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Luca Del Frà
Cemento. Così la Sardegna ha abbandonato il suo territorio
31 Dicembre 2013
Sardegna
La seconda parte dell'inchiesta sull'attuazione del Codice del paesaggio. Una questione sulla quale sarà utile approfondire la conoscenza e diradare gli equivoci.

L'Unità, 30 dicembre 2013, con postilla

Lohanno chiamato nubifragio, ma la definizione è discutibile: secondo laProtezione civile in Sardegna alla fine di novembre nell’arco di 24 ore sonocaduti dai 250 ai 400 millimetri d’acqua, con punte massime di 450, a secondodelle zone. Nel peggiore dei casi 18,5 mm l’ora, un nubifragio prevederebbeinvece 30 mm l’ora. Ma il risultato non è stato meno devastante, una ventina dimorti, quasi 3000 sfollati, città allagate e distrutte, montagne di acqua efango che viaggiavano lungo le strade ridotte a letto di quei fiumi che lacementificazione aveva espropriato per interessi privati.
Il cosiddettonubifragio in Sardegna ci riporta al cuore del problema della gestione delterritorio e dei Piani paesaggistici che dovevano essere uno strumento per governarlo,ma che nessuna regione italiana è riuscita ancora ad approvare in viadefinitiva, malgrado siano passati dieci anni dalla loro promulgazione. Inrealtà a piegare la Sardegna non è stata tanto l’intensità, certo forte, dellepiogge, ma la loro durata, che si è protratta lungo 48 ore, mandando in tilt unterritorio devastato dalle speculazioni. Piangiamo le vittime del dissestocementizio, non di un nubifragio.
Eppurela Sardegna fin dal 2006 si era dotata di un Piano paesaggisticoall’avanguardia, proprio perché prevedeva un sistema complesso, di cuiavrebbero dovuto far parte anche l’ambiente e il territorio. Insomma, ilpaesaggio non come pura bellezza. Renato Soru, allora presidente della giuntaregionale sarda sul Piano aveva puntato parecchio, partendo dalla legge Salvacoste del 2004, aveva dato vita a un bel progetto che imponeva nuovi vincoli,regole certe e comprendeva anche una digitalizzazione del territorio e dellesue proprietà, su computer facili da usare e aperti anche al cittadino –una innovazionefondamentale considerando che un vincolo paesaggistico decade se solo ilproprietario di una infima particella del territorio in oggetto non riceve ufficialicomunicazioni sull’inizio della procedura di vincolo, sul procedere dell’iter esulla sua definitiva conclusione.
Partesubito la guerriglia dei comuni che si sentono defraudati della possibilità diusare a loro piacimento il territorio, e con particolare veemenza del sindacodi Olbia, secondo cui il Piano avrebbe tarpato le ali all’economia della sua città–oggi invece lamenta essere Olbia ridotta a una montagna di fango e perricostruirla piange soldi allo Stato pantalone.
Acausa del suo Piano, Soru perde anche la compattezza dello schieramentopolitico che lo sostiene. Alle elezioni regionali del 2009 vince ilcentrodestra con Ugo Cappellacci che, appigliandosi a una mera questione diforma –il Piano era stato redatto prima della terza versione del Codice deiBeni Culturali e del Paesaggio–, blocca tutto benché il Mibac ne avesse comunquericonosciuto la validità. E, naturalmente, vai col mambo della betoniera, delpiano casa e dell’autorizzazione facile. Il tutto, ovviamente per rilanciarel’economia.
Ilcaso della Sardegna, che secondo i dati a nostra disposizione dal 35% diterritorio tutelato prima del 2009 crolla al 17% nel 2011, è emblematico nonsolo perché, insieme a Marche e Lazio, è tra le prime a dotarsi di un Pianopaesaggistico che non riesce poi ad adottare in via definitiva, ma soprattuttoperché quel Piano a suo modo comprendeva e recepiva le novità contenute nellaConvenzione europea del paesaggio, che proprio l’Italia aveva voluto lanciarenel 2000 a Firenze, ma che non è riuscita a recepire a pieno nel suo Codice peri Beni Culturali e il Paesaggio.
