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Lucia Tozzi
Città. Architettura e società
16 Settembre 2006
Megalopoli
Tranquilli i fautori delle Grandi Opere: il cannone di Richard Bourdett spara a salve.Un'opinione intelligente sulla Biennale di architettura, da Mousse Magazine, numero 3, settembre 2006

Città. Architettura e società è il bellicoso titolo prescelto dal direttore Richard Burdett per la X Biennale di Architettura di Venezia: un manifesto contro le archistar e l’estetismo imperante nella disciplina, è stato detto, un monito a dare priorità al contesto fisico e sociale degli edifici progettati rispetto all’ossessione di lasciare un “segno” tangibile del proprio genio in ogni centro abitato.

Tanto è bastato, in un contesto come quello italiano, per scatenare la piccata reazione di quanti rivendicano il primato dell’estetico e la potenza simbolica dei grandi oggetti architettonici. Massimiliano Fuksas, peraltro presente con un saggio nel catalogo, ha immediatamente dichiarato che musei, memoriali, biblioteche, teatri, stadi, grattacieli e palazzi monumentali sono catalizzatori della rinascita urbana di incomparabile efficacia di fronte allo squallore degli interventi di edilizia popolare e alla piattezza degli strumenti urbanistici.

Per afferrare pienamente il carattere grottesco di questa polemica basta mettere piede nelle Corderie dell’Arsenale, dove è allestita la mostra di Burdett sulle sedici megalopoli globali in trasformazione (San Paolo, Caracas, Bogotà, Città del Messico, Los Angeles, New York, Cairo, Istanbul, Johannesburg, Milano-Torino, Barcellona, Berlino, Londra, Mumbai, Tokyo, Shanghai): tutti i timori e le aspettative riguardo a un’esposizione che si preannunciava pesante, dura, ad altissima densità di contenuti, si dissolvono nello spazio di un momento. La presenza dei dati, delle statistiche, dei grafici che avrebbero dovuto condensare anni di ricerche condotte dallo stesso Burdett con Saskia Sassen, Richard Sennet e altri alla London School of Economics è ridotta al minimo, come supporto ai grandi slogan formulati per ogni città, mentre una messe di fotografie, video e proiezioni comunica senza soluzione di continuità una sola idea: la città è bella.

Il “mostro” indigeribile, destinato con l’autorevolezza della scienza a imporre una svolta concettuale al sempre più hollywoodiano mondo dell’architettura, si rivela a sua volta un trionfo dell’estetica, un lunghissimo spot sulle “magnifiche sorti e progressive” delle metropoli contemporanee. Nulla a che vedere, tuttavia, con le scenografie barocche di Italo Rota in Good N.E.W.S. alla Triennale, o con la visualizzazione “sporca” dei designer nordeuropei: le splendide immagini – quasi tutte a volo d’uccello o addirittura fotopiani, rese più seducenti da luci dorate o biancori diffusi o morbidi bianchi e neri – allignano ordinate in un allestimento quasi inesistente, limitato alla composizione di grossi pannelli parietali. È una mostra ampiamente didascalica, in cui a fare la parte del leone è la grafica chiara ed elegante dell’art director Mario Trimarchi, a capo dello studio Fragile.

Il primo obbiettivo di Burdett è quello di ribaltare l’aura negativa associata al dato della popolazione urbana mondiale, cresciuta nello spazio di un secolo dal 10 al 50% e destinata a raggiungere il 75% entro il 2050. Gli scenari catastrofici comunemente evocati da queste cifre – espansione ad infinitum degli agglomerati urbani, traffico ingovernabile, emissioni, consumo energetico, barriere sempre più alte tra ricchi e poveri – non incrinano minimamente la ferrea convinzione che le città globali offrano soprattutto un «enorme potenziale democratico», e addirittura che «la loro forma può determinare il futuro del pianeta».

Un ottimismo fondato sul presupposto che l’intensificazione dei flussi globali di persone, merci e capitali che attraversano le grandi metropoli sia sempre e comunque una risorsa, che può e deve poi essere “gestita”, se non dominata, per mezzo di politiche locali sostenibili.

