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Denise Pardo Mammì Alessandra
Con Bondi non abbondi
28 Luglio 2009
Beni culturali
Il disastroso bilancio del primo anno di governo del Mibac, alla vigilia di una contestatissima riforma. Da L’Espresso, 30 luglio 2009 (m.p.g.)

Comunicazione di servizio per Sandro Bondi, ministro dei Beni culturali: il più bel bagno dei musei italiani è quello del Mart di Rovereto. Marmo nero e crema di sapone fucsia. Neanche quello del Louvre è tanto elegante. Così, forse potrà passare l'informazione a Mario Resca, il suo super consulente, l'uomo che diventerà centrale nel nuovo ministero riformato. Uno che a ogni riunione non fa che protestare per lo stato delle toilette di quei musei che visita e rivisita con l'obiettivo di rilanciarne l'immagine. In un anno di lavoro, molti viaggi, da New York a Berlino. Ma, a parte l'hit parade dei wc (a Napoli ha raccontato ad allibiti studiosi di aver preferito il cesso di un bar a quello dell'Archeologico) e la disdicevole mancanza di uniformi per i custodi, zero idee. E nemmeno si è vista la promessa capacità di attrarre il mondo imprenditoriale verso le disastrate finanze della cultura pubblica. Eppure, Resca è stato promosso: lo aspetta la poltrona di capo della neo direzione generale per la Valorizzazione del patrimonio culturale.

L'ennesima operazione mancata del dicastero firmato Bondi. Alla vigilia della rivoluzione. Quella della mega riforma prevista per i primi di agosto che sembrava essere l'asso nella manica del soffice ministro. Un progetto partito malissimo fin dalla presentazione alla commissione Cultura della Camera: maggioranza spaccata, dimissioni di Fabio Granata, relatore del Popolo della libertà (ex An), in disaccordo con lo smantellamento di una struttura che, in fondo, ha retto fin dagli anni Trenta. Peccato. Per Bondi doveva rappresentare il segno del suo passaggio nella storia della cultura italiana. L'imprinting sulla polverosa macchina del palazzo del Collegio romano.

E il sigillo di un anno vissuto alla guida di un ministero infernale, cenerentola fra i ministeri per l'Italia del fare, un tempio per l'intellighenzia gauche non solo caviar. Un pachiderma che governa sui nuraghe e sul cinema d'autore, sulla Biennale di Venezia e sulla dinastia Orfei, sugli artisti di strada e sugli affreschi del Quattrocento. Ovvero 3500 musei di Stato,100 mila tra monumenti e chiese, 2000 siti archeologici, più tutto il mondo dello spettacolo: 250 mila lavoratori e 6000 imprese, a occhio e croce. In questo impero, Bondi è entrato con le fanfare annunciandosi come il profeta del "recupero della bellezza" e perfino come il primo fra i ministri capace di essere un ponte tra la cultura della sinistra e l'efficenza imprenditoriale della destra. Da un certo punto di vista, ce l'ha fatta. In una coreografia mai vista prima, sono scesi in piazza contro di lui attori, registi, autori, cantanti, intellettuali e saltimbanchi. Di destra come di sinistra, da Luca Barbareschi a Citto Maselli, tutti uniti nel chiedere la sua testa. Un miracolo politico, per carità. Un vero disastro gestionale.

Incudine (di gomma, però) tra due martelli (d'acciaio) il povero Bondi ne ha di dolori. Da una parte, Renato Brunetta, ministro della Pubblica amministrazione, lo insegue per abbattere i costi del personale. Dall'altra, Giulio Tremonti, ministro dell'Economia, gli falcidia i fondi. Bondi che fa? Deplora e rassicura. Promette e si dispiace. Sventola ipotesi di dimissioni che non dà mai. Intanto, tra crisi economica, stanziamenti per il terremoto d'Abruzzo, i soldi sono diventati davvero pochi. Il Fus, fondo unico per lo spettacolo, istituito negli anni Ottanta, da allora si è ridotto a un terzo e per il 2009 al solo 0,1 del Pil: in tutto 398 milioni contro i 471 del 2008. Il finanziamento ordinario per la manutenzione del patrimonio, già insufficiente si è ridotto del 30-40 per cento. Al punto che se il tetto di una chiesa fa acqua, nessuno potrà sostituire le tegole. Per non parlare del blocco delle assunzioni e dello stop ai concorsi voluto da Brunetta in un organico già carente di restauratori e di ispettori ministeriali.

