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Eleonora Martini
De Lucia «Andrebbe seguito il metodo socialista: tagliare le unghie ai costruttori»
11 Maggio 2008
Roma
Nel dibattito provocato dall’inchiesta di Report interviene Vezio De Lucia. Il manifesto, 11 maggio 2008

Vezio De Lucia, lei che è un po' la memoria storica dell'urbanistica a Roma, cosa pensa delle accuse mosse nella puntata di domenica scorsa di Report dal titolo «I Re di Roma» - il programma di Milena Gabanelli di Rai3 - all'amministrazione capitolina sulla gestione delle periferie?

Mi sembra che la cosa più importante sia aver rivelato il doppio binario che ha seguito l'urbanistica romana: da una parte si lavorava alla formazione del nuovo piano regolatore e dall'altra invece si continuava ad operare in deroga alle prescrizioni del vecchio Prg. In sostanza si è predicato bene e razzolato male, nel senso che il comune di Roma, che ha preso le distanze dal metodo adottato a Milano di trattare direttamente con i costruttori, ci ha messo un tempo spropositato - 15 anni - per concludere l'iter di approvazione del nuovo Prg e quando si è arrivati alla fine, quasi tutto era già stato fatto. C'è poi un secondo punto molto importante messo in rilievo nel lavoro di Report: l'assunzione da parte dell'amministrazione capitolina del principio secondo il quale ogni nuova edificabilità prevista nel vecchio Prg, il famigerato piano del '62, equivalesse a un diritto edificatore acquisito da parte dei proprietari. Non è vero, un nuovo piano può cancellare qualunque previsione precedente senza che ciò comporti alcun indennizzo, perché non c'è nessun diritto acquisito.

Da cui le cosiddette «compensazioni» che molto hanno favorito i costruttori, o no?

Sì, per esempio nel quartiere di Tor Marancia era prevista la costruzione di un milione e 800 mila metri cubi di edifici. Poteva essere semplicemente cancellata nel nuovo piano e invece, presumendo l'esistenza di un diritto edificatorio, si è dovuto compensare il proprietario di Tor Marancia per aver trasferito altrove l'edificabilità di quell'area. E poiché l'area destinata alla compensazione viene considerata meno pregiata di Tor Marancia, allora per compensare in qualche modo anche il proprietario della nuova area si è dovuta anche aumentare la cubatura degli edifici previsti. Alla fine in totale si sono autorizzati 5 milioni e 200 mila metri cubi.

L'assessore all'urbanistica di Veltroni, Roberto Morassut ha replicato agli autori di Report affermando ciò che da sempre sostengono, ossia che il nuovo Prg non solo ha dimezzato la cubatura rispetto al vecchio piano, ma ha anche esteso i vincoli storico-archeologici e di verde. Morassut sostiene che sono stati vincolati a verde due terzi del territorio romano, 88 mila ettari su 129 mila, che è l'area su cui si estende Roma. È vero?

I dati non tornano: la città consolidata, secondo fonti comunali di alcuni d'anni fa, è di 46 mila ettari. A questi vanno aggiunti i 15 mila ettari previsti nel nuovo piano e in tutto fanno 61 mila ettari, da detrarre ai 129 mila. Rimangono quindi solo 68 mila ettari di verde e spazi aperti. Ma nel «sistema verde», di cui fa parte anche l'agro romano vero e proprio, vigono però anche regole molto permissive che consentono per esempio gli scavi o le discariche. Insomma il problema è che nella superficie verde romana sono permesse anche attività che la erodono, la condizionano, la riducono.

E il patrimonio storico-archeologico invece è sufficientemente tutelato secondo lei? Prendiamo l'Appia Antica, il più grande parco archeologico del mondo, cosa avviene da quelle parti? Si parla di 8 mila domande di condoni edilizi su una superficie fortemente vincolata.

Sì, credo che sia un numero esatto. Tempo fa calcolai che nel parco dell'Appia Antica sono stati realizzati almeno un milione di metri cubi abusivi.

Ai tempi di Rutelli sindaco, i fratelli Toti non avevano ancora messo le mani sulla città. È stato durante la giunta Veltroni che sono diventati tra i costruttori più potenti della capitale. Di Alemanno dicono invece che sia più amico dei piccoli costruttori. Come è cambiato il panorama dell'imprenditoria edile a Roma?

