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Mario Torelli
Dopo i fannulloni, gli accademici non allineati
2 Marzo 2009
Beni culturali
La partita che si sta giocando sui Beni Culturali è tutt’altro che marginale, sia sul piano economico, che per la tenuta di questa nostra fragile democrazia. Da Rinascita, 2 marzo 2009 (m.p.g.)

La vittoria alle elezioni sarde ha vieppiù accresciuto la bulimia bonapartista della destra al potere. L’ outing fascista del Cavaliere sulla Costituzione della Repubblica come documento “sovietico” non è stato, come molti hanno sostenuto, una sostanziale excusatio non petita di Berlusconi per prevenire ogni futura contestazione della più che presumibile incapacità del governo a far fronte alla crisi, che nei prossimi mesi morderà terribilmente tutto l’Occidente ed anche l’Italia. Secondo questi analisti, l’attacco berlusconiano alla carta costituzionale e al sistema di contrappesi che caratterizza tutte le costituzioni democratiche, avrebbe voluto in realtà dire che quel sistema gli impedisce di governare, bloccando ogni intervento e diminuendone la tempestività.

Nulla di più sbagliato: la violenta uscita del premier si configura come una vera e propria dichiarazione d’intenti sul futuro assetto delle istituzioni formalmente presidenziale, di fatto autoritario. Berlusconi vuole fare il presidente della Repubblica, ma da capo dell’esecutivo, non da personalità di garanzia, quale è il ruolo attuale dell’inquilino del Quirinale. Questo l’obiettivo finale del progetto.

Il suo raggiungimento tuttavia ha bisogno di conseguire una serie di obiettivi intermedi, che assicurino l’addomesticamento dell’intera società, dai telespettatori del Grande Fratello fino ai vertici del mondo accademico, un processo che passa necessariamente attraverso vari stadi e diverse forme, dall'evirazione dei sindacati (cancellata la contrattazione nazionale, hanno messo il mordacchio ai sindacati dei trasporti) all’intimidazione nei confronti di quegli intellettuali che non si possono comprare, per mettere a tacere le sempre più frequenti critiche.

Di queste tappe una è certamente quella costituita dal controllo incondizionato di tutto ciò che ruota attorno ai Beni Culturali, con particolare attenzione per il settore dell’archeologia, che del complesso di beni che costituiscono il patrimonio amministrato dallo Stato, oltre ad essere quello più ricco, è anche quello più delicato per le implicazioni che il controllo di quei beni comporta. in termini sia di vincoli alla disponibilità di suoli che di potenzialità economiche, dal turismo alla circolazione di oggetti di interesse archeologico e artistico.

Tutto il vecchio assetto del Ministero dei Beni Culturali è sotto attacco. L'offensiva è cominciata con l’articolo che Bondi ha scritto per il quotidiano di famiglia, “Il Giornale” dello scorso lunedì 23, che si configura come una durissima provocazione "a freddo", una vera e propria dichiarazione di guerra nei confronti del presidente del Consiglio Superiore per i Beni Culturali, massimo organo scientifico di consulenza del Ministero, nella persona di Salvatore Settis, Direttore della Scuola Normale Superiore di Pisa, uno dei nostri più grandi storici dell’arte antica di fama internazionale.

Già nello scorso autunno Settis aveva avuto con Bondi uno scontro assai duro, solo a fatica ricomposto dai soliti pompieri dell'entourage del Cavaliere, generato dalle proteste da Settis sollevate contro i terribili tagli ai fondi del settore, 1350 milioni di euro tolti da Tremonti nel DPEF del 2008 per il bilancio del prossimo triennio. Nell'attuale circostanza, Bondi ha chiesto di fatto le dimissioni di Settis, accusandolo di manifestare pubblicamente le sue critiche all'operato del governo, nel caso specifico le due ultime decisioni, la nomina del general manager della McDonald italiana Resca all'inedita carica di Direttore Generale per la Valorizzazione (in realtà zar di tutte le mostre, con licenza di far circolare liberamente gli oggetti delle collezioni statali), il commissariamento delle soprintendenze archeologiche di Roma, in nome di una asserita incapacità di queste di gestire fondi, tutela e valorizzazione. In una parola, una soluzione autoritaria, mascherata da esigenze "manageriali", che in un colpo, nel centenario della legge di tutela, datata appunto 1909, e della prima organizzazione di tutela dello Stato, colpisce al cuore un servizio che un secolo e mezzo di lavoro dell'Italia unitaria ha creato e che molte nazioni ci invidiano.

