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Luca Villoresi
Cemento, dibattiti e borgate. La Roma del boom edilizio
18 Settembre 2007
Roma
Nell'intervista a Italo Insolera la rievocazione della storia urbanistica capitolina nell'immediato dopoguerra. E qualche nostalgia. Da la Repubblica, ed. Roma, 18 settembre 2007 (m.p.g.)

«La burocrazia ucciderà la democrazia. Albert Einstein lo andava ripetendo fin dagli anni Trenta. Era una profezia che avevamo sottovalutato e che diverrà evidente proprio negli anni Cinquanta». Mezzo secolo è, più o meno, la distanza temporale che separa la storia dalla cronaca, la memoria orale ancora calda di emozioni dalle ricostruzioni filtrate dal tempo. Italo Insolera è l´autore di un libro - «Roma moderna» - pubblicato nel 1962 e considerato da un´intera generazione un testo fondamentale per capire lo sviluppo della Capitale, dall´Unità d´Italia agli anni Cinquanta. Che pensa oggi l´architetto quando rilegge, col senno del poi, le vicende urbanistiche di quel decennio? «Certo, bisognerebbe rivedere diversi avvenimenti. Fatti ai quali, magari, avevamo dato troppa importanza si sono poi rivelati secondari. O, viceversa, altri fatti che avevamo sottovalutato alla lunga si sono dimostrati carichi di conseguenze. Tra questi ultimi metterei senz´altro, in prima fila, la nascita di una burocrazia capitolina, poco appariscente ma in grado di esercitare un suo potere autonomo e indipendente".

«Lo sviluppo della città, tra gli anni Cinquanta e Sessanta, era stato un fenomeno senza precedenti. Quello che colpisce, però, non è solo la quantità, la bassa qualità o la dimensione di quegli interventi, quanto il metodo con il quale quell´espansione fu indirizzata. C´è un piano delle grandi chiacchiere, discusso ufficialmente e puntualmente disatteso. E c´è un piano ombra, sostenuto dai vecchi, grandi interessi e veicolato dalla burocrazia capitolina. Apparentemente è il consiglio comunale che decide. Ma nella pratica c´è un potere autonomo e indipendente che ora insabbia, ora tira fuori dai cassetti le soluzioni che poi vengono adottate. I giochi erano stati decisi anni prima. E le linee guida erano addirittura esplicite. Basta rileggere quello che sembrava una delle tante scartoffie abbandonate e dimenticate nei cassetti del Comune e, invece, si è rivelato il vero piano regolatore di Roma: sono delle varianti, datate 1942, apportate al precedente piano regolatore. Programmi decisi sotto il fascismo; tutti regolarmente attuati, tra gli anni Cinquanta e Sessanta. Perché, mentre in consiglio comunale si discuteva del nuovo piano regolatore, nei corridoi e negli uffici c´era chi, zitto zitto, continuava a mandare avanti i progetti dei grandi proprietari».

Lo studio di Insolera è in un palazzo piazzato sull´orlo di Monteverde. Sotto le finestre, dall´alto, si vedono i palazzi di viale Trastevere. «Proprio lì sotto c´era la vecchia stazione di Trastevere, che poi è stata spostata più in là. E accanto c´era il grande spiazzo dove, quando ero bambino, si accampavano i circhi che arrivavano a Roma». Ora, al posto di quegli spazi, c´è la fila, ininterrotta, degli edifici costruiti negli anni Sessanta: una delle tante, possibili immagini di una città che cambiava volto e che oggi quasi stentiamo a riconoscere e datare. A dieci anni dalla fine della guerra, nel 1955, nel resto d´Italia si era dato l´avvio a un piano di ricostruzione rimasto fino ad allora sulla carta. Nella Capitale non ci sono state grandi distruzioni. Ma quello della casa è un problema vero, impellente. «A metà degli anni Cinquanta a Roma ci sono 55 mila persone che ancora vivono in grotte e baracche; un quinto delle famiglie romane vive in coabitazione». Non si va tanto per il sottile. E la costruzione dei nuovi quartieri - una volta sistemati gli interessi degli speculatori - trascura spesso anche i servizi più elementari. «Senza nemmeno tenere conto di altre esigenze nate in quel periodo. Si pensi alla motorizzazione di massa, che pure è un fenomeno ormai emergente, tanto che in molte strade del centro vengono adottati per la prima volta i sensi unici. Anche il sistema dei trasporti pubblici rimane quello di una volta. Basti dire che ci sono ben 25 borgate collegate alla città solo dai mezzi di una società privata. E l´espansione non penalizza solo i poveri. Si pensi al caso dei Parioli, un quartiere di livello, che triplica la densità abitativa, ma senza aggiungere nuovi servizi».

