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Hans Küng
Dialogo: come prevenire lo scontro di civiltà
6 Marzo 2006
Scritti su cui riflettere
Una serie di percorsi convergenti per una convivenza che da inevitabile possa diventare auspicabile. Dall' International Herald Tribune, 3 marzo 2006 (f.b.)

Titolo originale: Dialogue: How to prevent a clash of civilizations – Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini

TÜBINGEN, Germania – La controversia sulle vignette danesi ha confermato in modo definitivo l’esattezza della teoria di Samuel Huntington sullo “scontro di civiltà”? No, perché le civiltà non si muovono sul palco delle politiche mondiali, né conducono guerre; in molti luoghi, persone di culture diverse vivono pacificamente insieme.

La politica mondiale è questione degli stati e dei loro leaders, come è sempre stata. Ma una teoria sbagliata potrebbe diventare realtà, attraverso politiche sbagliate. Si deve prevenire, una guerra di civiltà e religioni. Il problema è come.

Attivare una de-escalation attraverso il dialogo. Ma i musulmani sono interessati ad un dialogo serio?

Questo dialogo sta avendo luogo, fra singoli, gruppi, comunità religiose in molti luoghi e a molti livelli in tutto il mondo.

E per quanto riguarda la grande scena politica, l’ex presidente della Repubblica Islamica di Iran, Mohammad Khatami, già nel 1998 proponeva all’Assemblea Generale dell’ONU che il 2001 dovesse essere “Anno del Dialogo tra le Civiltà”. Gli spaventosi eventi dell’11 settembre 2001, di cui né Iran né Iraq sono responsabili, hanno tragicamente confermato l’urgenza di questa iniziativa.

La sessione dell’Assemblea Generale l’8-9 novembre 2001 era dedicata al dialogo fra civiltà. Ma si notava l’assenza del delegato USA, da quella sessione. Il pubblico praticamente ne era escluso, per “ragioni di sicurezza”. I media ne diedero a malapena notizia. Quindi possiamo girare la questione in questo modo: l’Occidente, vuole qualche dialogo serio coi Musulmani?

Si chiede un’autocritica dell’Occidente. Ma non sono i Musulmani, ad avere per primi motivo di autocritica?

Sempre più Musulmani oggi riconoscono la difficile situazione del mondo islamico e si impegnano nell’autocritica. Dalla pubblicazione dei tre Rapporti sullo Sviluppo Umano Arabo negli anni recenti, commissionati dalle Nazioni Unite e dalla Lega Araba, e redatti da 50 accademici arabi, nessuno può negare che in particolare il mondo arabo stia andando verso una crisi sociale, politica ed economica.

Ma l’Occidente condivide le responsabilità di questa situazione. Deve riflettere onestamente su sé stesso anziché puntare sempre il dito contro l’”Islam”. In molti casi stati e imprese occidentali hanno notoriamente giocato un ruolo nel mancato sviluppo e negli abusi. Noi in Occidente abbiamo tutte le ragioni per un’autoanalisi, che deve andare oltre la superficie degli eventi attuali.

Rilassare la tensione riconoscendone le cause profonde. Ma non è stata organizzata, l’indignazione dei Musulmani per le vignette, e non si usa ogni mezzo da parte dei fondamentalisti Musulmani per suscitare la rabbia popolare?

È vero che per le organizzazioni radicali islamiche e singoli governi le vignette sono state una gradita conferma della loro caricatura, di un Occidente immorale e violento. Sono come le torture di Abu Ghraib, dove i diritti umani sono stati deliberatamente violati e i Musulmani deliberatamente disonorati, e possono essere usate per sfruttare la rabbia popolare.

Ma è anche vero che questa rabbia popolare non avrebbe potuto essere sfruttata se l’Occidente non avesse creato un’esca politica a cui bastava solo una scintilla, perché la frustrazione e la furia che si sono accumulate nel mondo islamico la facessero esplodere. Ogni giorno, Musulmani dal Marocco all’Indonesia vedono e sentono di crudeli azioni militari in Afghanistan, Iraq, Palestina e Cecenia.

Libertà di stampa in una stampa responsabile. Ma non si devono mantenere ad ogni costo, le libertà di opinione e di stampa?

Senza mezzi di comunicazione liberi non ci può essere democrazia. Ma la libertà di espressione non può essere abusata in modi da violare deliberatamente sentimenti religiosi centrali, e producendo immagini stereotipate ostili: prima degli Ebrei, ora dei Musulmani. Libertà di stampa implica erre responsabili.

