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Gian Antonio Sergio; Stella Rizzo
Così si taglia il futuro
22 Febbraio 2011
Beni culturali
Estratto dal volume “Vandali”, sulle boutades del direttore alla valorizzazione voluto da Berlusconi per gestire il nostro patrimonio culturale. Da Il Messaggero, 21 febbraio 2011 (m.p.g.)

E' in libreria "Vandali. L'assalto alle bellezze d'Italia" di Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo (Rizzoli, 275 pagine, 18 euro). Una riflessione, amara e documentata, sulla situazione dei nostro patrimonio artistico e culturale e dei devastanti effetti della politica dei tagli attuata dal governo Berlusconi. «Eravamo i primi al mondo nel turismo - vi si legge -. Siamo precipitati per competitività al 28 posto.... Una classe dirigente seria sarebbe allarmatissima. La nostra no. Anzi, la cattiva politica è tutta concentrata su se stessa». Pubblichiamo parte del capitolo "La cultura rende? Alla «cricca» senz'altro".

“Pacco operaio! Pacco del lavoratore!». Era dai tempi in cui le sagre paesane erano battute da quegli ambulanti caciaroni che vendevano il celeberrimo «pacco» («E ti ci metto la coperta di lana matrimoniale! E ti ci metto la padella antiaderente! E ti ci metto il cacciavite multiuso...») che non si sentivano declamazioni come quelle di Mario Resca, l'uomo forte dei Beni Culturali berlusconiani. «Una recente indagine di Confcommercio (marzo 2009) ha dimostrato come un euro investito nella cultura ne genera 4 di indotto. Negli Stati Uniti un investimento nella cultura produce 7 volte quello che rende in Italia» dice sul sito ufficiale www.beniculturali.it. «Ogni euro investito in cultura genera un investimento 6 volte superiore» precisa in una chiacchierata con "Il giornale dell'arte". Il progetto Grande Brera costerà un mucchio di soldi ma quello non è un problema perché un po' dei finanziamenti arriverà dai fondi per i 150 anni dell'Unità d'Italia, un po' dai ministeri e il resto dalle istituzioni locali giacché «un euro investito in cultura ne rende 7 a 10 in ricaduta sul territorio» spiega al "Giorno" presentando l'iniziativa della quale lui è commissario. “Li troveremo i soldi» rassicura in contemporanea sul "Corriere": «Milano :..:. deve mettersi una mano sul cuore. E ricordare che un euro investito in cultura ne rende anche 10». Bum! «I1 turismo culturale è una grande fonte di reddito» incoraggia dopo il crollo della Schola Armaturarum di Pompei in un'intervista al "Giornale" di Alessandro Sallusti. E, spiegando che è «meglio investire qui piuttosto che nella manifattura, che nel nostro mondo globalizzato e in recessione è sempre più delocalizzata», conclude: «Un euro investito in cultura, dicono i nostri consulenti, rende da 6 a 12 volte l'investimento». Bum! «L'indotto generato dalla cultura e dal turismo culturale ha e avrà sempre un maggiore peso sulla nostra economia. Stiamo rilanciando la fruizione della cultura comunicando di più perché un euro in cultura rende 16 volte attraverso l'indotto del turismo culturale» dichiara (lo dice attraverso l'ufficio stampa del ministero!) al Forum mondiale che ad Avignone nel 2009 riunisce circa trecento personalità della cultura provenienti da tutto il mondo. Bum! Al di là dei numeri sui quali si sbizzarrisce, a metà gennaio 2011, l'ha detto anche a Vittorio Zincone, di "Sette": «Crediamo davvero che il futuro dei nostri figli sia ancora nelle fabbriche e nel manifatturiero? Lì non abbiamo speranze». Quindi? Tutti a fare i custodi nei musei? «No. Dobbiamo creare nuove professionalità: manager del Turismo e dei Beni culturali...» Come lui. Che per rimediare all'assenza di didascalie in inglese nel 76% dei nostri musei, parla in slang "macdonaldese"; «Con il marketing e i social network abbiamo colpito il target. Nell'ultimo anno c'è stato il 15% dei visitatori in più. Per questo business è un turn around fondamentale. Uno swing eccezionale». Sostiene che «i Beni culturali dovrebbero diventare un ministero di serie A. Perché nei prossimi vent'anni, se ci crediamo, potremmo assistere a un nuovo rinascimento nella produzione di ricchezza basato sulla leadership del nostro patrimonio culturale. L'Italia potrebbe diventare una grande Disneyland culturale». E dice che l'ha ricordato anche a Berlusconi: «Mi ha dato ragione. Ma poi ha altre preoccupazioni». Disneyland... Certo è che, a dispetto di questi discorsi, i finanziamenti alla cultura degli ultimi anni sono stati decimati. Direte: non è possibile! Se Silvio Berlusconi ripete da anni che occorre governare con il buon senso del «buon padre di famiglia», che lui è un imprenditore di successo e dunque sa come vanno spesi i soldi, che ha portato razionalità alla gestione dello Stato! I dati ufficiali sono implacabili. Da quel 2001 in cui tornò al potere per restarci l'intero decennio salvo la caotica parentesi prodiana, i finanziamenti pubblici ai Beni culturali sono andati giù precipizio. In dieci anni, dal 2001 al 2011, sono calati del 40%: da 2.386 a 1.429 milioni di euro. Ma se teniamo conto dell'inflazione, allora il crollo è stato del 50,5%. Il succo è che dieci anni fa lo Stato italiano dava al ministero dei Beni culturali più del doppio di oggi. Il che significa, poiché al di là delle sparate è assolutamente vero che un euro investito in cultura ne genera molto di più, che sono state buttate via potenzialmente decine di miliardi. Lasciando contemporaneamente che il nostro tesoro venisse saccheggiato dall'incuria, dall'indifferenza, dal degrado. Certo, anche nel 2000 la fetta più grossa se ne andava per la spesa corrente del ministero e delle sue strutture periferiche: stipendi, luce, telefoni, trasporti, affitti... Ragion per cui qualcuno potrebbe addirittura concludere che alla fin fine si sono risparmiati un sacco di soldi. Se però guardiamo la spesa per gli investimenti, tocchiamo con mano il disastro. Perché quella voce, in dieci anni, si è ridotta da 749 a 290 milioni, per scendere ulteriormente a 213 milioni nel 2011. Per capirci: soltanto quest'ultimo taglio di 79 milioni, se fosse vero che ogni euro culturale ne produce 16, avrebbe sottratto all'Italia un miliardo e 264 milioni di euro.

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