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Piero Bevilacqua
Cederna,la città e lo sfiguramento del Bel Paese
31 Ottobre 2006
Recensioni e segnalazioni
La recensione della riedizione del libro di Antonio Cederna comparirà sul n. 12 della bella rivista I frutti di Demetra, che ringraziamo

Ritorna in libreria, esattamente dopo 50 anni, I vandali in casa di Antonio Cederna, archeologo di formazione e giornalista esperto di questioni urbane e ambientali scomparso 10 anni fa.[1]. La nuova edizione si deve a Francesco Erbani – uno dei più versatili giornalisti italiani di cultura – che dagli esordi di ricerca nella storia del giornalismo è passato a occuparsi più sistematicamente delle vicende e delle cronache dell’urbanizzazione nazionale, dapprima con Uno strano italiano. Antonio Iannello e lo scempio dell’ambiente,[2] e poi, nel 2003, con L’Italia maltrattata, sempre presso Laterza. E documentare le trasformazioni urbane, le vicende delle nostre città - ci tengo a rammentarlo - comporta, in Italia, l’addentrarsi per un sentiero civilmente impervio, che non trova molti cultori e che richiede doti anche personali di autonomia intellettuale non comuni per essere frequentato.La solitudine intellettuale dell’autore di cui ci occupiamo in queste note, come quella di pochi altri simili a lui, lo testimonia anche per il passato.

Il testo attuale di Cederna presenta alcune modificazioni rispetto all’edizione originaria del 1956, nella quale l’autore raccolse gli articoli pubblicati su “Il Mondo” a partire dal 1949.Da quella prima edizione Erbani ha espunto le parti più caduche, più legate alle cronache del momento (e meno comprensibili al lettore odierno) con una conseguente, salutare riduzione della mole originaria del testo e delle sue inevitabili ridondanze.Ma, lo diciamo subito, il libro non risente in nessun modo del suo ridimensionamento, sia per l’intatto vigore dei suoi contenuti, sia per l’accresciuto valore della cura di Erbani – che appone al testo di oggi un ampio saggio introduttivo, oltre a una breve postfazione finale.Nella Prefazione del curatore è infatti ricostruita un’accurata biografia intellettuale di Antonio Cederna, indispensabile per comprenderne la formazione - e dunque la genesi di molte sue posizioni urbanistiche – e al tempo stesso viene collocato e interpretato I vandali in casa, di cui si individuano gli assi interpretativi essenziali: quelli che per l’appunto fanno l’attualità viva di questo testo e la ragione non occasionale della sua riproposizione editoriale.

Crediamo che in questo volume ci siano molti elementi che rendono obbligatoria la sua segnalazione in una rivista di storia dell’ambiente come la nostra. Alcuni non immediatamente ovvii. E tuttavia, prima di entrare nel merito di questi scritti, io vorrei preliminarmente sottolineare il particolare valore dello stile giornalistico del loro autore.E non certo per indulgere in considerazioni non pertinenti di natura estetico-letteraria. Anche chi non dovesse condividere i giudizi o le singole interpretazioni dell’autore, od anche l’intera sua prospettiva, non può non rimane stupito e ammirato di fronte a una prosa giornalistica icastica e lampeggiante, trascinata da un furore immaginifico che incanta ad ogni rigo. Una scrittura brillante è qui all’opera, non priva talora di beffarde asprezze, ed essa dà alla denuncia che la ispira una potenza persuasiva di rara efficacia. Certo, si tratta di una non comune capacità letteraria, ma essa sarebbe stata impossibile senza la passione, senza il coraggio, senza l’” eroismo” di questo personaggio che combatteva con la solo arma della macchina da scrivere contro le maggiori potenze economiche e politiche del nostro Paese negli anni Cinquanta. Ma anche tanta potenza d’animo non sarebbe bastata a fare la singolare energia della scrittura di Cederna se non ci fosse stato un altro elemento decisivo ad animarla: la forza derivante da una profonda, solida visione storica del nostro passato cittadino, e una interpretazione , un’idea altrettanto profonda e coerente della modernità urbana