Non si può consentire che si denigrino persone e si violi la loro dignità, e poi occorre anche avvicinarsi con tatto nei mezzi di comunicazione alle grandi figure religiose dell’umanità, siano esse il Profeta Maometto, il Buddha o Gesù Cristo.

Una soluzione al problema della Palestina: centrale per allentare la tensione. Ma non deve prima Hamas riconoscere il diritto all’esistenza di Israele, rinunciare del tutto alla violenza e sottoscrivere trattati internazionali in questo senso?

Allo stesso modo i palestinesi possono domandare che prima Israele si ritiri da tutti i territori occupati secondo la risoluzione ONU 242, si astenga da attacchi con l’esercito e applichi tutte le risoluzioni ONU che ha ignorato.

Comunque, questo non ci porterà molto lontano. Più di 50 anni di quella che in pratica è una politica di parte, di “mediazione” degli Stati Uniti in favore di Israele, ha reso i palestinesi, la cui situazione si è costantemente deteriorata, dubbiosi sul fatto che gli USA siano un mediatore onesto per la pace.

il conflitto in Medio Oriente alla radice non è un problema di terrorismo, ma un conflitto territoriale. Un inizio è stata l’evacuazione israeliana dalla striscia di Gaza. La pace chiede concessioni da ambo le parti, ma soprattutto da parte del più forte. E oggi Israele, col sostegno USA, è la più forte potenza militare del Medio Oriente.

La grande maggioranza del popolo palestinese ha votato Hamas per una profonda frustrazione di fronte al regime corrotto e inefficiente dell’OLP, l’intransigenza di Israele e la partigianeria degli americani.

È un tragico errore trattare il nuovo governo palestinese come un’organizzazione terroristica e tentare di forzare i palestinesi indietro, in una situazione deteriorata, attraverso la vessazione e il trattenere illegalmente il reddito delle tasse e altre risorse loro dovute.

Rafforzare i Musulmani obbliga alle riforme. Ma certo gli attacchi violenti alle persone da parte di radicali islamici, l’occupazione di ambasciate straniere e istituti culturali, non sono inaccettabili?

A queste violenze occorre resistere in modo fermo. I discorsi di Ahmadinejad contro lo stato di Israele devono essere condannati, sia dai Musulmani che dai non-Musulmani. Ma la gran maggioranza del popolo iraniano ha votato Ahmadinejad per la disillusione dal precedente regime dei mullah, nella speranza di superare povertà e mancanza di prospettive.

Gli Stati Uniti hanno fatalmente abbandonato il presidente riformista, Khatami, n quanto rappresentante di un “asse del male”. Così, non ha avuto il coraggio già nelle prime fasi di usare il soverchiante potere del voto contro i mullah reazionari e le loro guardie rivoluzionarie. Così gli USA hanno messo il gioco nelle mani del fondamentalista estremista Ahmadinejad.

Dialogo preventivo, invece di guerra preventiva. Considerando le vignette su Maometto e le foto delle torture di Abu Ghraib, è sempre più importante che noi in Occidente non ci limitiamo a diffondere valori condivisi come libertà e eguaglianza, o grandi traguardi come democrazia, diritti umani e tolleranza, ma li riempiamo di vita attraverso un’etica dell’umanità, rispetto di tutte le vite, solidarietà, verità e collaborazione.

Complessivamente, i Musulmani d’Europa e degli Stati Uniti hanno reagito in modo composto a questi penosi eventi e hanno tentato di esercitare un’influenza moderatrice sui confratelli dei paesi Musulmani.

Non voglio che le buone relazioni fra Musulmani e non-Musulmani arrivino ad uno scontro, ma che diventino più profonde, anche se ciò deve avvenire attraverso la condivisione di esperienze negative.

Un modo possibile di prevenire lo scontro di civiltà e livello locale e regionale sarebbe l’istituzione di consigli interreligiosi nella maggior quantità di città possibile. Consigli del genere hanno funzionato bene in Gran Bretagna per anni.

Composti da rappresentanti ufficiali delle fedi religiose presenti, essi possono affrontare questioni che interessano direttamente le relazioni fra le comunità di credenti. In situazioni di crisi possono agire come mediatori e prevenire sviluppi pericolosi.



(Hans Küng, teologo cattolico, è anche consigliere delle Nazioni Unite in quanto presidente della Global Ethic Foundation.)

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