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Sandro Roggio
Dalle vecchie alle nuove chiudende
4 Gennaio 2010
Sardegna
Il paesaggio della Sardegna fra vecchi e nuovi pericoli. Su La Nuova Sardegna, 4 gennaio 2010 (m.p.g.)

Quando sento i discorsi dei tifosi delle privatizzazioni penso ai versi di Melchiorre Murenu, e alla insofferenza descritta in quella strofa contro le “chiudende”. La chiusura delle terre - 1820 - era stata disposta nel nome della modernizzazione auspicata. Si metteva cinicamente a repentaglio la sopravvivenza dei più.

Ma la proprietà “perfetta” era il bene supremo, presupposto della crescita economica. Senza riserve. Era rimasto colpito il poeta dagli effetti del provvedimento. Un flagello quell’ “afferra afferra” che toglieva alle comunità le terre comuni senza restituire nulla. Le chiusure premiavano solo alcuni - come era stato previsto. E come riconobbe un ex viceré descrivendo le prevaricazioni (l’editto “giovò nella sua esecuzione soltanto ai ricchi e potenti”). Agli altri si negava l’accesso ai boschi ghiandiferi, ai pascoli migliori, alle fontane e agli abbeveratoi. La strofa si conclude con la nota iperbole “si su chelu fit in terra l’haiant serradu puru”. Avrebbero recintato pure il cielo casomai fosse in terra. Ma le caricature - ne sa qualcosa la satira - con il passare del tempo possono diventare inopinatamente reali, come i versi di Murenu appunto, rinfrescati dalle cronache di questi tempi. I sardi di prevaricazioni ne sanno qualcosa, tanto da immaginare che qualche anticorpo lo abbiano realizzato. Invece la storia si ripete.

I soprusi, raccontati come necessità, sono una costante. La terra sarda è stata da tempo consegnata - nelle sue parti più belle - all’uso di pochi che hanno usato dune e scogliere come piedistalli di brutte case, la vista e l’uso delle spiagge in grandi tratti sono impediti, molte proprietà demaniali sono recintate.

Ma ecco, subito dopo la decisione che privatizza l’acqua, il governo vara a Natale un decreto per la svendita di beni pubblici di pregio (tra gli altri il poligono di Capo Teulada, 70 kmq di splendidi paesaggi).

Si annunciano brutti tempi. Il 2009 si è chiuso in Sardegna con una brutta “autonoma” legge sul governo del territorio e chissà cosa ci aspetta. Nello sfondo quel verso del poeta - “se il cielo fosse in terra” - acquista una nuova luce.

Quel paradosso prende corpo. Le torri eoliche, sul mare o sui crinali, non si pigliano pezzi di cielo? Messe dove occorre per catturare il vento non alterano la vista dell’orizzonte? E a chi convengono queste moderne svendite?

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