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Antonietta Mazzette
Dare via libera al cemento è contro l'interesse comune
29 Settembre 2011
Sardegna
Non si hanno ancora molti elementi sul nuovo piano paesaggistico di Cappellacci, ma non c'è bisogno della Zingara per conoscerne l'orientamento. La Nuova Sardegna, 29 settembre 2011

In queste settimane si è riacceso il dibattito sui gravi rischi che stanno per abbattersi sul paesaggio sardo. I goffi tentativi della Giunta Cappellacci di camuffarli con parole come identità, salvaguardia e rispetto, connesse, però, a “revisione del PPR”, “legge sui 25 campi da golf” e “proroga del Piano casa”, ben chiariscono quanto sia coerente questa Giunta in materia di cementificazione del territorio secondo un’ottica privatistica di governo. Alcuni di noi hanno parlato di questi rischi più volte e credo che a nulla siano valse le nostre riflessioni per modificare quest’ottica, così come credo che a nulla varranno le considerazioni di illustri studiosi, da Salvatore Settis a Michele Salvati, da Fulco Pratesi a Edoardo Salzano. Seppure sconfortata da questa consapevolezza sono convinta che tacere oggi equivalga ad essere corresponsabili di quel che si sta abbattendo sulla Sardegna. Ed eccomi qui, ancora una volta, a sostenere perché le regole, i vincoli e dire No al consumo di suolo siano la vera strada da percorrere per dare ossigeno all’economia sarda.

Ma perché questa Giunta regionale è così sorda a qualunque richiamo di buon senso? Perché è questione di buon senso non rovinare il paesaggio, non solo perché la società presente ha il dovere di trasferirlo indenne alle generazioni future, ma anche perché se lo roviniamo per quale ragione i turisti dovrebbero venire fin qui? Nel VII congresso dell’Associazione Mediterranea di sociologia del turismo, da molte ricerche nazionali e internazionali è emerso con chiarezza che la ragione primaria per cui i turisti visitano la Sardegna, nonostante le difficoltà di trasporto e i costi elevati, è data dall’unicità e irriproducibilità del paesaggio sardo; semmai, i veri problemi sono legati all’accessibilità, alla riqualificazione del patrimonio esistente, alla professionalità del comparto e alla messa in rete delle risorse. Perciò, se modifichiamo il paesaggio cementificandolo o trasformandolo, che futuro si prospetta per il turismo sardo? Lo sanno bene i veri operatori turistici che poco hanno a che vedere con quanti costruiscono ville nella pineta di Badesi, o Resort mostruosi in mezzo alla macchia mediterranea di Capo Malfatano.

Ma il buon senso non rientra nell’orizzonte di questa Giunta, non tanto perché non sia consapevole anch’essa che far costruire a ridosso delle coste e attorno a fantasmagorici campi da golf non equivalga a benessere sociale, quanto perché deve rispondere, in primis Cappellacci, alle pressioni di un blocco sociale costituito da proprietari di suolo e imprese che facilmente riescono a trascinare su questo terreno i tanti disoccupati. È evidente che questi ultimi non hanno responsabilità degli scempi compiuti ma sono l’anello più debole, usati come ostaggio e grimaldello per scassinare il territorio. Non mi stupisce che dei disoccupati, pur di lavorare qualche mese, siano pronti a scendere in piazza dietro la fascia tricolore del sindaco di turno (Arzachena o Teulada che sia) o a firmare appelli, ma mi indigna che degli amministratori del bene pubblico siano così sensibili ai richiami degli interessi privati, talvolta molto forti come quelli della Marcegaglia o di Tom Barrack. Ci sono però altre ragioni perché questa giunta si sta muovendo con così tanta fretta per modificare le regole del PPR, e queste sono sì di tipo elettorale, ma sono anche il bisogno di dare una risposta legale ai tanti abusi che si sono verificati nonostante i vincoli del PPR. Inoltre, vi sono esigenze provenienti dai tanti comuni che hanno piani urbanistici in itinere o hanno appena approvato e che non solo prevedono volumetrie ingiustificabili se si rapportano alle esigenze sociali, ma molte di queste non sarebbero giustificabili neppure dagli strumenti di piano vigenti, a partire dal PPR.

Questo blocco sociale è destinato a scomporsi nel momento in cui le case costruite rimarranno invendute e avranno arricchito soltanto pochi speculatori, mentre i disoccupati continueranno a rimanere tali e il territorio sarà irrimediabilmente compromesso.

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