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Pietro Veronese
Dall’inferno somalo al paradiso dei turisti così gli Shabab minacciano Nairobi
3 Aprile 2015
Articoli del 2015
Una vicenda tragicamente esemplare. Le responsabilità di un governo democratico che affida la sicurezza dei propri cittadini alle bugie della propaganda e al bastone della, e di fatto incoraggia il terrorismo.

La Repubblica, 3 aprile 2015

L’ATTACCO rivendicato dagli Shabab nel campus universitario di Garissa, di certo il più micidiale da loro compiuto, è un atto d’accusa non solo contro la loro deriva criminale, ma anche contro la spaventosa irresponsabilità dei governanti keniani. Partiti in guerra contro gli islamisti somali nell’ottobre 2011, con l’intento dichiarato di proteggere i propri confini dalle incursioni lanciate nel remoto nord-est del Paese a partire dal territorio confinante, essi si ritrovano tre anni e mezzo dopo con la guerra in casa.

Hanno imposto di recente a un Parlamento in subbuglio leggi antiterrorismo considerate da molti liberticide, ma appaiono incapaci di proteggere i propri cittadini dalla minaccia di attacchi armati, o disinteressati a farlo. Hanno coltivato un sogno di egemonia regionale costruita anche con le armi, e sono finiti in uno scacco mortale in casa propria. Nel campus di Garissa il rettore aveva addirittura messo in guardia gli studenti, invitandoli a rientrare a casa per le festività: c’era qualcosa nell’aria, ma le autorità di polizia non avevano preso alcun provvedimento. Viceversa, soltanto l’altro ieri, il presidente Uhuru Kenyatta se l’era presa contro le allerta lanciate ai turisti australiani e britannici dai governi di Canberra e Londra: un imperdonabile autogol.

La parabola degli Shabab somali è unica nella galassia del terrorismo islamico perché, nati e lungamente cresciuti nella Somalia della guerra civile attraverso una serie di spaccature e scissioni sempre più radicali, essi appaiono ormai sconfitti e residuali in quel Paese — dove tuttavia ancora sono in grado di mettere a segno azioni militari, l’ultima all’hotel Makka Al Mukarama di Mogadiscio il 27 marzo, 14 morti e numerosi feriti — mentre la loro azione si va facendo più minacciosa in Kenya. Anche i Taliban si muovono da sempre a cavallo della frontiera afgano- pachistana; ma in Pakistan erano nati, negli anni 1980, prima di arrivare a prendere il potere a Kabul. Viceversa la matrice degli Shabab è puramente somala.

Durante i lunghi anni della guerra civile somala, attraverso l’ultima decade del secolo scorso e la prima di questo, mentre i signori della guerra combattevano tra di loro un conflitto per bande motivato sostanzialmente dalla brama di controllo territoriale e di guadagno, il movimento islamista cresceva lentamente, a sua volta originato dalla variegata galassia di organizzazioni, partiti e singoli esponenti fondamentalisti, in un processo di continue scissioni e ricomposizioni. Cristallizzatosi nelle cosiddette Corti Islamiche, approfittò dell’estenuazione degli abitanti, ormai stremati dalla costante insicurezza, per imporre il proprio controllo e la sharia sulla quasi totalità del sud somalo. Legge, ordine e mani mozzate. Così le Corti amministrarono per qualche anno Chisimaio e dintorni, poi nel 2006 giunsero fino a Mogadiscio. Ma la conquista della capitale causò l’intervento militare etiopico e l’inizio della loro fine.

Da quella rotta e dalla dissoluzione delle Corti Islamiche emersero gli Shabab, “i giovani”, un movimento più radicale, militarizzato e feroce, sul modello qaedista. Infatti nel febbraio del 2012 annunciarono l’affiliazione ad Al Qaeda, anche se — a differenza di Al Qaeda, portatrice di una visione di “guerra globale” — l’orizzonte degli Shabab è sempre stato somalo. Finché, accusandoli di essere i responsabili di incursioni oltre confine che avevano preso di mira turisti e operatori umanitari, il Kenya non è a sua volta intervenuto in armi in Somalia.

L’operazione Linda Nchi (“proteggere la patria” in swahili) fu lanciata nell’ottobre 2011. Sulle prime rischiò la catastrofe. Poi il coordinamento con gli etiopici e soprattutto con il contingente internazionale dell’Unione Africana che sosteneva il governo provvisorio somalo, fece rapidamente migliorare la situazione. Gli Shabab furono presto in ritirata ovunque, costretti ad abbandonare un centro abitato dopo l’altro. Passati dal controllo territoriale al terrorismo puro, cominciarono a colpire in Kenya, in un crescendo di attentati culminati nell’attacco al centro commerciale Westgate di Nairobi (21-24 settembre 2013, almeno 68 morti). E, oggi, all’università di Garissa.

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