LaConvenzione infatti dice che paesaggio è sia il territorio «che può essere consideratoeccezionale (per la bellezza NdR), sia i paesaggi della vita quotidiana, sia ipaesaggi degradati» (art.2), che ovviamente vanno riqualificati. Una visionecosì allargata discende da un principio forte che ribalta la tradizionale impostazione,intesa soprattutto in Italia come bellezza naturale. Il paesaggio diventainvece fondante la qualità della vita dei cittadini, qualità della vita che èuno dei cardini della democrazia, e il caso del cosiddetto nubifragio inSardegna è lì a dimostrare la validità del principio.
Sembrerebbero banalità,eppure perfino nella traduzione della Convenzione in italiano su questi puntici sono state incertezze, palesi errori e polemiche: dove in Inglese si legge«Landscape means an area, as perceived…» (il paesaggio è un’area così comepercepita…), in italiano troviamo «Paesaggio designa una “determinata” parte di territorio», ilcorsivo è nostro per segnalare la evidente limitazione rispetto al testo originaledove tutto il territorio, comprese le aree urbane, è paesaggio.
Masiccome l’Italia è il paese del cavillo, il testo valido è quello dellatraduzione, ratificato con la legge n. 9 del 2006, e ora siamo obbligati adelimitare e determinare cosa sia paesaggio e cosa no. Oltre al traduttore e allegislatore, a complicare le cose ci si è messo anche il Governo: con i decretiBassanini della fine degli anni ’90 in Italia, unici al mondo, ciò che ècomunemente definito territorio è stato diviso in tre: il paesaggio ora è dicompetenza del Mibac, il territorio è di competenza delle regioni ed entilocali, l’ambiente è di competenza dell’omonimo Ministero.
Colpevolebarocchismo istituzionale che crea una gran confusione che il Codice dei BeniCulturali e del Paesaggio con la sua terza redazione del 2008 non semplifica,anzi sembra vittima ancora una volta di una eredità di stampo estetizzante ecrociano, dove paesaggio alla fin fine sono le bellezze naturali. Altro cheConvenzione europea sul paesaggio, qui si torna alla Legge Bottai del 1939 o,ben che vada, alla Galasso del 1985.
Tuttaviail Codice, pur con i suoi difetti, prescriveva già dal 2006 che il Mibac dessedelle linee guida valide per tutto il paese. Linee guida mai apparse. È apparsoinvece un Osservatorio nazionale sul paesaggio, creato secondo la tecnica difare una cosa talmente inutile da poterla rapidamente abolire. Come èregolarmente avvenuto mentre la Direzione centrale per il paesaggio venivaaccorpata con altre Direzioni e resa inoffensiva, proprio in quella che dovevaessere la fase cruciale della realizzazione dei Piani paesaggistici.
Diquesta latitanza di Governo e Stato hanno approfittato le regioni che non hannodimostrato alcuna fretta a fare i Piani paesaggistici, e pure quando liredigono non riescono ad approvarli in via definitiva, come è il caso dellaPuglia, dopo il Lazio, le Marche e la Sardegna. In questo modo, cioè finché ipiani non saranno approvati, l’arbitrio sul territorio, sulla concessioneedilizia, sul cemento facile e sui bassi commerci che ne derivano resta a loro:alle regioni o agli enti locali.
Èlecito infine chiedersi come vengano preparati questi Piani paesaggistici, cui dovrebberocollaborare le regioni e lo Stato, attraverso il Mibac. Secondo la Corte costituzionaleil Mibac dovrebbe essere garante dell’unitarietà dei Piani a livello nazionale,così nel Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio del 2006 la copianificazionecon le regioni era su tutto il territorio. Nel 2008 però la nuova redazione delCodice prevede che il Mibac intervenga solo rispetto alle aree già sottoposte avincolo, e tanti saluti alla Corte Costituzionale e all’unitarietà delterritorio nazionale.