In questa ottica Londra, che grazie alla densificazione dei tessuti urbani compresi all’interno della green belt potrà accogliere 700000 nuovi abitanti stranieri nei prossimi dieci anni, è accomunata a Bogotà, che in dieci anni di buongoverno locale – partecipazione, nuove scuole, il miracoloso sistema di autobus e navette pubblici Transmilenio, le oramai notissime piste ciclabili – ha più che dimezzato il tasso di criminalità e sensibilmente migliorato la qualità di vita degli abitanti. Tokyo, la più grande megalopoli del mondo (35 milioni di abitanti) ad alta densità, è riuscita con una politica lungimirante a ottenere che l’80% della popolazione usi i mezzi pubblici, mentre a New York, dove vige la “maggioranza delle minoranze” (i bianchi non ispanici ammontano solo al 30%) dopo più di vent’anni si ricomincia a costruire case popolari.

L’entusiasmo per questi modelli di sostenibilità cede il passo a un senso di inquietudine quando l’ennesimo progetto di metropolitana o di realizzazione di scuole e palestre viene trionfalmente annunciato per città disperse come Los Angeles o per i barrios di Caracas, oppure quando Mumbai, con i suoi milioni di lavoratori informali, viene definita “Porto di opportunità?” e il Cairo “Caos e armonia”. A un tratto la percezione confusa individua con certezza l’oggetto della propria insofferenza: la totale rimozione del conflitto operata da Burdett.

Qua e là compaiono un grafico estemporaneo sulla criminalità o l’abusivismo a Città del Messico o una didascalia sull’urbanistica della segregazione a Johannesburg, ma la loro presenza non interferisce con l’incredibile equazione stabilita dal curatore tra crescita economica e sostenibilità urbana e sociale, tra le forze della globalizzazione e le politiche democratiche del welfare. Nel mondo dipinto da Burdett l’eterna contrapposizione tra interessi pubblici e privati, e tra i modelli urbani che ne discendono, viene completamente cancellata. Gli attori dell’economia globale, del tutto alieni da quelle meschine logiche speculative che determinavano in passato un atteggiamento di vorace appropriazione di beni e servizi della collettività, contribuiscono zelanti ai programmi di sviluppo delle amministrazioni locali, elaborando con architetti e sociologi le migliori strategie per creare spazi pubblici, trasporti pubblici, istituzioni e manifestazioni culturali e favorire il più alto tasso di coesione e giustizia sociale.

Fin dall’enorme fotografia di uno svincolo di Shanghai (Site Specific, 2004,di Olivo Barbieri) stampata sull’intera facciata del Padiglione Italia ai Giardini, colonne comprese, appare chiaro che la seconda parte della mostra, affidata a una dozzina di prestigiosissimi centri di ricerca internazionali, è organizzata secondo criteri di frammentarietà, problematicità e densità completamente estranei alla sezione delle Corderie.

Alcune delle ricerche trattano argomenti perfettamente complementari alla mostra di Burdett, dedicata alle sole città in crescita: come Shrinking Cities, un progetto coordinato da Philipp Oswalt sulle numerosissime città (alcune decine nella sola Italia) interessate da un processo di spopolamento e contrazione, oppure Fiction Pyongyang, di Domus, che si interroga sul destino di una città comunista concepita dai sogni deliranti del dittatore Kim Il Sung, oppure una riflessione sulle città del golfo arabo, di OMA (Office for Metropolitan Architecture, di Rem Koolhaas). Tre progetti di cui è facile riconoscere la comune matrice culturale grazie alla natura incalzante dei quesiti che pongono e al rilievo geopolitico delle trasformazioni urbane e territoriali che analizzano: l’evoluzione (solo in parte dissoluzione) dei paesi postcomunisti, il surreale uso dello spazio in un regime totalitario per molti aspetti misterioso, le reazioni dell’Occidente di fronte all’atteggiamento misto di emulazione e disprezzo per la cultura architettonica modernista manifestato dai ricchissimi paesi arabi a Dubai.

Il padiglione irlandese, infine, è l’unico che pone il problema del consumo di suolo, mettendo l’accento su una questione fondamentale: con ogni probabilità non c’è niente di più futile che affidare le sorti del mondo a una rete, seppure popolosa, di venti città. Il territorio è di gran lunga più importante.

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