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Giorgio Nebbia
Crescita e declino degli studi sul futuro
28 Agosto 2013
Giorgio Nebbia
Forse le attuali crisi, economica e ambientale, possono essere entrambe curate da una rinascita della cultura e degli studi sul futuro... >>>

Forse le attuali crisi, economica e ambientale, possono essere entrambe curate da una rinascita della cultura e degli studi sul futuro... >>>

Forse le attuali crisi, economica e ambientale, possono essere entrambe curate da una rinascita della cultura e degli studi sul futuro. Ogni società, ogni persona pensa al futuro: le aziende si interrogano su quali merci o servizi è opportuno produrre per soddisfare futuri reali bisogni umani; i governi e le singole persone si chiedono quali effetti ambientali il comportamento proprio o collettivo avranno sulle acque e sull’aria del futuro. Le radici di una scienza del futuro vanno cercate nei moltissimi scritti del giornalista H.G.Wells (1866-1946), tutti ispirati, nella prima metà del Novecento, alle conseguenze delle scoperte scientifiche che venivano a sua conoscenza.
La crisi economica degli anni trenta spinse i governi a interrogarsi sul futuro e a predisporre, nei paesi capitalistici e nell’Unione Sovietica, dei ”piani” per orientare le produzioni agricole e industriali in modo da uscire dalla povertà; furono anni segnati da continue innovazioni tecnico scientifiche che ebbero una accelerazione durante la II guerra mondiale (1939-1945): incredibili progressi nei veicoli terrestri e aerei, nei calcolatori, nella chimica, si pensi alla scoperta della penicillina, dei sulfamidici e del DDT, fino alla scoperta della possibilità di estrarre grandissime quantità di energia dal nucleo atomico per nuove devastanti armi o per azionare navi e macchine.
Queste scoperte costrinsero i governi e gli studiosi a interrogarsi sulle conseguenze che tali scoperte avrebbero avuto. Il governo degli Stati Uniti commissionò uno studio sui futuri fabbisogni di energia dell’America e come le varie fonti di energia avrebbero potuto soddisfarli. Già nei primi anni cinquanta negli Stati Uniti apparvero le prime previsioni sull’aumento della popolazione, sull’approvvigionamento dei minerali, dei prodotti agricoli, dei metalli; furono messi a punto dei nuovi metodi “scientifici” per tali previsioni; nacque, insomma, una “scienza del futuro”.
Le previsioni riguardavano gli aspetti tecnico-scientifici ed ecologici ma anche quelli sociali; a Parigi il filosofo Bertrand de Jouvenel (1903-1987) fondò una associazione col nome “Futuribles”, per lo studio dei futuri possibili; l’imprenditore italiano Franco Ferraro (1908-1974) creò una simile associazione “Futuribili” in Italia; a Roma nacque un centro di previsioni diretto dalla sociologa Eleonora Masini. Nel corso degli anni sessanta del Novecento furono pubblicati almeno tre libri col titolo “2000”, scritti dagli americani Herman Kahn (1922-1983), Daniel Bell (1919-2011), dall’austriaco Robert Jungk (1913-1994) e dal norvegese Johan Galtung; una multinazionale di studiosi.
Ben presto fu possibile riconoscere varie “scuole”, quella degli ottimisti (la tecnologia ci salverà, supererà la scarsità di risorse naturali e gli inquinamenti), e i pessimisti (la crescita della popolazione, dei consumi e degli inquinamenti possono compromettere le condizioni di vita future). Questa seconda posizione fu espressa nel più celebre dei libri sul futuro, “I limiti alla crescita”, pubblicato nel 1972 dal Club di Roma, un circolo di intellettuali fondato dall’italiano Aurelio Peccei (1908-1984).
Il culmine dell’interesse e del dibattito della scienza del futuro si ebbe nel 1973 con la conferenza internazionale della Federazione Mondiale di Studi sul Futuro (WFSF), presieduta da Eleonora Masini, a Frascati (i vari volumi di atti sono purtroppo introvabili). Si avvicinavano i tuoni di una nuova crisi: l’aumento del prezzo del petrolio, i pericoli di guerra atomica, le esplosioni di bombe nucleari nell’atmosfera, la fragilità delle strutture industriali, orientate al profitto a breve termine, appariva con una serie di incidenti, da quello giapponese di Minamata, a quelli italiani di Seveso e Manfredonia, a quello americano di Times Beach, alla catastrofe nucleare di Harrisburg, eccetera. I ruggenti anni ottanta e novanta del Novecento, con l’illusione di una nuova ondata di consumi e di merci e di apparente felicità, hanno spazzato via la scienza del futuro, come anche la originale genuina carica “rivoluzionaria” dell’ecologia.
Di futuro, naturalmente, si è parlato, anzi sempre di più e fin troppo, con conferenze, riviste, talvolta come fantascienza, futurologia, addirittura come magia, ma per lo più per cercare una soluzione a problemi immediati; le previsioni sono state fatte a breve termine sotto la spinta di invenzioni e modificazioni così veloci da non lasciare il tempo per comprenderle: la nascita di nuovi giganti industriali, le rivolte nei paesi emergenti, la crescente fragilità dei territori dovute all’inquinamento. I paesi industriali sono incapaci di fare credibili previsioni dei fabbisogni energetici, di prendere decisioni per arginare i prevedibili, questi si, effetti futuri ambientali degli inquinamenti e delle scelte merceologiche. Sembra che le imprese non sappiano fare scelte produttive che riducano la disoccupazione e sembra che i soldi siano l’unico indicatore a cui riferire le spesso miopi previsioni dei governi.

Ne viene un senso di scoramento, soprattutto nelle generazioni più giovani che sembrano avere perso la speranza. Su, studiosi, ingegneri e sociologi, chimici e filosofi, provate a ricominciare a interrogarvi sul futuro. Su; governanti, provate a immaginare come vorreste il vostro paese e i vostri cittadini e a fare politica a questo fine.

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