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Antonio Cianciullo
Dal turismo alla difesa del paesaggio così i contadini salveranno l´Italia
19 Novembre 2010
Il paesaggio e noi
Senza dimenticare il rischio del marxiano idiotismo della vita rustica, un rinnovato ruolo della campagna, se può essere davvero post-moderna. La Repubblica, 19 novembre 2010 (f.b.)

BOLOGNA - Patate e broccoletti sì, ma non solo. L´agricoltore del futuro è multitasking: agisce su vari piani. Certo, ha abbandonato la chimica pesante, quella che ha inquinato le falde idriche e minato la fertilità dei terreni, per dedicarsi alle coltivazioni biologiche e biodinamiche, ai prodotti con il marchio di garanzia territoriale, ai gioielli della tradizione che danno una mano all´export. Ma non basta perché, nel loro complesso, i campi continuano a perdere braccia, denaro e consenso tra i giovani: negli ultimi dieci anni un´azienda agricola su quattro ha chiuso e il Pil è sceso di un punto.

E allora, per invertire la rotta e difendere, assieme ai campi, il paesaggio, l´agricoltura si reinventa tornando alle origini, cioè alla gestione del territorio. A lanciare la proposta al convegno «Sos agricoltura» - organizzato dal Fai (Fondo ambiente italiano), dal Wwf e dall´Associazione per l´agricoltura biodinamica che si riunisce in questi giorni ad Arezzo - è stato Andrea Segré, preside della facoltà di Agraria dell´università di Bologna. «Il futuro dell´agricoltura sta nella terziarizzazione per la produzione di beni e servizi pubblici», spiega Segré. «Faccio un esempio. La mia facoltà ha un´azienda agricola che già oggi raccoglie gli scarti della potatura in città incrementando il suo fatturato. Perché non allargare questo genere di interventi? Gli agricoltori hanno trattori, idrovore, mezzi pesanti in grado di svolgere molti servizi a vantaggio della comunità in cui vivono: dal controllo della rete idrica alla rimozione della neve. Meglio spendere qualcosa in prevenzione dando un reddito aggiuntivo che difende il presidio delle campagne invece di far salire il conto della Protezione civile».

Tra il 1951 e il 2009 abbiamo speso 50 miliardi in danni causati dal dissesto idrogeologico e la cifra continua a crescere anche perché la politica europea del riposo forzato dei campi, il set aside, ha dato risultati parziali: si è smesso di produrre frutta per il macero ma si sono abbandonati in 10 anni un milione e 800 mila ettari. Con il risultato che il governo idrogeologico di queste aree, che ormai avevano perso l´equilibrio naturale, è saltato. Recuperare la ricchezza del paesaggio tradizionale, il fascino della diversità dei campi significa dunque difendere la sicurezza di tutti. Ma chi paga il conto?

Si potrebbe, come suggerisce Segré, creare un´anagrafe che incroci domanda e offerta, necessità di interventi e disponibilità di mezzi: in questo modo si metterebbe in campo una mano d´opera qualificata evitando che scompaia e rispondendo a un bisogno prioritario. Già oggi le attività di servizio connesse al lavoro agricolo (compresa l´ospitalità negli agriturismi) valgono un quinto del fatturato delle aziende del settore. Senza calcolare i profitti derivanti dall´uso energetico degli scarti di lavorazione, dal mini eolico e dal solare.

«Non possiamo certo sostituire i pannelli fotovoltaici ai filari di nebbiolo sulle Langhe o di sangiovese sulle crete senesi, ma le fonti rinnovabili non sono un nemico», osserva Ilaria Borletti Buitoni, presidente del Fai. «Per difendere il paesaggio l´agricoltura ha bisogno di sostegno economico. Finora è stato alimentato un meccanismo perverso che ha premiato fiscalmente i Comuni quando concedono le licenze edilizie invece che quando difendono la qualità dell´ambiente. Si tratta di raddrizzare la rotta utilizzando anche il peso del turismo e l´integrazione delle energie rinnovabili ben inserite nel contesto: basta darsi regole chiare e trasparenti».

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