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Luciana Castellina
Chiarante, gli ultimi anni di Botteghe Oscure
29 Ottobre 2009
Recensioni e segnalazioni
L’interpretazione corretta della proposta politica di Enrico Berlinguer di fronte al craxismo, nella recensione del libro di un dirigente del Pci. Il manifesto, 29 ottobre 2009

Giuseppe Chiarante, La fine del Pci , Carocci, pp. 211, Euro 22,50

Ben vengano le celebrazioni dettate dagli anniversari: nel ventennale della (non naturale) morte del Pci si torna infatti a ragionare sul comunismo italiano, argomento cancellato da decenni dal dibattito politico, anche se non, credo, dalla coscienza di tanti compagni. E forse l' interesse si rinnova per via di un altro dato luttuoso: la crisi, che molti giudicano irreversibile, della socialdemocrazia, abbattuta dall'ultimo voto tedesco, ma già prima, in Gran Bretagna, in Francia e persino nei paesi scandinavi, da un'interna implosione dei partiti che ad essa si sono ispirati. Non è certo un bene, ma almeno così si sbarazza il campo da una delle più stupide mistificazioni che accompagnarono lo scioglimento del Pci: che sarebbe bastato trasformarsi in una bella classica socialdemocrazia perché tutto fosse risolto e per avviarsi a sicure vittorie.

Uno stimolo a rinnovare la memoria - perduta persino da chi a quel simbolo tuttora si associa - su ciò che è stato il più grande partito comunista d'occidente è venuto da Lucio Magri, con il suo Il sarto di Ulm (recensito da Rossana Rossanda il 7 ottobre): una complessa e assai documentata ricostruzione storica che muove dalla rivoluzione d'ottobre e abbraccia il contesto sociopolitico in cui la vicenda si sviluppa. E ora un nuovo libro viene da Giuseppe Chiarante, che affronta solo l'ultimo scorcio di vita del Pci e ha invece un'impronta molto autobiografica. (La fine del Pci, Carocci 2009). E però si tratta di una biografia molto particolare e preziosa per capire gli ultimi anni di Botteghe Oscure, giacché l'autore ne è stato protagonista in qualità di membro della segreteria del partito.

In un'opera densa di fatti Chiarante spiega come alla Bolognina non si sia affatto arrivati all'improvviso, sull'onda delle emozioni provocate dal crollo del Muro, ma si sia trattato dello sbocco di un intenso dibattito che ha diviso il gruppo dirigente del Pci. Uno scontro che si era avviato in quella che è stata chiamata la fase del «secondo Berlinguer», quando - è il 1980 - il segretario del Pci, resosi conto del fallimento del compromesso storico di cui pure egli era stato il principale ispiratore, compie una vera e propria svolta. L'abbandono dell'ipotesi di governi di solidarietà nazionale, la elaborazione di una «terza via» per la sinistra europea e, in Italia, l'indicazione di puntare su un'alternativa che abbia al suo centro il Pci (non dunque un'alternativa qualsiasi), non è - scrive Chiarante (anche citando passaggi di grande interesse di ormai dimenticati scritti dell'epoca) - una mera indicazione di formula. Se così fosse stato, del resto, avrebbero avuto ragione coloro che nel gruppo dirigente del partito, la così detta «destra» di Napolitano, giudicavano l'ipotesi priva di senso, visto il giudizio pesantissimo che proprio Berlinguer avanzava nei confronti del Psi di Craxi con cui invece ci si sarebbe dovuti alleare. Ma Berlinguer, con la sua indicazione, intendeva prendersela proprio con una politica che si appiattisce sull'esistente, da cui è stata espunta la lotta per cambiare, nella società, i rapporti di forza, l'egemonia dominante. Della politica ristretta a schermaglia fra partiti, a «giochi». Questo è stato il senso del costante richiamo di Berlinguer in quegli anni al «rinnovamento della politica» dopo la bruciante esperienza degli anni '70: riconoscere l'importanza di quanto si muove nella società civile, la mobilitazione dei cervelli e delle coscienze, i movimenti.

Questa fu la «diversità» rivendicata per il partito da Berlinguer: non l'arrogante pretesa di essere i soli depositari della morale e della verità, bensì la denuncia - scrive Chiarante su Rinascita in morte del segretario del partito (articolo riportato in appendice) - «della riduzione della politica a scambio corporativo, a mediazione fra gli interessi in gioco, a mera amministrazione o governabilità». Con la morte improvvisa di Berlinguer nell'84 il gruppo dirigente berlingueriano non solo si spacca, si sfalda, perché prevale l'ossessivo «nuovismo», subalterno al mito craxiano della modernizzazione, avallato da un frettoloso e non selettivo rinnovo generazionale. Che seppure ammantando di parole nuove la propria linea, finisce per sposare fino in fondo l'idea della liquidazione del patrimonio comunista. Non della sua revisione critica, pur necessaria - del suo sotterramento. Fino al ripudio di tutto il passato, così disperdendo il patrimonio peculiarissimo del comunismo italiano.

Di quella storia, sia pure con ritardo rispetto ai tempi che sarebbero stati necessari, Berlinguer aveva detto, nel 1981, che si era «esaurita la spinta propulsiva della rivoluzione d'ottobre», ma aveva aggiunto che né la denuncia degli errori, né la condanna delle degenerazioni, «possono oscurare il ruolo che il grande movimento che ha preso avvio con la rivoluzione d'ottobre ha avuto nella storia di questo secolo». Questa seconda parte della frase è stata come si sa totalmente rimossa, assieme all'intero secolo ventesimo cui si riferisce.

Dalla morte di Berlinguer nell'84 alla Bolognina passano cinque anni. Pochissimo. Ma è in questo periodo che si iscrivono tappe fondamentali come il XVII congresso, a Firenze nel 1986, il XVIII, a Roma, nel 1988. Occasioni in cui si sarebbe potuto ancora evitare la deriva che poi ha portato alla liquidazione del Pci e operare un vero rinnovamento. Su questi passaggi Chiarante, pur molto coraggiosamente autocritico su tantissime cose, forse sorvola più di quanto io farei. Ma quando, nell'ottobre del '89, si arriva alla proposta di cambiare il nome al partito - che non è questione nominale, ma, ovviamente, simbolo di un profondo mutamento di linea e di collocazione - dopo che nella direzione del Pci Magri, Cazzaniga e io ci opponemmo, Chiarante stesso con Santostasi si astenne. E, nel successivo Comitato centrale, ben 79 compagni, fra cui una buona parte del gruppo dirigente berlingueriano (Natta compreso) dettero vita alla seconda mozione, quella che, così come la terza mozione di Cossutta, diceva no a Occhetto.

Chiarante racconta poi i due anni tumultuosi, dal XIX congresso di Bologna al XX di Rimini , alla battaglia condotta e perduta, alle altre occasioni lasciate cadere al seminario di Arco. Sono tutti momenti importanti da rivisitare, e il libro di Chiarante è di grande aiuto per ricordarli al meglio, perché ne è stato protagonista. Peccato che nell'economia del libro non sia entrata la narrazione di come il corpo del Pci visse quella fase drammaticamente lacerante. È un pezzo di storia di cui nessuno - salvo Nanni Moretti, con il suo documentario Il nome della cosa - ha dato conto. Ma questo è un altro libro, anzi un'inchiesta sul passato, che nessuno ha fatto perché abbiamo patito la congiura del silenzio: il Pci è tuttora un oggetto ingombrante.

Qui in eddyburgL’offensiva del pensiero unico”, alcune pagine del libro di Chiarante

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