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Chi uccide il paesaggio
11 Aprile 2011
Da Croce e Marchesi alla legge Galasso

In realtà una consapevolezza ambientale si fa strada anche in questi anni Ottanta ed è proprio la vicenda del condono ad alimentarla. Contemporaneamente agli annunci di un'imminente sanatoria, dalla stessa maggioranza di governo provengono segnali più flebili, ma di tutt'altra natura. Al ministero per i Beni Culturali, su una poltrona di sottosegretario, siede Giuseppe Galasso, napoletano, storico di valore, amico di Iannello da molti anni, come lui repubblicano di lungo corso. L'allarme per le dimensioni raggiunte dall'abusivismo e le voci di un possibile condono impongono di intervenire. Non è in pericolo solo il territorio, dissennatamente consumato. Un rischio incombe anche sul paesaggio, un'entità altrettanto concreta, definita, tanto specifica da contenere alcuni tratti salienti dell'identità nazionale. Iannello cita a più riprese nei suoi scritti la relazione che Benedetto Croce, ministro della Pubblica istruzione nell'ultimo governo Giolitti (1920), scrive per accompagnare un disegno di legge per la tutela delle bellezze naturali. "Il paesaggio", scrive il filosofo, "è la rappresentazione materiale e visibile della Patria, coi suoi caratteri fisici particolari, con le sue montagne, le sue foreste, le sue pianute, i suoi fiumi, le sue rive, con gli aspetti molteplici e vari del suo suolo". Presso tutti i popoli civili, annota Iannello in un saggio che risale ad alcuni anni dopo, queste idee sono patrimonio della classe dirigente. Per Croce, sono "il presupposto di ogni azione di difesa delle bellezze naturali, azione che in Germania fu appunto detta di difesa della Patria, Heimatschutz, difesa cioè di quel che costituisce la fisionomia, la caratteristica, la singolarità, per cui una nazione si differenzia dall'altra".

Il paesaggio è la forma che il territorio assume raccogliendo il deposito della storia. E dunque seguendo una linea di evoluzione naturale oppure condensando il risultato del lavoro umano. E' al tempo stesso, come scrive lo storico Piero Bevilacqua, "il contenitore fragile e vulnerato della pressione antropica", ma anche "il soggetto indispensabile e protagonista, la controparte imprescindibile dell'agire sociale". Non è dunque solo attraverso le categorie dell'estetica che si percepisce la qualità di un paesaggio, ma dell'estetica che incrocia altre discipline, la storia, l'economia, la letteratura.

La tutela specifica del paesaggio deve discendere dall'idea che di esso si ha. E invece, sul finire degli anni Settanta, la legislazione italiana va in una direzione stravagante, quella di assimilare il paesaggio all'urbanistica e di affidare entrambe alla competenza delle Regioni. E' una confusione grossolana, scrive Iannello, che non riconosce il valore estetico-culturale del paesaggio, e non ne garantisce la protezione se l'affianca ad una materia che regola il corretto uso del territorio anche per fini di sviluppo economico e sociale. "Gli scempi edilizi, i delitti ambientali, le manomissioni e le distruzioni delle bellezze naturali e del paesaggio", si domanda Iannello, "non sono sempre stati commessi e giustificati in nome di esigenze sociali, dello sviluppo economico e dell'occupazione?".

Ma il punto più lacerante agli occhi di Iannello è l'estendersi delle competenze regionali. L'architetto fa derivare dal decentramento dei poteri una serie infinita di calamità. Le Regioni, che a loro volta delegano a Province e Comuni, "hanno contrabbandato come progressista un provvedimento che dà in pasto le bellezze naturali all'arbitrio e al particolarismo per alimentare le fameliche clientele affaristiche ed elettorali. Sicché agli architetti, agli archeologi, agli storici dell'arte, selezionati mediante concorsi nazionali, ed al sovrintendente - funzionario dello Stato di ruolo A - le regioni hanno sostituito il sindaco, il quale decide delle sorti del paesaggio".

A queste degenerazioni Iannello oppone in primo luogo il dettato costituzionale (recita l'articolo 9: "La Repubblica (...) tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione") e quindi squaderna l'intero dibattito che si svolse all'Assemblea costituente. Quei verbali sono una delle sue letture preferite. Consulta continuamente i volumi degli atti dell'Assemblea costituente, li annota a matita e li farcisce di segnalibri. Interi brani li manda a memoria. Sono una fonte inestinguibile, li considera poco meno che una raccolta sapienziale contenente le fondamenta della Repubblica, ma anche un luogo incorrotto dove si esercita una politica pura, disinteressata, innervata solo dal bisogno di corrispondere ai bisogni generali. Da quei libri mastri cava il discorso che tenne il latinista del Pci Concetto Marchesi, paladino di una battaglia per riservare allo Stato la tutela del paesaggio e dunque ispiratore e autore dell'articolo 9. Iannello, liberale radicale, rivendica per sé quella parte di eredità unitaria e centralista che fu anche del Pci e la usa contro la "raffica federalista" (l'espressione è di Marchesi) da cui il Pci degli anni Ottanta sembra in qualche modo soggiogato.

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