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Enzo Scandurra
Città eterna o moderna
18 Aprile 2010
Roma
“Le amministrazioni di sinistra e di destra si ritrovano sull'equivoco di una modernizzazione senza accoglienza”. Il manifesto, 17 aprile 2010

Da sempre, e oggi più che in passato, la città è stata, ed è, il luogo dei conflitti, dove si esercitano concretamente i diritti e i doveri, si misurano le differenze, si osservano le condizioni di miseria insieme all'ostentazione delle ricchezze, il luogo della politica, delle convivenze, più o meno pacifiche, il luogo, in ultima analisi, dove si svolge la vita reale e quotidiana delle persone, come si dice, in carne ed ossa, dove si partecipa alla vita collettiva e tuttavia si consumano solitudini.

Quella di Roma è una storia particolare. Una città che vive in simbiosi con le sue periferie (senza periferie non ci sarebbe Roma); una città che ne ospita un'altra (il Vaticano); una città soffocata da un passato glorioso tanto che essa somiglia - è stato detto - alla sua autopsia; una città che non è mai stata moderna, che anzi ha resistito con tenacia a qualsiasi tentativo di modernizzazione (perfino la metropolitana a Roma fa fatica a realizzarsi). La città dell'incanto e del disincanto; città astuta e sorniona; città che assorbe nel suo grande ventre (della storia) qualsiasi innovazione piegandola ai suoi ritmi lenti e sonnacchiosi, dove il vissuto è sempre più ricco del pensato, e del progettato.

A James Joyce, dice Ferrarotti, questa città faceva venire in mente un tale che sbarca il lunario, dietro compenso, esibendo il cadavere della nonna. A differenza di altre città, la "romanità" è una caratteristica incerta. Il dialetto romanesco, a parte certe folkloristiche rappresentazioni, è sparito da tempo; l'accento si rileva con difficoltà: borza anziché borsa, le doppie ridotte a una consonante forse per pigrizia o per risparmiare parole.

Senza indugiare a sentimentalismi o romanticismi, si potrebbe anche dire che Roma è una città mistero. Mistero poiché sono stati in molti, da Goethe, a Simmel fino a Pasolini, a tentare di afferrarne l'anima, a descriverne l'immensa complessità e poliedricità. Descrizioni attente, dettagliate, curiose, che tuttavia quasi mai, se non a tratti, se non per una parziale sintesi, riescono ad essere esaustive. Questa città appare inafferrabile, indicibile: non appena tenti di descriverne un aspetto, appare subito la sua faccia opposta: generosa ma anche cinica, bellissima e tragica, seducente e traditrice, puttana, è stato detto, come si addice a chi si concede facilmente ma, subito dopo la seduzione, per abbandonare il sedotto al proprio destino.

Non è, non lo è mai stata, una città veramente moderna. Una città industriale, per esempio, come Milano o Torino. E neppure mai è diventata, nonostante la sua gloria, una delle città mondiali, come Parigi, Londra, New York. Pare quasi che la sua immensa fama le abbia riservato un destino a parte, una condanna alla solitudine dei suoi antichi fasti, una grande nobile decaduta che non si mescola con le altre, stizzosa e fiera ma anche miserabile e cialtrona.

E tuttavia, nel quindicennio di amministrazioni di sinistra questa sua poliedrica narrazione è stata semplificata riducendola a quella di una città in attesa di modernizzazione. Roma sempre in "ritardo" rispetto alle altre grandi metropoli mondiali.

Una lettura condivisibile solo se si resta alla superficie del problema. In realtà, semplificante, mutilante, manipolante. L'ambiguità di aver dato come implicito un valore assolutamente positivo e progressivo al concetto di modernizzazione. Esso, infatti, è definito in un quadro dominato, cito Cassano, «da un ottimismo storico che vede lo sviluppo come un gioco libero ed aperto, nel quale tutti possono entrare con la speranza di partecipare ai suoi benefici, ma anche di scalare le posizioni e risalire le gerarchie». Nel caso romano c'era un secondo motivo di ambiguità. Il cosiddetto sviluppo conseguente alla modernizzazione riguardava sostanzialmente il centro storico (eventi, notti bianche, festival, ecc.) nella falsa convinzione e presunzione che esso fosse cuore e motore della città. Ma a chi spettava colmare questo cosiddetto "ritardo" e in quale modo?

Qui è nata quella sorprendente invenzione veltroniana chiamata "Modello Roma" che in poco tempo non solo è stata propagandata come una politica locale destinata a riscuotere un grande successo, ma che, successivamente, si è tentato di esportare a livello nazionale come esempio di una alleanza virtuosa tra amministrazioni pubbliche e privati in grado di superare i tradizionali e nefasti impedimenti del passato. Questa invenzione magica, lo sappiamo, è stata letteralmente battuta alle elezioni amministrative del 2008 con la sconfitta della candidatura di Rutelli, successore designato personalmente dal Grande Inventore Veltroni.

Ora quella politica, la modernizzazione, viene impugnata dal sindaco Alemanno quasi senza soluzioni di continuità, come a dimostrare che essa non è né di destra né di sinistra, ma una sorta di necessità storica che ci consente di tenere il passo con chi è più avanti di noi. È singolare che gli ideologi della politica comunale di Veltroni accusino il nuovo sindaco di avergli rubato le idee, anziché chiedersi come mai una politica urbana di sinistra sia stata accolta così favorevolmente da una amministrazione di destra. È così che per decidere il destino di questa città vengono chiamate le più celebri archistar del mondo (Piano, Fuksas, Calatrava, ecc.), come se la città, questa città poi, fosse un insieme di architetture sparse e poi nient'altro. La spettacolarizzazione è figlia diretta della modernizzazione: basta un giro di manovella, un pifferaio magico e la realtà si trasforma: anziché miserie e povertà ecco i grattacieli, la nuvola, lo stadio del nuoto: tutti saremo più felici e meno poveri.

E le periferie? Se mi si consente un'analogia direi che è come nelle ferrovie: l'importante è che Freccia Rossa possa arrivare da Roma a Milano prima dell'aereo, poi la moltitudine dei treni pendolari può anche attendere. Un vero progetto moderno dovrebbe gettare le basi per una città dell'accoglienza. Del profugo, dell'esule, del barbone, del discriminato, del diseredato, dell'immigrato, del diverso. Una città delle differenze.

Diceva Brecht: beato quel popolo che non ha bisogno di eroi e... aggiungo io, nemmeno di archistar.

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