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Paolo Lanapoppi
Chi vuole modernizzare Venezia in realtà propone modelli vecchi
27 Giugno 2010
Terra, acqua, società
Il Comune collaborerà con il Governo e la Regione per distruggere Venezia, omologandola alla peggiore “modernizzazione” (cemento, turismo a go go e affari). La Nuova Venezia, 27 giugno 2010

In un recentissimo incontro con i membri del gruppo 40 x Venezia, il nuovo assessore all’Urbanistica Ezio Micelli ha disegnato le grandi linee dei suoi progetti per la città e dei motivi ideali e pratici che lo ispirano. Nella sua eloquente presentazione, e nelle risposte alle attente domande dei presenti, Micelli ha operato una distinzione tra un modo antiquato di vedere la città e uno moderno, innovatore e al passo con i tempi. Ha chiamato i sostenitori del primo «identitari» (forse perché li confonde con chi vuole difendere una supposta identità locale) e quelli e del secondo «modernisti». Lui si è collocato decisamente tra quest’ultimi, pronti a «sviluppare scenari di lungo periodo e a cogliere le sfide dei tempi che cambiano» (cito dall’ottima sintesi dell’incontro leggibile sul sito del 40x). Qual è dunque il progetto che coglie le sfide dei tempi? Micelli lo vede in opere come il Quadrante di Tessera, il Mose e le trasformazioni in corso per via commissariale al Lido.

Secondo lui i veri padri della città futura sono quelle figure (che lui chiama i più maturi nello scenario veneziano) che hanno proposto i cambiamenti osteggiati dai nostalgici: sono Gianfranco Mossetto con EstCapital e le trasformazioni in atto al Lido, Enrico Marchi con la Save e le iniziative dell’aeroporto, Paolo Costa con i suoi piani per lo sviluppo del porto lagunare, il cardinale Scola (immagino per il suo sostegno ai predetti e per aver etichettato come «piagnoni» coloro che si opponevano), l’ingegner Mazzacurati con il Consorzio Venezia Nuova, l’ex presidente Giancarlo Galan. In questo modo Micelli ha disegnato il progetto di una città fondata sull’economia turistica e portuale, alla costante ricerca del flusso di soldi liquidi, cementificata, metallizzata, hovercraftizzata, sublagunarizzata. «Il piccolo artigianato di qualità deve poter prendere la via della terraferma senza remore», afferma. Per lui il futuro è nei 20 milioni di turisti trasformati forse in 40 milioni, con Tessera, Mestre e il Lido gremiti di alberghi e bed and breakfast, con forse (come desidera la Camera di Commercio) una sublagunare che colleghi Jesolo e Sottomarina con piazza San Marco. E un porto lagunare che ospiti navi petroliere, supernavi porta-container e super-super-navi da crociera.

Vorrei però suggerire che forse proprio questa è un’idea molto arretrata di ciò che sia la modernità. Negli anni ’70-’90 la modernità era sviluppo economico, flusso di cash, automobili per tutti, aeroporti ogni 50 chilometri. Oggi la modernità è prima di tutto qualità della vita. Oggi si cercano il verde, il silenzio, il quartiere con vita rilassata sulle strade, l’asilo raggiungibile a piedi o con il mezzo pubblico (non più con la mamma-tassista).

I paesi «emergenti» hanno ancora le fabbriche fordiste e i profili simili a quello irto di ciminiere che oggi vediamo a Marghera; quelli che guardano al futuro hanno la Nokia, dove si lavora in casa propria e si comunica attraverso la posta elettronica. Oggi i vecchi artigiani démodé sono il segno che le città stanno recuperando un’anima. I piani di Micelli e dei suoi eroi Costa, Mossetto, Scola, Mazzacurati, Marchi, Galan, De Michelis sono tutti legati a un’idea antica. Un’idea priva d’ispirazione e d’entusiasmo, per la quale il domani diventa solo un mediocre aumento di cash flow, un fare panini per i turisti, rifare letti, organizzare mostre per i musei di Pinault e movimentare containers sul bordo della laguna.

Ma la Venezia dei nostri figli dev’essere una città in cui abitano uomini e donne colti, liberi e in armonia con la natura, che lavorano alla ricerca e progettazione del benessere di tutti (biologia, medicina, climatologia, robotica, edilizia, restauro), con sedi di lavoro in una Marghera bonificata (con i soldi ora impegnati per l’inutile Mose), raggiungibile con mezzi comodi, veloci, panoramici e sottratti all’infernale macchina turistica. Invece di correre dietro a progetti otto-novecenteschi, il pianificatore della città di domani dovrebbe avere il coraggio di guardare veramente al futuro. Dovrebbe far bonificare Marghera, chiedere al governo forti incentivi fiscali per le aziende innovative disposte a trasferirsi, controllare i flussi turistici, restituire la città a una vivibilità che sarà il segno della vera modernità. Ma qui siamo lontani. Qui, lasciatemelo dire, navighiamo nella mediocrità e nella mancanza di visione.

Paolo Lanapoppi è vicepresidente della combattiva sezione veneziana di Italia Nostra e presidente dell'associazione Pax in Acqua

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