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Lodo Meneghetti
Ci resti almeno la rabbia (dinnanzi alle schifezze)
28 Febbraio 2007
Lodovico (Lodo) Meneghetti
Che scoperta! Ci voleva Monticchiello 1 e poi ...

Che scoperta! Ci voleva Monticchiello 1 e poi 2 (vedi le ultime notizie sui quotidiani con lo stop a un nuovo lotto di lavori quando ne sono stati approvati e sono in corso di realizzazione i quattro quinti) per mostrare agli italiani che il loro Bel Paese è ridotto a pochi lacerti anch’essi in procinto di essere cancellati? E ieri l’assessore regionale Riccardo Conti, già conosciuto come accorato propugnatore dell’edificazione sull’intatta collina fiorentina di Bellosguardo (ved. nel sito Bellaciao, Toscana!, 4 luglio 2006, ora anche in L’opinione contraria, Libreria Clup, Milano, dicembre 2006), per giustificare il nuovo oltraggio ripete il ritornello del territorio come “risorsa”, l’opposto di un “territorio inerte e imbalsamato” (lettera in Repubblica del 24 gennaio).

Ci voleva Monticchiello per verificare che anche i sindaci, fra i quali in altri tempi molti erano i primi garanti di una democratica discussione consiliare riguardo ai problemi urbanistici, sono diventati caporioni dotati di poteri enormi, grazie a una rivoluzionaria legislazione condivisa da tutti i partiti pensosi della cosiddetta stabilità di governo. Decidono, i nostri, di fare e disfare nella città e nella campagna, ossequienti ai presunti diritti dei privati costruttori. Diritti inoltre valutati puntigliosamente sull’orlo dei minimi buchi nelle disposizioni per la tutela ambientale, nonché sull’indiscusso utilizzo di norme e prassi urbanistico-edilizie “moderne” la cui confusa molteciplicità, coperta dalla miriade di orribili acronimi, fu dovuta alla comune insidiosa volontà dei politici, degli urbanisti, degli amministratori locali, del complesso di autori e attori del teatro edilizio.

Per Monticchiello ferita, quanti non hanno riesumato la banale definizione di Toscana felix, e cominciato ora a lamentare un triste futuro del paesaggio nazionale invero già quasi tutto passato? Una firma come quella di Asor Rosa ha slegato campane nuove. Ma lui, perché non ha suonato prima, molto prima mentre gran parte del paesaggio italiano indifeso veniva riplasmato dalle benne di un milione di caterpillar? Forse perché i bei luoghi scassati erano per così dire d’altri, non suoi, non l’amata Val d’Orcia? Stimo moltissimo Asor Rosa; per questo la mia lamentazione, benché poco o nullacontante, non può, come forse avrebbe dovuta vista l’altezza del nome, fermarsi nel fondo della gola.

Difficile non disperare. Penso: sindaco di Pienza! Saprà che la dimensione del proprio “governar territorio” comprende il luogo pubblico dovuto al più eminente progetto urbanistico della storia italiana? Il miracolo riuscito al Papa Pio II Piccolomini e al maestro d’architettura e d’arte Bernardo Rossellino non ha iniettato il bacillo del dubbio nella mente del nuovo principe di Pienza e dei suoi cortigiani? No. Così, ignoranza da un lato e presunzione dall’altra hanno permesso a lui e ai suoi consulenti di considerare indipendenti due questioni culturali invece intimamente collegate, rappresentative di una questione generale ovunque si presenti: la famosa piazza, una specie di fenomeno misterioso, incomprensibile, per forza intoccabile; la collina di terra libera, un incontrario rispetto a quella, un possesso manipolabile in pro dell’altrettanto famoso principio di “crescita” del territorio, di “sviluppo” del medesimo spacciato come conveniente agli abitanti residenti: quando si tratta di repellente affare di ville e palazzotti progettati da Nonrossellini d’oggi per garantire lavoro ai caterpillar e far guadagnare menefreghisti alloctoni.

D’altra parte, perché scandalizzarsi se il tutor maximus del paesaggio, il rutelliano ministero, ha ripiegato su posizioni di extrema defensio consistente in “correggere”, “mitigare”? (“Mitigazione”, la nuova brutta parola entrata persino nella buona urbanistica insieme all’altra non meno fastidiosa, “valorizzazione”; vedi la proposta di legge urbanistica di Eddyburg, negli articoli 1°/3 e 4°/5).