Il commissariamento di Roma ha già dei precedenti: l'altro grande centro dell'archeologia italiana, Pompei, diretto non a caso da una grande archeologo di sinistra, Pier Giovanni Guzzo, è stato affidato ad un prefetto (che come primo atto ha distrutto un soffitto dipinto di epoca romana), così come commissariati sono gli interventi per le metropolitane di Roma e di Napoli. E altri seguiranno. Sullo sfondo ci sono vari interessi. Nel caso di Roma c'è la gestione dei beni archeologici dell'Urbe, sui quali Alemanno vuole il controllo assoluto, anche perché il Colosseo, con i suoi due milioni e mezzo di visitatori, rappresenta una gallina dalle uova d'oro che fa gola alle dissestate finanze comunali; per quanto riguarda l'intero Paese, c'è la prospettiva di una sostanziale abolizione delle soprintendenze. Il disegno è chiaro e va nel senso vagheggiato da tutte le destre, quello dello "Stato leggero": la vasta rete delle soprintendenze dovrebbe essere sostituita da piccoli uffici con pochissimo personale scientifico al centro delle regioni, una struttura prefigurata da una sciagurata innovazione del centro-sinistra, le attuali direzioni regionali, che in futuro dovrebbero essere dirette da managers e non da scomodi tecnici capaci di pensare, come accade oggi, mentre la maggior parte dei servizi dovrebbe essere esternalizzata, "messa sul mercato", come ama dire la destra.

Per realizzare questo disegno tuttavia c'è bisogno di un certo numero di intellettuali e di tecnici servizievoli, presto trovati, visto il tradizionale camaleontismo degli Italiani. Mercoledì 25 Settis non aveva finito di leggere la sua preannunciata lettera di dimissioni, che Bondi aveva già firmato la nomina a nuovo presidente del Consiglio Superiore dei BBCC di Andrea Carandini, professore di archeologia alla “Sapienza”, una figura di intellettuale emblematica della nuova situazione determinata dal trionfo della destra. Come una parte non secondaria del ceto politico del PdL, da Ferrara allo stesso Bondi, Carandini ha seguito un itinerario che lo ha condotto dall'estrema sinistra al cuore dell'attuale maggioranza. Responsabile nazionale per i BBCC del PCI negli anni 1977-80 ed autore de "L'anatomia della scimmia", edito da Einaudi nel 1978, un voluminoso saggio di scolastica esegesi del pensiero di Marx (ma si legga il duro giudizio di Carandini marxista formulato dal grande storico antico Arnaldo Momigliano, nell'articolo "Marxising in Antiquity", pubblicato nel "Times Literary Supplement" del 31 ottobre 1975, pag. 1291), lo troviamo nel 2006 esponente della Margherita: in quest'ultima veste, io stesso, in qualità di membro della Commissione per la stesura del programma dell'Unione, ho avuto la ventura di ascoltarlo, nel corso di un’audizione, vagheggiare quella che a suo giudizio sarebbe l'unica via di salvezza per i BBCC, l'abolizione delle soprintendenze.

Un futuro annunciato dunque. D'altronde, il passaggio ufficiale di Carandini ad intellettuale organico della destra al potere è stato anticipato di qualche giorno dalla sua nomina a consigliere scientifico di Guido Bertolaso, sottosegretario di Stato per la protezione civile e commissario per l'archeologia di Roma. Carandini aveva già tentato di ritagliare per sé il ruolo di padrone dell'archeologia della Capitale, sollecitando due anni or sono dall'allora ministro per i BBCC Rutelli la nomina a presidente di una commissione per l'archeologia del centro storico di Roma, che Rutelli tuttavia aveva voluto fosse solo consultiva. Ora come presidente del Consiglio Superiore può ben dire di essere al vertice dell'archeologia italiana, un ruolo paragonabile solo a quello rivestito da Giulio Quirino Giglioli durante il ventennio.

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