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Sandro Roggio
Crollano gli altari e la memoria
16 Maggio 2012
Sardegna
Un episodio apparentemente minore, molto ci racconta della situazione delle nostre città e del nostro patrimonio. La Nuova Sardegna, 16 maggio 2012 (m.p.g.)

Le scenografie barocche sono allo stesso tempo festose e drammatiche, come sapevano i grandi papi e i parroci di campagna che hanno adottato per un paio di secoli quel linguaggio emozionale, adatto indifferentemente per matrimoni e funerali. Ma le foto degli arredi e dell' apparato decorativo della settecentesca chiesa di San Paolo di Olbia – capitale della Costa Smeralda – accatastati in un angolo dopo il crollo, procurano la solita sensazione di sconforto. Una sensazione accentuata dalla “inattualità” delle esauste dorature di quei decori che nel tempo delle candele apparivano scintillanti come oggi i neon negli shopping mall. Una sensazione che conosciamo bene - e alla quale ci siamo abituati: si prova ogni volta che una calamità o la trascuratezza variamente declinata provocano danni – spesso irrimediabili – a manufatti famosi o sconosciuti, che dicono comunque della fatica di artisti e artigiani chiamati a testimoniare i progetti di comunità orgogliose. Sono molti i responsabili, ognuno con la propria dose di noncuranza, della perdita di pezzi consistenti del patrimonio italiano. Ma non è interessante sapere ora se le colpe del degrado della chiesa di Olbia sono dei parroci, della gerarchie ecclesiastiche o delle istituzioni civili.

Interessa la specialità di Olbia in questa epoca smemorata ( che non è più colpevole di altre città disinteressate al destino dei propri beni culturali). E' un caso speciale, Olbia, insieme ad altri: un complesso paesaggio della modernità adatto a spiegare i paradossi sociali e urbanistici, cresciuti nel tempo della crisi globale.

Nel compendio naturale più straordinario della Sardegna, ha realizzato in tempi rapidi una enorme urbanizzazione contro la bellezza di quel luogo. Piegandolo alle esigenze del mercato che dappertutto lascia poco tempo per occuparsi del paesaggio o della storia che resiste – documentata da quelle pochissime cose superstiti e per questo preziose come quelle sculture lignee mangiate dai tarli. Poche vecchie cose, malamente inglobate nella crescita feticcio, che meriterebbero una cura puntigliosa e spesso spese inferiori di quanto si immagina.

Colpisce la contraddizione: affiora normalmente nelle corti del lusso che esibiscono sguaiatamente le differenze tra ricchezze e miserie e quindi le spese superflue a dispetto di bisogni essenziali inascoltati.

D'altra parte è naturale domandarsi come sia possibile non disporre di qualche decina di migliaia di euro nel territorio dove atterranno continuamente sceicchi e nababbi, dove una casa può costare cento milioni di euro, e con il conto di una festa vip e cafona ci paghi il lavoro di un restauratore per molti mesi.

Il rischio in casi come questi, evidenziato dagli studiosi di società, è quello di perdere l'orientamento a cominciare dalla memoria di sé. E le città senza memoria, proprio come gli uomini, impazziscono senza rimedio. In questo quadro difficile meritano molto rispetto le fatiche degli amministratori olbiesi, ma l'entusiasmo acritico per la misura urbana che a decine di ettari per volta vola verso il raddoppio, appare francamente eccessivo («La Nuova Sardegna» del 9 maggio).

La vicenda dell'altare crollato rimanda inevitabilmente alla manifestazione «Monumenti aperti», in corso con risultati sorprendenti. Le file a Sassari e a Cagliari, e domenica scorsa a Alghero, per visitare architetture ben conservate ma pure brandelli di muraglie – testimoni di negligenze di altri tempi – ammoniscono contro gli sperperi odierni. I sindaci (e i vescovi per ciò che compete loro) dovrebbero trarre insegnamento da questa onda lunga di attenzione appassionata, che raramente si manifesta in modi così determinati. L'attesa di centinaia di persone per vedere l'abside mutilata di una cappella o un fortino dell'ultima guerra va oltre la curiosità suscitata da una iniziativa di successo.

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