«L´inizio e la fine degli anni Cinquanta sono abbastanza definiti; anche perché, simbolicamente, il decennio si apre e si chiude con due eventi precisi: l´Anno santo del 1950 e le Olimpiadi del 1960. Il primo avvenimento urbanistico del Dopoguerra a Roma è l´apertura di via della Conciliazione. E´ come vedere la città che recita se stessa. E che, sempre attorno al 1950, comincia a trasformarsi con altre importanti realizzazioni: la Cristoforo Colombo arriva all´Eur... si inaugura ponte Flaminio... apre la nuova stazione Termini. E poi si costruiscono una serie di palazzi al Tiburtino, San Basilio, San Paolo... sulla Tuscolana, al Laurentino, a Spinaceto... Si andava veloci allora. Bisognava consegnare nei tempi. Non c´erano scuse. A Roma, del resto, esisteva un vasto proletariato edile e artigiano. E ogni palazzinaro aveva le sue squadre fidate. A suo modo il sistema funzionava. E anche la politica, con la sua logica delle spartizioni, era accorta: le opere dell´Anno santo, ad esempio, erano state affidate ai tradizionalisti, agli accademici; le realizzazioni delle Olimpiadi erano andate ai progressisti razionalisti; le case popolari agli architetti di sinistra. L´idea guida che condiziona anche i grandi interventi per le Olimpiadi del Sessanta rimane però sempre la stessa: realizzare una serie di opere che obbligheranno qualsiasi successivo piano regolatore a riprendere le linee decise nel 1942, orientandolo verso i grandi patrimoni fondiari».

«Il problema non è solo urbanistico. C´entra, per l´appunto, come diceva Einstein, la democrazia. Le denunce di quanto stava accadendo non mancavano. Ricordiamo, una per tutte, la campagna dell´Espresso: «Capitale corrotta, nazione infetta». I progetti, anche se corretti, venivano però regolarmente disattesi e affossati sotto una montagna di varianti e di modifiche. E questo, alla fine, ha determinato come un senso di impotenza. E´ vero che all´epoca c´erano meno cose da seguire; ma fino agli anni Cinquanta i dibattiti che si svolgono nel consiglio comunale vengono regolarmente riportati dai giornali. La gente legge, discute. C´è un diverso rapporto tra cittadino e istituzioni. Se in consiglio si discuteva della borgata Gordiani e si scopriva che quell´intervento nascondeva una speculazione per favorire questo o quello, il giorno dopo se ne parlava. Negli anni Sessanta questa attenzione si spegne. E si perde definitivamente quello che era un clima davvero diverso, dove, tanto per cominciare, era facile fare le cose normali. Ti sentivi con un amico e ti davi appuntamenti oggi impensabili: ci vediamo tra mezz´ora a piazza Navona. E c´era un modo diverso di lavorare. Non solo perché non c´era il computer e si disegnava a matita e inchiostro di china e si usavano ancora le cianografie. C´era più confronto, più dibattito. Quando bisognava presentare un progetto per qualche concorso era assolutamente normale che, il giorno prima della consegna, ci si vedesse con molti dei colleghi che partecipavano allo stesso concorso e si confrontassero i rispettivi progetti. Ci si aiutava, ci si consigliava: attento a questa tavola. Si migliorava e ci si arricchiva a vicenda, anche perché, in fondo, ci si conosceva tutti. Io mi sono laureato - la mia laurea è firmata da Piacentini - nel 1953. Sa in quanti siamo usciti, quell´anno, dalla facoltà di Architettura? In 23».

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