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Francesco Erbani
Cosa ne sarà delle nostre città
3 Giugno 2010
Recensioni e segnalazioni
Riflessione sulla condizione urbana a margine di alcuni libri recenti che affrontano i temi urbanistici sul versante italiano. Da la Repubblica, 3 giugno 2010 (m.p.g.)

La città e i suoi malesseri. La città e la sua storia. Le riflessioni si rincorrono e si scontrano, escono libri, e a Roma, dove si sono appena inaugurati il Maxxi (opera di Zaha Hadid) e il nuovo Macro (firmato da Odile Decq), si annuncia dal 9 al 12 giugno una Festa dell’architettura con quattro giorni di incontri e dibattiti. Titolo: «Mito. Realtà. Progetto. La città dell´architettura è tutta contemporanea, dai Fori alle periferie». Il curatore è Francesco Garofalo, inaugura Alvaro Siza e intervengono, fra gli altri, Eduardo Souto de Moura, Bernard Tschumi, Massimiliano Fuksas, Stefano Boeri, Giovanni Caudo, Franco Purini, Francesco Cellini, Carlo Olmo ed Eyal Weizman.

Tutto questo interesse si manifesta mentre si fa più acuta una contraddizione: chi vive in città - lo ha accertato l´Onu - è diventato maggioranza nel pianeta. Contemporaneamente la città è cambiata fin quasi a essere irriconoscibile. Al punto da indurre uno storico dell´architettura di grande esperienza e lungimiranza, come Leonardo Benevolo, a ipotizzare che si stia chiudendo un ciclo. «Mentre fino a qualche decennio fa distinguere la città dal territorio organizzato diversamente era alla portata di tutti», spiega, «oggi la differenza fra un dentro e un fuori della città è diventata più difficile da percepire. E abbiamo davanti la prospettiva di un’esperienza storica che volge al termine».

Le città si trasformano, eppure poche altre volte come in questi ultimi tempi, la città è stata oggetto di ricerche. Gli urbanisti dialogano con gli economisti. E, insieme, consultano antropologi e sociologi. Molto successo hanno anche in Italia le riflessioni dell’americana Sasskia Sassen, che studia le "città globali", quelle che intrecciano rapporti fra loro al di là degli stati nazionali. O, all´inverso, le indagini dello storico Mike Davis, che analizza gli slum sparsi fra Africa, Centro e Sud America e Asia.

Benevolo, dal canto suo, si produce in una perfetta e simmetrica periodizzazione: «Dietro di noi ci sono due fasi che durano entrambe, grosso modo, cinquemila anni: l’età neolitica e l’età che comincia, fra IV e III millennio a. C., con la nascita della città». Ora questo secondo ciclo sta arrivando a conclusione sotto i nostri occhi. E dopo? «Certo non c’è il vuoto, quel vuoto, per esempio, che si presentava al cospetto dell’uomo del Neolitico».

Una delle caratteristiche che segna per le città un passaggio di stato, è l’elemento della sua finitezza. Le città da alcuni decenni hanno perso il senso del limite. Non solo l’hanno spostato oltre, sempre più oltre, ma l’hanno scavalcato e ora l’ignorano. Fisicamente e concettualmente. Al posto della città c’è la "città diffusa" – un’espressione introdotta da Francesco Indovina negli anni Novanta del Novecento. Anche per un urbanista come Bernardo Secchi, che ha lavorato molto in Italia e poi ad Anversa, Rouen, Rennes e Ginevra e ora è impegnato a Parigi, «stiamo assistendo a un passaggio epocale». Ma la città non scompare, aggiunge Secchi. Inoltre la "città diffusa" è una formula che si riferisce «a situazioni molto differenti. Differentemente declinata nel Veneto, in Lombardia, nelle Marche o nel Salento, nelle Fiandre, in Bretagna o nel nord del Portogallo, a Taiwan o nelle aree interne della Cina».