Altrettanto, e ancor più potenti i presidenti di Regione. In Toscana, poi, i due gradi del potere si tengono saldamente, si alimentano reciprocamente secondo una sorta di scorrevole amicizia. Il potentissimo presidente Martini batté il pugno sul tavolo quando qualcuno mise in dubbio l’opportunità di concedere ai Comuni (ai sindaci e loro giunte) libertà di risoluzione in materia di paesaggio, beni ambientali, eccetera. Il pretesto? I principi di autonomia locale, l’esigenza di democrazia capillare, la garanzia di libertà dai gioghi del controllo superiore. Come affermato nelle vecchie battaglie della sinistra. Eh, no. Quando ci battevamo per una vera autonomia locale erano i prefetti i controllori. Intanto, tutte le deliberazioni dovevano essere approvate dai Consigli. E tutte dovevano sottostare al taglieggio della giunta provinciale amministrativa, alias prefettizio. Controllo di legittimità, la formula. Invece l’oggetto era il merito, e lo scopo ostacolare, respingere le decisioni legittime delle amministrazioni di sinistra (approvate in Consiglio comunale) su pressione delle opposizioni democristiane. Preistoria, certamente; meglio ricordarsene però, e non speculare capziosamente sul tema del cosiddetto esercizio democratico.

Ho scritto di Toscana e ora mi viene in mente Lombardia. Monticchiello da una parte, Milano dall’altra. Non voglio di certo assimilare l’orribile situazione politica lombarda e milanese a quella toscana e senese (l’asse governatore Roberto Formigoni–sindaco Letizia Moratti insegna a regola d’arte come si debba amministrare il territorio in favore di finanzieri, imprenditori, costruttori edili). Case costruite nelle meravigliose colline pienzane finora inviolate, ville previste in uno degli ultimi luoghi non edificati di Milano, il Parco delle Cave: magnifico risultato di un’eccezionale azione di riconquista pubblica di territorio aperto condotta per anni e anni da Italia Nostra.

Eppure. Ecco come, grazie alle nuove diciamo possibilità assicurate dalla normativa urbanistico-edilizia cui mi sono riferito prima, una certa società immobiliare Canova 2000 capeggiata da un certo Lamberto Frugoni potrà realizzare nel Parco, d’altronde inserito nel più noto Parco agricolo Sud, “ville uniche nel loro genere; 180 mq composti da taverna, salone, cucina, lavanderia, tre camere, tripli servizi, box doppio, giardino privato; vista unica dei laghetti del parco, consegna 2008” (dalla pubblicità aziendale). E perché potrà farlo? Semplicissimo: sfruttando la preesistenza di un vecchio capannone industriale ora demolito, e presentando al Comune una richiesta di ristrutturazione (di che, se non c’è nulla in piedi?) insieme alla Dichiarazione di inizio attività (la famigerata Dia – comprensiva del silenzio/assenso di soli sessanta giorni – epitome di quel falso riformismo urbanistico-edilizio volto a facilitare, dicevano, l’iter burocratico delle pratiche edilizie e invece risolto in qualsiasi realizzazione priva di tempestivi controlli. Notate che la destinazione dei 2.500 mq in causa è industriale, non residenziale.

Non si preoccupa l’affarista, che fa il suo mestiere e prevede puntualmente il finale della leggera diatriba col municipio (una diffida rilasciata per merito esclusivo del consigliere dei Verdi Enrico Fedrighini, presentatore di un’interpellanza): “tutto si sistemerà con un accordo sugli oneri di urbanizzazione. Pagheremo di più, quindi pagheranno di più i nostri clienti. Ma le ville si faranno. Abbiamo il pieno diritto… la destinazione d’uso non cambia, visto che lì ci saranno dei laboratori”. Cosa dice l’assessore competente? “Anche se l’immobiliare avesse ogni diritto di costruire dove sta costruendo” (allora i lavori sono già cominciati!) “e questo lo capiremo” (oh bella, nessuno ha mai dato un’occhiata!), “dovremo fare qualche ragionamento sugli oneri di urbanizzazione, in certe aree”. Tutto chiaro, cari miei. (Citazioni da Repubblica/Milano, 23 gennaio 2007)

Milano, 25 gennaio 2007

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