L’introduzione alla raccolta dei sui articoli che Cederna appose nel 1956 – e che anche nella presente edizione apre il volume - è oggi un testo che non ha perso nulla della sua freschezza originaria. Non solo, ma dopo mezzo secolo di trasformazioni profonde, che hanno investito il mondo e il nostro paese, dopo decenni di lotte politiche e di vaste acquisizioni sul piano della cultura ambientalista, colpisce ancora per la sua non scalfita attualità. Nelle pagine di questa introduzione si trovano nitidamente riassunte le ragioni alla base delle sue battaglie contro i distruttori dei nostri centri storici e del nostro territorio.Ed è singolare ritrovare qui – contrariamente a chi di Cederna coltiva l’ immagine di un inguaribile passatista – proprio nella comprensione e accettazione della nascita della città contemporanea i fondamenti della difesa dell’antico, della sua integrità, del sua non modificabile alterità.Egli è assolutamente consapevole della novità radicale della città che nasce nell’Ottocento sull’onda dell’industrializzazione, che ammassa al suo interno un numero crescente di popolazione, che si divide in aree funzionali, irrigidisce gli spazi in nuove gerarchie, che è percorsa da nuovi mezzi di trasporto, è segnata da nuovi impianti e servizi, attraversata da flussi di energia e ritmi temporali inimmaginabili nei centri cittadini di antico regime.Persino i materiali costruttivi segnano una cesura incomponibile con il passato:L’architettura moderna – scrive Cederna è figlia della rivoluzione industriale che ha portato alla scoperta di materiali nuovi e rivoluzionari, quali il ferro, l’acciaio, il cemento armato: la costruzione a scheletro che ne è derivata, e la conseguente abolizione dei tradizionali rapporti statici su cui si è retta tutta l’architettura del passato, ha cambiato in cent’anni l’essenza dell’architettura. Tanto è vero che nessuno pensa più oggi di completare in stile funzionale la basilica di San Clemente o le terme di Caracalla.” (p.11) Questo insieme di mutamenti radicali “rende evidente la rottura definitiva verificatasi nel secolo scorso tra tutta l’architettura passata e quella contemporanea: dal che deriva che ogni inserimento semplicistico di edifici moderni nella compagine delle città antiche è un’operazione destinata a fallire e a risolversi in una reciproca contaminazione.”(ivi) Ecco un punto chiave del pensiero urbanistico e storico di Cederna giustamente messo in luce anche da Erbani. La città moderna ha bisogno dei suoi specifici spazi, secondo logiche del tutto nuove, che vanno programmate sulla base di bisogni funzionali a cui i centri antichi non possono più piegarsi. Il “ pretendere oggi di “adeguare” una rete stradale tracciata nel Medioevo o nell’età barocca, Siena o i Rioni di Roma, alle “esigenze” di migliaia di automezzi, è come pretendere di trasformare, con qualche ritocco, una lettiga in automobile, una balestra in fucile mitragliatore, un tamburo in un radiogrammofono”(p.12)

Dunque, una doppia ragione di critica muoveva il Cederna di allora, mentre a Roma, a Napoli, a Lucca, a Palermo società immobiliari, costruttori, politici, amministratori comunali realizzavano il più selvaggio scempio urbano di tutta l’età contemporanea.[3] Da una parte egli scorgeva come quegli interventi di grave modificazione di antichi assetti non risolvevano i problemi nuovi delle città in crescita, spinte da inediti bisogni di spazio e di mobilità. La demolizione di piazze e manufatti all’interno dei centri storici, iniziata con la pratica degli “ sventramenti” fascisti, non soltanto ora continuava a mutilare irreparabilmente parti sempre più ampie del nostro patrimonio, ma impediva di indirizzare la crescita tumultuosa delle città secondo direttrici programmate, in cui il territorio venisse ridisegnato, senza sperperi, secondo i nuovi bisogni funzionali di residenza e di mobilità di una popolazione in crescita. Al contrario, l’espansione urbana, anche quella che allora si andava svolgendo all’esterno dei centri storici – e Roma è il caso più esemplare preso in esame ripetutamente da Cederna - avveniva sotto il segno di una espansione caotica e senza un piano. Un’espansione a “macchia d’olio”, come denunciava allora l’autore, ispirata nelle sue improvvisate geografie dal disegno di valorizzazione della rendita fondiaria di questa o quell’area delle campagne circostanti . E in questa caotica proliferazione, in questa crescita di città - sarebbe più esatto dire di ammassi di manufatti urbani - non secondo il tracciato dettato dai bisogni collettivi, ma dagli appetiti dei gruppi privati, Cederna vedeva a ragione la causa fondamentale delle miseria del nuovo urbanesimo italiano, della sua inadeguatezza ai bisogni dei cittadini, della sua bruttezza estetica, della sua violenza e dissipazione territoriale, della sua grave inadeguatezza funzionale.Non pochi dei problemi futuri – come ammoniva Cederna con facile capacità profetica – sarebbero venuti da quella crescita ispirata e in gran parte dominata da interessi disordinati e predatori.