Fra gli urbanisti le posizioni si divaricano. C’è chi, come Secchi, ritiene che la città diffusa non sia il male assoluto. «La nuova forma di città», spiega, «con la sua grana larga, con i suoi vasti spazi interclusi, inedificati e tuttora destinati all’agricoltura, offre grandi opportunità per politiche che si confrontino seriamente con i problemi ambientali». I danni della dispersione abitativa sono invece sottolineati da Vezio De Lucia, per cinque anni assessore a Napoli, autore di molti piani regolatori e di un libro appena pubblicato, Le mie città (Diabasis, pagg. 210, euro 18). Il prodotto della città diffusa è, a suo giudizio, soprattutto il consumo del suolo, bene irriproducibile. «In Italia il problema del contenimento dell’espansione disordinata della città è sconosciuto», sostiene l’urbanista. «La Germania», aggiunge, «ha elaborato un piano per la riduzione del consumo di suolo da 130 a 30 ettari giornalieri. La Gran Bretagna protegge con le sue green belt, le cinture verdi, un milione e mezzo di ettari - il 12 per cento dell’intero paese - e consente nuove edificazioni a patto di riutilizzare prevalentemente aree già urbanizzate e dismesse. In Francia si evita la dispersione urbana con leggi che impongono di costruire esclusivamente in continuità con le zone urbanizzate».

La città che supera i suoi limiti può farlo in modo regolato oppure affidandosi solo al mercato o, peggio, alla speculazione. Fra Emilia, Lombardia e Veneto la città invade la campagna senza trasmetterle qualità urbana e anzi disseminandola di case, stabilimenti e centri commerciali che le impediscono comunque di restare campagna. Stando ai dati contenuti nel libro curato da Paola Bonora e Pierluigi Cervellati, Per una nuova urbanità dopo l’alluvione immobiliarista (pubblicato da Diabasis) la superficie urbanizzata in Italia tra il 1956 e il 2001 è aumentata del 500 per cento.

Ma la questione, riportata all’Italia, viene condensata in un interrogativo: quanta consapevolezza di questo fenomeno c’è a livello politico? Giuseppe Campos Venuti, fra i più illustri urbanisti italiani, ha dovuto scorrere per tre volte l’elenco dei nuovi assessori della Regione Emilia Romagna per convincersi che non ce n’era nessuno incaricato all’urbanistica. Il racconto della sua stupefatta scoperta l’ha consegnato alle pagine bolognesi di Repubblica, definendo la scelta «sconcertante e incomprensibile». D´altronde, ricorda Campos Venuti, «la società non ama l’urbanistica». E questa espressione l´ha anche usata per intitolare un capitolo del libro-intervista che ha appena pubblicato, Città senza cultura (Laterza, pagg. 190, euro 12, a cura di Federico Oliva).

Non sono solo gli urbanisti a interrogarsi sulla questione urbana. L’economista Antonio Calafati, professore ad Ancona, sostiene che «in Italia non ci sono più città, ma sistemi urbani, nei quali le città storiche si sono dissolte». È accaduto al Nord, nelle zone industriali, aggiunge Calafati, ma persino in quelle marginali. A questo fenomeno, però, non ha corrisposto una integrazione istituzionale. Sono rimasti in piedi le competenze dei singoli comuni, poi della provincia, anzi delle province, infine delle regioni. Queste aree che si andavano formando, insiste Calafati, non hanno governo. Non hanno strategie né progetti. Non sono luoghi, a differenza di altre realtà europee, che agevolino sviluppo economico. Insomma, consumano suolo, ma non sono occasioni di crescita. Calafati ha da poco pubblicato un libro su questi argomenti, si intitola Economie in cerca di città (Donzelli, pagg. 147, euro 25). La questione urbana, sostiene, «dovrebbe essere affrontata con urgenza, in quanto costituisce una delle principali ragioni del declino economico del paese». E così le città, che nella storia sono sempre state il luogo dell’innovazione, ridotte in Italia a sistemi urbani senza governo, l’innovazione rischiano di frenarla.

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