Qualcuno dirà: che c'entra Bondi? Giusto. Infatti lui cerca di entrarci il meno possibile. "È troppo devoto a Silvio per alzare la voce e creare dei problemi alla Lega che se ne sbatte della cultura, vista come roba romana e di sinistra" sussurra un Bondi boy. La verità è che il ministro non sa o non vuole prendere posizione. E tanto meno presentare un piano alternativo. "La legge per il cinema è del 1965. Quella per la musica del 1967. Una normativa vecchia di quarant'anni. Invece di riformare, l'unica risposta è tagliare. A questo sistema spettacolo servono 700 milioni di euro " sostiene Alberto Francesconi, presidente dell'Agis. " Invece ce ne sono meno di 400. Forse sarebbe il caso di sapere quale sistema spettacolo immagina il governo. Quattro sole fondazioni liriche? Un pugno di film l'anno? La fine della danza e dei circhi? Che qualcuno abbia il coraggio di scegliere su cosa puntare. Oppure cercare altri finanziamenti come ha fatto Jack Lang in Francia. Si è inventato la tassa sulle tv per sostenere la cultura raccogliendo 560 milioni di euro l'anno".

Ma per il found raising non c'era il mago Resca, lo sdoganatore del Mac Donald d'Italia, il manager che il Cavaliere doveva pur sistemare da qualche parte, e che ora è uno degli uomini forti del ministero? Uno di quegli uomini che rassicurano e blindano l'ondivago Bondi, come anche Gaetano Blandini, direttore del Cinema e Salvo Nastasi, l'enfant prodige della direzione Spettacolo dal vivo, commissario del Teatro San Carlo di Napoli. Uomini forti, dicevamo. Sicuramente poco loquaci. Visto che nessuno di questi gli ha suggerito che non è bene per un ministro promettere quello che non può mantenere. Bondi non sarebbe dovuto andare alla presentazione dei David di Donatello al Quirinale garantendo un reintegro al Fus prendendosi anche i complimenti di Giorgio Napolitano. Né avrebbe dovuto mandare il suo sottosegretario Francesco Giro a spargere cose analoghe alle Giornate del teatro. Tantomeno tagliare il nastro della Biennale arte con lo sguardo nostalgico di chi già pregusta il ritorno al coordinamento del partito. "Mesi fa, in una riunione con gli enti lirici il ministro arrivò a dire che se le risorse non fossero state sufficienti sicuramente avrebbe restituito il mandato" racconta Walter Vergnano, sovrintendente del teatro Regio di Torino."Allo stato attuale non abbiamo nemmeno i quattrini per pagare gli stipendi, e non mi sembra che tiri aria di dimissioni".

L'insostenibile leggerezza del ministro, più ancora della scure di Hannibal Tremonti, irrita a tal punto gli animi da scatenare una guerra tra poveri. Gli enti lirici piangono ma i cineasti rispondono che sono proprio loro a mangiare quasi metà del Fus.

Chiuso nella sua stanza, Bondi si guarda bene dal convocare tutti e trovare una soluzione decorosa. Sogna, invece, via dell'Umiltà, sede romana del Pdl di cui è uno dei tre coordinatori con Denis Verdini e Ignazio La Russa (anche se la sua nomina era stata solo formale). "Sandro, si sente la tua mancanza", a un certo punto lo aveva galvanizzato Berlusconi. Così per dire, come fa spesso il Cavaliere. Ma il ministro ci aveva creduto, tanto da essere lì lì per lasciare il dicastero, prima di capire che era stata una boutade e che Verdini avrebbe alzato le barricate. Invece ad alzare le barricate è ora il mondo della cultura che pretende cose impossibili per lui: non poesie ma riforme, non il "recupero della bellezza" ma quello dei soldi, non l'abilità comunicativa di un Resca ma un dicastero all'altezza del patrimonio più grande del mondo. Quello che un tempo vantava fior fiore di sovrintendenti come Andrea Emiliani, ora in pensione, Antonio Paolucci, scritturato al volo dal Vaticano o Nicola Spinosa, artefice del rilancio internazionale di Capodimonte, pre-pensionato di prestigio a causa della riforma, e ancora in attesa di conoscere il nome del suo successore, il quale commenta: "Se di fronte ai tagli non si ha la forza di difendersi e rafforzare la macchina del ministero, la battaglia è perduta".

A dir la verità, almeno una volta Bondi i muscoli li ha mostrati. Alleandosi con la sovrintendente Federica Galloni che ha posto dei vincoli su un pezzo di agro romano laddove il Piano regolatore di Veltroni prevedeva un milione di metri cubi da edificare. Un siluro per il Pd. Ma anche una bella grana per il sindaco Gianni Alemanno che, travolto dai forti malumori dei potenti costruttori, ha scongiurato Bondi di tornare sui suoi passi. Ma il ministro, per una volta, sembra di ferro. Per forza: la tattica è pura politica. In vista delle elezioni regionali 2010, l'obiettivo è portare l'attenzione, la premura, e gli interessi dei poteri forti della capitale nell'orbita berlusconiana. Certo così di far cosa gradita al Cavaliere. In fondo, Silvio è quel che gli interessa di più. Molto più del Fus, del patrimonio, degli Stati Generali della cultura, dei cineasti che urlano, degli enti lirici che boccheggiano, delle orchestrali a spasso, e persino del "recupero della bellezza".

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