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Vittorio Emiliani
Colosseo, poca chiarezza o nessuna
11 Gennaio 2012
Beni culturali
La vicenda dei restauri del Colosseo: molta retorica e poca trasparenza, come eddyburg, fra i primi, denunciò all'epoca. L'Unità, 11 gennaio 2012 (m.p.g.)

Questa telenovela della sponsorizzazione del restauro del Colosseo contiene parecchi passaggi indubbiamente opachi. Intanto non è mai stata pubblicata la convenzione fra Ministero e sponsor Della Valle. Quando la Uil-Bac denunciò, il 4 aprile, alcune ombre, l’allora sottosegretario Giro e l’allora segretario generale nonché commissario all’archeologia romana Roberto Cecchi, oggi sottosegretario, giurarono che avrebbero reso noto quel testo fondamentale entro quindici giorni. Chi l’ha visto? Conosciamo soltanto un testo reso pubblico dalla Uil-Bac e in esso si dice che lo sponsor, in cambio della messa a disposizione di 25 milioni di euro in quindici anni, potrà stampigliare il marchio Tod’s sui biglietti d’ingresso, oggi 5 milioni l’anno, domani di più, per un totale finale di 80-90 milioni, comprati da cittadini di tutto il mondo. E sui tendoni di 2,40 metri che copriranno (per anni) le grandi arcate in restauro, ecc.

Sempre da fonti non ufficiali – dal Codacons che come Uil-Bac ha fatto ricorso – apprendiamo che l’Antitrust distingue in modo molto chiaro fra l’Avviso (cioè il Bando) e l’Accordo intervenuto (cioè la Convenzione, ignota ai più). In base al primo, lo sponsor, oltre che metterci gli euro, doveva caricarsi del completamento dell’attività di progettazione e direzione dei lavori, del coordinamento della sicurezza, dell’appalto a terzi o dell’esecuzione diretta dei lavori. Con l’Accordo, invece, tutto “si risolve nella semplice messa a disposizione di una somma di denaro”, ma, oh sorpresa!, esso “prevede una durata del periodo di sfruttamento dei diritti ben superiore ai limiti introdotti dall’Avviso, pari a due anni oltre il termine della conclusione dei lavori in favore di Tod’s e a 15 anni in favore dell’Associazione” Amici del Colosseo “ai sensi dell’art. 4 dell’Accordo”. Siamo all’abbuffata dei ritorni pubblicitari rispetto agli impegni, soltanto finanziari, nel restauro.

Inoltre – altro rilievo dell’Antitrust – il MiBAC, andata deserta la gara (molto impegnativa) indetta col Bando, “all’indomani della gara” è ricorso alla trattativa diretta “interpellando un numero di soggetti estremamente limitato, senza aver dato adeguata pubblicità al fatto che gli oneri posti a carico dell’eventuale sponsor erano stati sostanzialmente ridimensionati” al solo finanziamento. Chiaro come il sole.

Non so cosa ne dirà il Tar, ma credo che la Corte dei Conti dovrebbe far luce su questo punto nevralgico. L’”Unità” fu uno dei pochissimi giornali a sollevare perplessità in merito l’11 luglio scorso parlando di “convenzione genuflessa”. In generale fu tutto un’“exultate, jubilate”. E adesso si chiede in modo perentorio: ma, allora, volete bloccare i restauri dell’Anfiteatro Flavio che va in pezzi? Poiché il “marchio Colosseo” vale molto di più di 25 milioni di euro in quindici anni e il monumento non sta propriamente crollando, lo Stato deve darsi regole più chiare e comportamenti meno improvvisati. Tutto cioè deve avvenire nel massimo di limpidezza, anche perché, non agendo così, si creano (stiamo parlando di un vero “totem”) precedenti rischiosi. Diego Della Valle fu onesto nella conferenza-stampa: “Non siamo qui per fare beneficenza”. Subito dopo altri gridarono al mecenatismo. Non scherziamo: mecenate è chi dona denari per la cultura senza chiedere nulla in cambio, neppure di essere citato. Come mister Packard ad Ercolano. In fondo in fondo, se l’attuale biglietto d’ingresso fosse stato aumentato di 30 cent con l’indicazione “pro-restauro”, in quindici anni si sarebbero incassati i 25 milioni della sponsorizzazione e forse anche di più. Senza ambiguità, né opacità di sorta.

L'articolo di eddyburg del 2010

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