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Guido Boursier
Dinosauri e grattacieli a Torino
18 Febbraio 2008
Torino
Non solo Piano. Una critica pizzicante ai grattacieli torinesi e ai loro inquieti difensori, su il manifesto del 30 novembre 2007

Due torracchioni firmati Piano e Fuksas, una città da «grandi firme» e piccole idee, un gruppo di oppositori trattati come cavernicoli. L'ex capitale dell'industria italiana guarda molto in alto per non vedere ciò che succede in basso

Dinosauri e cavernicoli, retrogradi, antimoderni(sti). Anche, secondo il maestro Fuksas, fregnacciari e frustrati. Che stile, perbacco, i difensori e fautori dei grattacieli subalpini, nella polemica sollevata dal comitato «non grattate il cielo di Torino» contro l'elegante creatura di Renzo Piano, il parallelepipedo di vetro, acciaio e cemento, destinato agli uffici direzionali della superbanca Intesa-San Paolo.

Dovrebbe alzarsi per poco meno di 200 metri (ma Piano ha detto che la statura, 30 metri più, 30 metri meno, è trattabile) all'angolo di corso Vittorio con corso Inghilterra, davanti alle ex carceri Nuove e a fianco di un altro torracchione previsto per la Sai Fondiaria da Ligresti, ma con trattative ancora in alto mare: meno male vista la fama del costruttore.

E' invece pronto, come quello di Piano, il progetto del grattacielo di Massimiliano Fuksas per la nuova sede della Regione al Lingotto: 220 metri che l'architetto, così garbato con chi obietta, non si sogna di toccare. Ha spiegato che come non si discutono i guru della medicina anche quelli dell'architettura meritano assoluta fiducia. Ha potuto, d'altra parte, liquidare facilmente chi sosteneva che la sua torre, pur lontana 800 metri, avrebbe «oscurato» il Lingotto, figuriamoci, cioè quel mezzo chilometro di stabilimenti che grazie a una totale ristrutturazione interna - resa accettabile, va detto, soltanto dal genio di Piano - ha potuto ritrovare nuova vita mantenendo l'imponenza esemplare di quant'era schiacciante e soffocante la fabbrica fordista.

La diatriba, in effetti, è nata male, addirittura viziata da un errore da parte del comitato «non grattiamo» che ha diffuso una cartolina in difesa dello skyline torinese e del suo simbolo più noto, la Mole, collocando un cupo e oscuro monolite, alto e spesso il doppio della trasparente opera di Piano, vicinissimo alla guglia antonelliana, in modo da incombere minaccioso sul centro cittadino e cancellare le Alpi sullo sfondo.

Posto, invece, alla giusta distanza e adeguatamente smagrito, l'edificio può avere effetti persino dinamici su uno skyline fin troppo industrial-bucolico, e può far valere gli atout che lo abbelliscono, i materiali che lo alleggeriscono, la verzura che s'insinua tra un piano e l'altro e il parco (insomma, un giardino) che lo circonderà, gli spazi pubblici - auditorium al pianterreno, sala per esposizioni, ristorante e terrazza panoramica all'ultimo piano - che daranno valenza sociale all'impresa economica auspicata a suo tempo, d'altronde, come garanzia di trattenere a Torino 3.000 dipendenti e il cervello del colosso bancario.

Piano è venuto in municipio a spiegare d'aver pensato al grattacielo come a un laboratorio di sviluppo sostenibile, illustrando sistemi di ventilazione e riscaldamento, dicendosi persino pronto ad abbassare l'altezza, 177 metri, dieci più della Mole, per non far ombra all'Antonelli. Fuksas ha presentato alla Regione e in Comune, oltre alla sua torre senza se e senza ma, il master plan di un intero quartiere che la circonderà, un "villaggio" di oltre 300mila metri quadri. Secondo lui, per il Lingotto sarà una manna.

I costi dei grattacieli, circa 250 milioni l'uno, toccheranno ai privati per quello di Piano e, per quello di Fuksas, «non graveranno sui contribuenti», promette la Regione che conta di risparmiare milioni di affitti annui e vendere uffici e abitazioni del futuro villaggio. Quali argomenti e piagnistei possono ancora far valere i cavernicoli che vengono volentieri identificati con la cosa rossa e la sinistra radicale, e insistono, quasi un secolo dopo, a non identificarsi immediatamente e un po' provincialmente con le meraviglie futuriste della «città che sale»?

Innanzitutto come sale e perché, appunto. Se il lodatissimo piano regolatore di Gregotti e Cagnardi del 1995 prevedeva altezze massime di 100 metri, dopo averli portati a 150 aumentarli ancora rischia di scatenare gare e speculazioni ingovernabili. E non è affatto rassicurante la variante 164, il trucco da Clochemerle di togliere dal calcolo i locali tecnici, i solai e le intercapedini per rimanere virtualmente nel limite.

Il problema, tuttavia, non sta tanto nell'altezza, quanto nella necessità, o priorità, come si dice, dei grattacieli. E' di utilizzo delle risorse: non pensando solo all'energia e all'acqua che più salgono e più costano, ma proprio agli investimenti per rendere più vivibile che «visibile» una città.

La stessa mostra sul grattacielo di Piano a Palazzo Madama tende, in effetti, a presentarlo come un evento, una specie di poesia di cristallo tra la futura Grande Biblioteca e la nuova stazione di Porta Susa. Ora la biblioteca chissà quando troverà i fondi, e la stazione aspetta e spera di riscattarsi dall'abominio a tre binari dove approdano schifezze di interregionali che tra Milano e Torino impiegano due ore (la carissima «alta» velocità viaggia sui 126 km. orari).

L'evento, comunque, l'avremo perché Piano è garanzia di efficienza, puntualità e adattabilità e ha tenuto persino conto di come ristorante, mostre e auditorium possano evitare la raggelante visione notturna di teche analoghe, a Vienna o a Rotterdam, svuotate da impiegati e attività.

Ma discuterne la validità, per chiedere, invece, un progetto complessivo della città che affronti magari il disastro dell'edilizia pubblica, l'abbandono o il sottoutilizzo delle aree industriali dismesse, la situazione degli spazi culturali - c'è, per esempio, un festival europeo di teatro senza una sala degna del nome - le città della salute e della memoria, non mi pare argomento da frustrati. Semmai da congresso mondiale degli architetti, l'anno prossimo.

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