Ma il quadro concettuale di Cederna si completa con l’altro versante delle sue riflessioni urbanistiche:”solo conservando il carattere e l’unità ambientale degli antichi centri urbani si pongono le condizioni generali per lo sviluppo veramente moderno e modernamente efficiente delle nostre città“ (p.17) Riconoscere l’intangibilità dei nostri centri storici, avrebbe condotto, infatti, i nuovi edificatori urbani a ripensare in maniera radicalmente nuova la città contemporanea. Ma occorre qui dire che sono le considerazioni sul valore dei centri storici a costituire il nucleo di pensiero più originale di Cederna: un pensiero urbanistico, civile e ambientale davvero non comune nel quadro della cultura italiana di quel decennio del Novecento.[4] Cederna non mostra qui di conoscere il Carlo Cattaneo de La città considerata come principio ideale delle istorie italiane [5], il testo, com’è noto, che più esemplarmente ha sottolineato il carattere profondamente urbano della civilizzazione italiana. In esso si ritrova una ricostruzione dei caratteri profondi della storia peninsulare, che mostra la millenaria intelaiatura cittadina del nostro territorio.Ma al tempo stesso vengono illustrate le gerarchie spaziali che gli innumerevoli centri urbani hanno impresso nei secoli sui contadi contermini, così come le forme più durevoli, le impronte antropologiche delle identità comunali delle nostre popolazioni. Una interpretazione storica che non ha mai trovato continuatori, non si è mai fatta cultura, né tanto meno comune sentire dei gruppi intellettuali e delle classi dirigenti italiane.Le roventi critiche di insensibilità urbanistica e territoriale che Cederna muove all’intera cultura italiana degli anni ‘50 sono, a loro modo, una delle tante riprove della nessuna fortuna dell’interpretazione cattaneana.[6] Naturalmente non mancheranno – soprattutto negli anni ’60 e ’70 – urbanisti, gruppi, forze politiche riformatrici che tenteranno di muoversi in controtendenza. Cosi come non mancheranno episodi significativi di grande momento, nei quali i centri cittadini sono stati interpretati come soggetti storici e antropologici da tutelare e far rivivere. L’iniziativa di Pier Luigi Cervellati, urbanista e assessore, che negli anni ‘70 restituì i quartieri ristrutturati del centro storico di Bologna ai ceti popolari, costituì un evento-simbolo di grande significato.Quel successo della qualità urbana e della democrazia, per un momento, rese l’urbanistica italiana all’altezza della sua storia. Ma, significativamente, il caso di Bologna, rimarrà isolato e senza seguito.[7]

Con sorprendente difformità dalla tradizione italiana, dunque, già negli anni ’50 la concezione urbanistica di Cederna è riccamente nutrita di consapevolezza del valore storico del nostre città. Val la pena far parlare direttamente lo stesso Cederna : “ Il carattere principale di questi antichi centri di città non sta nei “monumenti principali”, ma nel complesso contesto stradale ed edilizio, nell’articolazione organica di strade, case, piazze, giardini, nella successione compatta di stili e gusti diversi, nella continuità dell’architettura “minore”, che di ogni nucleo antico di città costituisce il tono, il tessuto necessario, l’elemento connettivo, in una parola l”ambiente” vitale. Questi antichi centri urbani sono un patrimonio incalcolabile, perché la storia vi ha sedimentata e stratificata la diversità in unità viva e tangibile, tanto più ammirevole quanto più varie, composite e diffuse sono le sue testimonianze. Un patrimonio d’arte e di storia colmo e compiuto nel suo ciclo, necessario a noi oggi proprio perché irrepetibili e insostituibili sono i valori che l’hanno determinato “ (p.6) .E’, dunque, la diversità, la distanza, la radicale alterità, l’impossibilità della sua assimilazione al nuovo a fare dell’antico il superbo reperto di una fase trascorsa della storia umana che dà qualità e ingigantisce la civiltà che lo rispetta. Sono i valori che l’hanno reso possibile, con la loro diversità da quelli nostri presenti, ad arricchirci in un dialogo continuo con l’altro, destinato a illuminare la nostra specificità di contemporanei e rendere più profondo lo sguardo sulle realtà del passato. E occorre anche aggiungere l’ovvia considerazione che la città non si esaurisce nelle sue forme costruite, essa è anche il suo popolo, i suoi abitanti, la trama storica delle relazioni sociali e umane che l’hanno plasmata nel tempo. Assai opportunamente Leonardo Benevolo ha di recente ricordato – in una intervista a “ Repubblica” - che “ Gli unici cambiamenti ammissibili sono quelli che consentono ai centri storici di essere abitati, di possedere ancora quel congegno di relazioni che li hanno alimentati per secoli“[8]