Non sono un esperto di rapporti tra politica e costruttori, ma vorrei fare un ragionamento più generale. A Roma come in moltissime altre città italiane, a Milano o Firenze, ormai l'urbanistica è fortemente condizionata dai costruttori. Da questo punto di vista c'è stata una regressione nella politica italiana: basta tornare al centrosinistra dei primi anni '60, quando i socialisti per esempio volevano liberare le città dallo strapotere dei costruttori per restituirle al potere pubblico. Lo fecero con una serie di leggi e per un po' di lustri tagliarono le unghie ai costruttori. Invece negli ultimi 15 anni gradatamente le trasformazioni delle città sono di nuovo determinate perlopiù dalla forza crescente dei costruttori.

In questo siamo in linea con il resto d'Europa?

No, all'estero i costruttori non hanno questo peso esorbitante. A Londra, per esempio, nel decennio Blair la città è cresciuta di un milione di abitanti ma non è stato sottratto nemmeno un metro quadro alla greenbelt, lo spazio verde attorno alla città. L'amministrazione ha ristrutturato e riconvertito gli spazi già usati o le aree dismesse, intensificando magari, ma senza espandere ulteriormente la città. Questa è la politica perseguita in quasi tutta l'Europa più evoluta, mentre in Italia non se ne parla neanche e la saldatura nello stesso soggetto tra proprietario fondiario e costruttore è un'anomalia patologica. Per dare inizio alla riqualificazione della città bisognerebbe innanzi tutto fermare il consumo del suolo, bloccarne l'espansione.

A Parigi o a Madrid, come ha ben spiegato Report, la costruzione di un nuovo quartiere comincia dalle strade e dai servizi, mentre gli alloggi sono perlomeno di tre tipi: residenziali, popolari e intermedi, ci sono cioè appartamenti in affitto anche per la classe media.

È solo una questione di buona o cattiva amministrazione o dietro c'è proprio un'altra idea di città, una diversa concezione della società che si intende costruire?

Non c'è bisogno di andare sempre all'estero, basta guardare a come sono state pensate le città dell'Emilia Romagna, quelli che erano esempi di buona amministrazione, dove nascevano prima le urbanizzazioni o gli asili, e poi si facevano le case. Le periferie di Modena o gli asili nido di Reggio Emilia erano studiati in tutto il mondo. È sì un problema anche amministrativo, quindi, ma non solo: riguarda la concezione stessa dell'urbanistica. Il Prg di Roma è fondato su una ventina di cosiddette centralità disseminate a corona attorno al centro storico che disegnano automaticamente una figura centripeta della città, rafforzano ancora di più l'idea del centro. È ovvio che non possono esistere funzioni qualificanti decentrabili in misura tale da poter riempire le venti centralità e potranno al massimo contenere qualche centro commerciale e qualche servizio di serie C ma non avranno certamente nessuna forza per poter diminuire il peso abnorme che il centro esercita sull'assetto urbanistico di Roma.

Non è stato così in passato.

Prendiamo il piano regolatore del '62, di cui io sono stato sempre molto critico: un'idea di città però ce l'aveva. Prevedeva per esempio lo Sdo, il sistema direzionale orientale, il piano di dislocazione della città moderna nella parte est della città, allora periferica, dove concentrare funzioni pregiatissime come i ministeri o la grande direzionalità pubblica. Un vero e proprio centro alternativo a quello storico che in questo modo poteva effettivamente essere alleviato dal traffico e dall'inquinamento. Un'altra idea epocale che avrebbe cambiato la faccia di Roma era il progetto Fori voluto da Luigi Petroselli che prevedeva di completare gli scavi dei Fori Imperiali e chiudere al traffico l'intera zona.

Ma in una Roma che soffre nella sua periferia di incomunicabilità, di frammentazione del tessuto sociale, quale soluzione offre il nuovo Prg, quale anima immagina della città?

Nessuna. Venti microscopiche centralità costituite di case e poco più, non sono un'idea di città, non sono niente. Non si può certo pensare che disseminando sul territorio di cintura venti microcittà si riesca ad affrontare i problemi della sterminata periferia romana o si riesca a ritrovare una connessione, una ricucitura, ad avviare una ricerca di identità intorno a questi luoghi.

Cosa si aspetta da Alemanno e quale suggerimento gli darebbe?

Da Alemanno non saprei proprio cosa aspettarmi. Credo però che per Roma bisognerebbe immediatamente tracciare una linea rossa sui confini attuali della città, delimitare per così dire le colonne d'Ercole. E tutto ciò che occorre per far fronte alla carenza di alloggi e quant'altro deve essere fatto all'interno di questa linea rossa sfruttando le risorse finanziarie pubbliche e private per riqualificare le periferie, cominciando dalle parti più sofferenti. Demolire e ricostruire: sono operazioni molto più complicate che costruire nell'agro romano e che necessitano di molta più energia creativa, ma che sono possibili.

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