Oggicomunque né lo Stato, con il Mibac, né le regioni sembrano essere dotate distrumenti intellettuali e professionali atti a fare i Piani paesaggistici: loStato non li ha mai avuti avendo decentrato la gestione del territorio alleregioni nel 1972, salvo poi cercare di tornare sui suoi passi visto il disastrosoesito della scelta. Le regioni a loro volta in alcuni casi si erano dotate diuffici urbanistici efficienti, è il caso dell’Emilia Romagna negli anni ’70 e ’80,ma poi li hanno più o meno dismessi. Salvo un paio di eccezioni come laSardegna di Soru, oggi l’iter per lo più si limita al fatto che la regione,dopo aver stipulato pomposi principi introduttivi, affida la reale redazionedel Piano a una ditta esterna –non sempre competentissima–, che di solito nonfa altro che collazionare i vari piani regolatori dell’area in questione, senzaneanche consultare il Mibac, che giustamente boccia i piani per mancatacopianificazione.
Siamoin procinto di una profonda riforma del Mibac, imposta dalla “spending review”,che punta al dimagrimento di un ministero già sfibrato da un decennio di tagli:il testo è stato consegnato al Consiglio dei ministri prima di Natale con larichiesta di una proroga per questioni procedurali, segno che ancora qualchedubbio permane.
Sarebbeuna svolta epocale se dopo decenni di una «convergenza viziosa all’elusioneamministrativa» sul nostro paesaggio, definizione di Guermandi e De Lucia, graziea questa riforma il ministro Massimo Bray dotasse il Mibac di strumenti efficaciper la tutela del territorio, che tutti definiscono il nostro più grandepatrimonio. Ma finora solo a chiacchiere.
Postilla
E’ indubbiamente positiva l’attenzione che l’Unità, conl’inchiesta di Dal Fra, richiama sull’amaro destino dell’attuazione del Codicedel paesaggio e sulle gravi responsabilità del Mibac, e della stragrande maggioranzadelle Regioni, nella sua attuazione,così com’è pienamente condivisibile l’appello rivolto al ministro Bray perchéintervenga al più presto per invertire la tendenza. E’ però necessaria qualcheosservazione a partire dall’attendibilità dei numeri forniti dal Mibac in relazione alle areesottoposte a tutela nel 2008 e nel 2012. Per quanto riguarda la Sardegna (miriferisco all’unico caso che conosco bene) le aree tutelate dopo l’approvazionedel piano paesistico di Soru erano molte di più di quelle comprese nella leggeGalasso e negli altri vincoli ope legis. Quel piano, infatti, ha aggiunto oltre8.400 kmq alle parti di territorio precedentemente vincolate: il 35%dell’intero territorio dell’Isola. ben più del 17% di cui scrive Dal Fracitando gli strabilianti dati del Mibac. .La sola “fascia costiera” tutelata daun’apposita norma, comprende un territorio pari al 14% della superficiecomplessiva dell’intera Sardegna, e ha una profondità variabile dai 300 metriai tremila. Un’altra inesattezza dell’articolo sta nell’inserire la Sardegnatra le Regioni che non hanno un piano paesaggistico, conforme alle prescrizionidel Codice del paesaggio: il PPR di Soru è stato definitivamente approvato findal settembre 2006, ed è ancora pienamente vigente come tutti i tribunali amministrativi, e la medesima Corte costituzionale, hanno reiteratamenteconfermato. Ma su questo punto torneremo più ampiamente anche perché da parte di Cappellacci sta tentando di smantellare proprio quelle tutele che hanno la loro radice nella validità, a tutt'oggi, del Piano Soru. (e.s.)

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