E mi preme qui osservare che Cederna esalta l’assoluta gratuità del nostro rapporto con le tracce, tanto grandiose che umili, di questo passato Nelle sue parole non c’è alcuna traccia, nessun cedimento alle retoriche utilitaristiche che oggi appestano ogni discorso pubblico: quasi che non si possa più parlare di alcunché, di nessuno aspetto della nostra vita, senza giustificarsi, senza premettere, senza garantire le “potenzialità di sviluppo”, di “crescita economica”, di “ innovazione”, la possibilità “ di andare avanti”, per qualunque brandello di realtà ci capiti di occuparci. Quanto Cederna fosse lontano da tale “economismo” conformistico e subalterno, da questo tratto di miseria culturale che soffoca la nostra epoca ce la prova, a mio avviso in modo superbo, un frammento di articolo sull’Appia antica, scritto l’8 dicembre del 1953 per “Il Mondo”, mentre imperversava la violenta manipolazione della Regina viarum e della sua campagna: “ Per tutta la sua lunghezza, per un chilometro e più da una parte e dall’altra, la via Appia era un monumento unico da salvare religiosamente intatto, per la sua storia e per le sue leggende, per le sue rovine e per i suoi alberi, per la campagna e il paesaggio, per la vista, la solitudine, il silenzio, per la sua luce, le sue albe e i suoi tramonti. Perfino per la cattiva letteratura che nel nostro secolo vi era sorta attorno. Andava salvata religiosamente perché da secoli gli uomini di talento di tutto il mondo l’avevano amata, descritta, dipinta, cantata, trasformandola in realtà fantastica, in momento dello spirito, creando un’opera d’arte di un’opera d’arte: la via Appia era intoccabile, come l’Acropoli di Atene” (pp.103-104)

Cederna era dunque in quegli anni uno dei pochi intellettuali italiani a tentare di mettere in pratica – per dirla con parole relativamente recenti di Edoardo Salzano - quella “ controtendenza per evitare che dalla città scompaia ogni residua qualità ed essa si riduca a un mero agglomerato di oggetti e di persone”.[9] Proprio un simile e irriducibile fondo culturale e morale consentiva a Cederna di assumere posizioni che oggi appaiono di una ragionevolezza difficilmente contestabile e alla lunga – almeno sul piano teorico – vittoriosa. E di queste, in conclusione, vorrei sottolineare almeno due aspetti che ritornano continuamente nelle pagine dei Vandali in casa.

Il primo riguarda l’opposizione ostinata ma lucida che l’autore mostra nei confronti della pretesa “modernità” dell’automobile e della sua mobilità entro le città storiche. Ci voleva molto coraggio civile in quegli anni per assumere quelle posizioni, per mostrare, con assoluta ragionevolezza, che i nostri centri antichi non erano sorti per ospitare il traffico automobilistico proprio della città contemporanea. E devo a questo proposito aggiungere che la solitudine di Cederna su tali posizioni getta un’ombra assai spessa di discredito sulla cultura dominante italiana della seconda metà del XX secolo.Non credo che si sia mai discusso abbastanza,in Italia, su tale aspetto quando sarebbe stato ancora utile. Aver fatto spazio alle auto nelle città d’arte, nei centri storici delle innumerevoli cittadine della Penisola, perfino nei borghi medievali, testimonia una subalternità culturale a modelli esterni e una miopia civile che non si condannerà mai abbastanza, che ha degradato e continua a degradare la vita di più di una generazione di cittadini.Oggi, in varie parti del mondo, dove le amministrazioni sono in grado di intervenire con creatività sui problemi che si pongono, l’inversione di tendenza rispetto a 50 anni fa è clamorosa. “ Dall’Europa all’Australia – è stato ricordato di recente - stanno emergendo strategie per “calmare il traffico”(ad esempio rallentando le auto con strade strette a alberate) in modo tale da moderare e scoraggiare l’uso delle auto e riqualificare i quartieri.“ [10]

