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Michele Smargiassi
Cederna, l’ambientalista scomodo
24 Aprile 2007
Recensioni e segnalazioni
“Un volume dell’Ibc edito dalla BUP a cura di Guermandi e Cicala raccoglie scritti, ricordi, omaggi”: un piccolo monumento a un grande italiano. Da la Repubblica, Bologna, 24 aprile 2007

Una volta gelò l’intera giunta regionale dell’Emilia Romagna presentandosi con queste parole: «Dovete rimettere l’acqua nelle valli di Comacchio». Un’altra volta venne a Bologna per vedere di persona il recupero del centro storico secondo il "piano Cervellati", e si mise a misurare androni e corridoi e a far fotocopie di planimetrie. Chi lo fermava, Antonio Cederna, «ambientalista furioso» come l’Orlando imparato a memoria. A Bologna l’uomo che inventò la tutela ambientale in Italia aveva buoni amici, dallo stesso Pierluigi Cervellati a Andrea Emiliani, da Lucio Gambi a Giovanni Losavio, e molti ne ha ancora, dal momento che è qui, per iniziativa dell’Istituto per i beni culturali e i tipi della Bononia University Press (308 pagine, 23 euro), che a dieci anni dalla scomparsa vede la luce un piccolo monumento di carta tutto per lui, Un italiano scomodo, sottotitolo nostalgico e ironico Attualità e necessità di Antonio Cederna, antologia di saggi, ricordi, omaggi curata da Maria Pia Guermandi e Valeria Cicala. Viceversa non sempre Bologna gli fu amica: severi i suoi giudizi sul sogno interrotto della tutela integrale, sullo scarso coraggio delle giunte in materia di tutela del centro storico, sulla proliferazione delle periferie, severissimo il consuntivo che tracciò, in un convegno bolognese dell’86, sullo stato della tutela ambientale in questa regione: «nessun parco realizzato, arenato il parco del delta del Po, mano libera a quell’autentica industria del dissesto che sono le cave, ipersfruttamento della costa, perniciosa profusione di opere autostradali», pessima pagella che, fosse vivo oggi, Cederna non potrebbe forse del tutto correggere al rialzo. Ma Cederna, «archeologo sulle barricate», urbanista, ambientalista, fondatore di Italia Nostra, giornalista e infine anche parlamentare e legislatore, non faceva sconti neppure agli amici. Ben sapendo che per fermare «I vandali in casa» (primo di una serie di efficacissimi titoli-slogan) nessuna tenerezza era consentita, che contro i distruttori del bello l’unica scelta era la «persecuzione metodica e intollerante». Scambiato agli esordi per un ingenuo naturista («ma fumo due pacchetti al giorno, alla campagna preferisco la città, alle passeggiate la Settimana enigmistica»), lo accusarono più tardi di ripetersi, nella smisurata produzione di j’accuse pubblicati nell’arco di quasi mezzo secolo prima sul Mondo, poi sul Corriere, infine su Repubblica. Rispondeva: «Scriverò sempre lo stesso articolo finché le cose non cambieranno». Il Colosseo «ridotto a spartitraffico», le valli «scorticate», i Fori imperiali asfaltati, l’Appia antica assediata dai «gangster», infinito l’elenco delle sue battaglie da «visionario» contro il nemico mortale, la «cementificazione» (neologismo suo), affetto da cronico «malessere da scempio», secondo la diagnosi piena d’affetto del figlio Giuseppe, innamorato ormai sempre più solitario di una parola scomoda: «bene pubblico». Doppio binario per ringraziare retrospettivamente la scomoda eredità del primo ambientalista del malconcio Stivale: le testimonianze dei suoi molti, ancora fedelissimi compagni di viaggio, assieme quelle più private dei figli; e una scelta di pagine fatta dai medesimi, un’«antologia del cuore» che, per una volta, non racconta le male sorti del Belpaese, ma le scelte coraggiose di un uomo che ebbe il coraggio di amarlo lo stesso, anche malconcio, anche vandalizzato.

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