprendere pienamente questa deficienza. Che è nella leadership perché è negli obiettivi che l´attuale Unione ha. L´Europa ridisegnata dalla crisi finanziaria attuale è a metà strada tra un´Unione solo monetaria e un´Unione fiscale; centrata soprattutto sui vincoli. Il mantra è quello noto: per salvare l´Euro, non per dare ossigeno a una politica progettuale. La povertà di leadership viene dal dominio della finanza sulla politica. Non è casuale.

L´Europa che lanciava al mondo la sfida di una democrazia sociale avanzata, improntata sui due pilastri della crescita e dell´equa distribuzione della ricchezza sembra l´utopia di un passato remoto. Eppure era moneta ideologica corrente solo fino a due anni fa. Nessuno sa come sarà l´Europa di domani. Per ora solo questo sembra certo: i Paesi europei vogliono, o non possono non volere, una moneta comune. Ciò li costringe a volere anche vincoli comuni di spesa. Per necessità un passo avanti e due indietro, come si dice delle scelte strategiche in tempi di imponderabile incertezza. Un´altra Europa questa dei vincoli alla progettualità, diversa da quella pensata dai suoi visionari fondatori. Eppure questa Europa di povertà di leadership è una controprova di quel che Altiero Spinelli aveva sostenuto per tutta la sua vita: senza un´Europa politica nessuna Europa può reggere all´urto delle sfide mondiali, sia quando si tratta di militarismo e guerra (come negli anni in cui scriveva Spinelli) sia quando si tratta di impoverimento e arretramento economico, come oggi.

Il confronto tra questi mesi drammatici e l´ottimismo aleggiante solo qualche anno vale a rendere la grande trasformazione dell´idea di Unione europea che è sotto i nostri occhi. Nel 1999, celebrando il decimo anniversario della Banca centrale europea, Carlo Azeglio Ciampi, allora ministro del Tesoro e del bilancio, ricordò la riunione di Basilea dell´aprile del 1989, che siglò l´avvio dell´Unione monetaria, come «pietra angolare» di un percorso «ambizioso» per il cui successo c´erano "tutte le condizioni". Oggi quell´obiettivo è molto lontano dall´essere percepito come un successo. Per molti osservatori è anzi un penoso fallimento. Alla base della moneta unica c´era la visione lungimirante di Jean Monnet fatta propria dai fondatori politici dell´Unione Europea: Schuman, De Gasperi e Adenauer. All´origine vi era la convizione che, come scrisse Luigi Einaudi, per estirpare alla radice la malapianta del nazionalismo fosse necessaria: «L´abolizione della sovranità dei singoli Stati in materia monetaria» poiché a preparare le condizioni della Seconda guerra mondiale, e prima ancora delle dittature, vi la «svalutazione della lira italiana e del marco tedesco». Ma con una moneta e una politica monetaria capaci di fronteggiare gli shock interni ed esterni, l´Europa sarebbe stata in grado non soltanto di assicurare la pace al mondo e al continente, ma anche di perseguire una politica di prosperità e giustizia sociale che il mondo le avrebbe invidiato.

Quindi, l´Europa nacque con l´ambizione di domare i nazionalismi europei. La sua crisi, oggi, rimette invece in moto quei nazionalismi, anche se non si servono di carri armati ma di denaro. E infatti, perché l´unità monetaria diventasse una storia di successo, europea e non nazionalista, è mancato qualcosa, lo ricordava lo stesso Ciampi nel suo discorso: «La costruzione istituzionale dell´Unione europea deve arrivare a disporre dell´intera panoplia degli strumenti di governo dell´economia: di bilancio, dei redditi, delle strutture materiali e immateriali». La moneta unica doveva poter contare su un governo europeo per incastonare una «banca centrale autonoma». Diversamente sarebbe stata l´espressione di accordi nazionali, una politica continentale tenuta in mano dagli stati più forti. L´autonomia della Banca centrale europea richiedeva un´autonomia politica dell´Unione europea. Quello che oggi manca e che è alla base della carenza di leadership politica. La crisi della moneta unica europea, che è poi crisi delle società nazionali, è come una profezia realizzata dell´intuizione di Spinelli. In questa contingenza, l´utopismo del Manifesto di Ventotene acquista un significato di realismo visionario, di pragmatismo delle grandi idee che sanno vedere meglio perché riescono a guardare lontano.

Spinelli scrisse il Manifesto per un´Europa libera e unita mentre era confinato antifascista a Ventotene. Il documento, una vera e propria costituzione spirituale, metteva in pratica il tema centrale del pensiero illuminista: la correlazione tra costituzione repubblicana degli stati e ordine internazionale pacifico e libero. Nel Manifesto le ragioni della guerra erano identificate con gli arcana imperii e la ragion di stato, ovvero l´uso arbitario delle istituzioni e la segretezza. La conclusione era che la pace sarebbe stata duratura solo allorché tutti gli Stati nazionali si fossero dati costituzioni repubblicane e federali: questa sarebbe stata la condizione per creare una corrente ascendente di sovranità che unificasse il continente.

Un´utopia pragmatica. Un segno di lungimirante realismo che riposava sulla conoscenza della storia del continente, delle guerre mondiali e delle rivoluzioni, delle crisi economiche, delle carestie, delle emigrazioni bibliche. Senza l´Europa politica nessuna Europa sarebbe stata realistica. Questo era lo spirito di Ventotene. E tra i rischi più subdoli che il Manifesto indicava vi era il seguente: nell´evenienza di crisi economiche, sembrerà a qualcuno conveniente cercare di far leva sul sentimento patriottico per attuare la «restaurazione dello Stato nazionale». Avere Stati democratici non avrebbe reso il nazionalismo meno problematico, perché i politici eletti, «desiderosi di rappresentare la volontà popolare, facilmente finirebbero per diventare, nelle loro varie tendenze, strumenti di questo o quel gruppo particolare, mirante a conquistare la direzione dello Stato e ad impiegarne la forza per far valere i propri particolari interessi». Ecco perché tra gli scopi prioritari del Manifesto figurava l´impegno a indirizzare l´Europa del dopo totalitarismo verso obiettivi politici: la costruzione di un´ossatura istituzionale con lo scopo di dare vita a una democrazia sociale. Pace nella libertà perché pace nella giustizia e nell´equità. Non pace soltanto. Perché nessun´alleanza avrebbe potuto funzionare se gli Stati europei non si fossero dati obiettivi ambiziosi come questo.

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