Il secondo aspetto riguarda le argomentazioni messe in campo da Cederna per ribatte il superficiale “storicismo” con cui i promotori della distruzione delle nostre città – l’equivalente dei nostri attuali fautori dello “sviluppo” - tentavano di dare dignità culturale e civile al loro operato. Con una argomentazione all’apparenza ineccepibile, costoro sostenevano che i loro interventi nei centri storici non facevano che replicare una vicenda millenaria e in qualche modo inevitabile, se non addirittura necessaria:ogni epoca, distrugge parte delle civiltà del passato e imprime sul territorio la propria particolare impronta. Cederna demolisce con vero e proprio furore argomentativo questa pretesa ineluttabilità storica. Intanto ricordando come, con tale pratica, le generazioni del passato hanno spesso compiuto distruzioni che ci hanno privato di innumerevoli capolavori, eliminato per sempre dalla scena del mondo edifici, monumenti, templi, statue che celebravano momenti altissimi dell’arte e della creatività umana. Ma almeno – ricorda Cederna – gli uomini del Medioevo o del Rinascimento avevano qualche giustificazione mentre consumavano i loro scempi: se sottraevano il travertino del Colosseo era per utilizzarlo nella Basilica di San Pietro in Vaticano. Oggi non esiste più neppure una tale – pur sempre inaccettabile – giustificazione. I materiali dei manufatti urbani della città contemporanea – come abbiamo visto - sono altri. Ma è comprendendo le conquiste di cultura e di civiltà della nostra epoca, le ragioni profonde della sua “generosità” e rispetto per il passato, che si trovano i motivi per opporsi alla manipolazione distruttiva delle città storiche.. Ma facciamo parlare Cederna, con le sue parole: “Ce lo vieta proprio la Storia, che invano i vandali pretendono, ignorandola, di continuare: ce lo vieta il progresso, la civiltà:ce lo vietano, tra l’altro, le discipline che in un tempo relativamente recente abbiamo inventato, gli studi storici, le scienze dell’antichità, l’archeologia, la storia dell’arte, l’estetica, eccetera, che ci hanno insegnato a capire storicamente nei suoi valori concreti e specifici l’opera d’arte, e almeno a separare l’apprezzamento artistico di essa da qualsiasi utilizzazione pratica, e quindi anche a rispettarla, a conservarla, a reintegrarla nel suo stato migliore “ (p.9)

[1] A. Cederna, I vandali in casa, a cura di F.Erbani, Laterza ,Roma-Bari 2006, pp. 272 Euro 18.

[2] Laterza, Roma-Bari Laterza 2002

[3] Per la ricostruzione storica di queste vicende si veda, essenzialmente, V. De Lucia, Se questa è una città. La condizione urbana nell’Italia contemporanea.(1989) Introduzione di P.Bevilacqua, Prefazione di A.Cederna, Donzelli, Roma 2006;

[4] Cfr. E.Salzano, Fondamenti di urbanistica, Laterza Roma-Bari, 1998, pp. 128-129.

[5] C. Cattaneo,La considerata come principio ideale delle istorie italiane ( 1858 ) a cura di G.Belloni, Firenze 1931

[6] Chi scrive si è soffermato su un aspetto affine relativo all’insensibilità degli italiani per il loro territorio e la sua storia. Cfr. P.Bevilacqua, Sulla impopolarità della storia del territorio in Italia , in P.Bevilacqua e P.Tino ( a cura di) Natura e società. Studi in memoria di Augusto Placanica, Meridiana Libri- Donzelli, Roma 2005

[7] Cfr. De Lucia, Se questa è una citta, cit. p. 105 e ss. Salzano, Fondamenti di urbanistica, cit. pp. 134-135

[8] Cfr. F.Erbani, Se perde l’architettura, intervista a Leonardo benevolo, « La Repubblica », 21 luglio 2006.

[9] Salzano, Fondamenti di urbanistica, cit. p.13

[10] P.Hawken, A.Lovins e L.Hunter Lovins, Capitalismo naturale. La prossima rivoluzione industriale, Presentazione di U. Colombo, Introduzione di G. Bologna, Edizioni Ambiente, Milano 2001, p.56

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